Domenico Bianchi

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      Senza titolo

      1988 cera e pigmento su vetroresina 3 pannelli,

      480 x 366 cm

      Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, 1990

  • Nei primi anni Ottanta, Domenico Bianchi emerge tra gli artisti che si rivolgono al linguaggio pittorico come a una tradizione da rivitalizzare, passato il periodo dello sperimentalismo più radicale. Bianchi parte da premesse diverse rispetto al contemporaneo gruppo della Transavanguardia, in quanto la sua pratica pittorica non recupera la figurazione, ma un’espressività in bilico tra iconismo e astrazione propriamente detta. L’immagine in Bianchi assume sempre l’aspetto di un frammento, un residuo che sembra emergere da uno scavo nella memoria e che tuttavia diventa principio ordinatore della superficie pittorica, anche quando quest’ultima assume ampie dimensioni, fino a raggiungere quelle ambientali.
    L’opera Senza titolo, 1988, è strutturata secondo tre campi giustapposti. Al centro della composizione un groviglio di marcate linee sovrapposte ad andamento curvo e sinuoso sembra descrivere non una forma definita, quanto invece il suo divenire, un percorso dall’informe all’immagine, o forse il suo opposto. Lo sfondo è una superficie di uniforme colore scuro, piatto e cupo. I piani delle superfici superiori e inferiori, che paiono incorniciare l’elemento centrale, sono costituiti invece da piccoli pannelli in fibra di vetro coperti dalla cera usata in luogo della pittura. Anche intrinsecamente l’opera è un organismo in mutazione, la materia reca la stessa ambiguità che connatura i segni.
    Il recupero della pittura, della sua tradizione, equivale simbolicamente a una riconquista del centro come principio ordinatore dell’artisticità. Tale riconquista viene tentata da Bianchi senza titubanze, ma anche con la consapevolezza critica ereditata dalle avanguardie che hanno messo in discussione l’idea di centralità. Per questo la posizione centrale dell’immagine, o per meglio dire, del luogo dove il linguaggio pittorico si mostra, non viene mai meno nelle composizioni di Bianchi. L’artista, anzi, costruisce una vera retorica della centralità. Sulle sue superfici campeggia sempre un nucleo segnico inteso come generatore di forma, irraggiante ipotesi di immagini.

    [G.V.]

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