Gabriele Basilico

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    • Beirut (Rue Dakar)

      Beirut (Rue Dakar)

      1991

      stampa bianco e nero ai sali d’argento su carta baritata con viraggio conservativo

      105 x 127 cm

      Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, 2002

    • Beirut (Rue Allemby/Fakhry Bay)

      Beirut (Rue Allemby/Fakhry Bay)

      1991

      stampa bianco e nero ai sali d’argento su carta baritata con viraggio conservativo

      105 x 127 cm

      Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, 2002

  • Autore di una fotografia scarna, in bianco e nero, di taglio quasi documentaristico, Gabriele Basilico, da sempre predilige come soggetto per i suoi lavori le grandi aree urbane delle metropoli contemporanee. Fortemente influenzato dai suoi precedenti studi in architettura, guarda alla città con l’attenzione e la curiosità di chi la osserva per la prima volta alla ricerca di quella familiarità presente in ogni scorcio urbano. Le aree apparentemente meno accattivanti, ma forse per questo più ricche di storia, sono quelle preferite dal fotografo che si è distinto nei primi anni Ottanta con un articolato e approfondito lavoro sulle aree industriali milanesi, una serie di “ritratti di fabbrica” che, con un linguaggio inedito e sperimentale, indagano i risvolti sociali della società contemporanea.
    Le fotografie presenti in collezione appartengono a un reportage realizzato nel 1991 nel centro storico di Beirut, dove era stato invitato insieme a René Burri, Raymond Depardon, Fouad Elkoury, Robert Frank e Josef Koudelka, dalla scrittrice Dominique Eddé per dare una testimonianza di quanto rimaneva della città devastata da quindici anni di guerra. Stretta ancora nella morsa di un regime di occupazione, Beirut iniziava lentamente a rinascere a seguito degli accordi di pace firmati due anni prima. Questo stato di transizione rendeva la città libanese un luogo di ricostruzione dove edifici nuovi si alternavano a zone e palazzi completamente distrutti e dove il centro, l’area maggiormente colpita dalla guerra, era quasi completamente disabitato. Durante il lungo soggiorno Basilico gira per il centro storico con una macchina fotografica a banco ottico in modo da registrare e catturare attraverso una serie di scatti, l’anima di quella che doveva sembrare allora una città fantasma.
    Pur rivelando un approccio essenzialmente concettuale con gli spazi fotografati, le immagini conservano un senso di malinconia che sembra pervaderle attraverso la desolante visione di una città devastata dai combattimenti. Nonostante rimanga comunque predominante l’aspetto documentaristico della forza distruttrice della guerra e la pura testimonianza della tragica realtà, l’attenta ricerca da parte del fotografo delle peculiarità del luogo visitato, rendono Beirut non dissimile da una qualsiasi altra città di mare come Napoli o Palermo. Al di là del rigoroso aspetto formale, le sue fotografie lasciano infatti trasparire la vera anima di ogni città, quella che spesso sfugge agli occhi di un distratto visitatore, perché, come testimonia lo stesso Basilico, solo in apparenza è paradossale il tentativo di lavorare sul visibile per fotografare l’invisibile.

    [C.O.B.]

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      Dalla terra alla luna: metafore di viaggio (parte I)

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