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SUMMARY:La Collezione Cerruti riapre al pubblico sabato 5 giugno 2021
DESCRIPTION:Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea è lieto di annunciare che sabato 5 giugno 2021 la Collezione Cerruti riapre al pubblico.\nLa Collezione Cerruti sarà aperta il sabato e la domenica dalle ore 11 alle 19 con orari di visita prestabiliti secondo l’orario di partenza delle navette dal Castello di Rivoli (ore 11.45\, 13.15\, 14.45\, 16.15 e 17.45). \nLa visita alla Collezione Cerruti è accompagnata da una guida esperta. \nIl biglietto d’ingresso alla Collezione Cerruti si ritira o si acquista alla Biglietteria del Castello di Rivoli.\nIl biglietto dà accesso anche alle mostre e alla collezione permanente del Castello di Rivoli.\nLa visita è riservata ai maggiori di 12 anni. \nIn considerazione del numero limitato di posti disponibili si consiglia di acquistare online i biglietti d’ingresso al seguente link e ritirarli almeno 10 minuti prima della partenza della navetta.
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SUMMARY:2 Giugno 2021- Festa della Repubblica - Museo Aperto
DESCRIPTION:In occasione della Festa della Repubblica il Castello di Rivoli rimarrà aperto dalle 11 alle 19 \nPer informazioni vedi qui 
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SUMMARY:Cosmologia\, molti mondi\, entaglement... Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia
DESCRIPTION:Teatro del Museo \nAngelo Tartaglia – Relatore \nGiacomo Agazzini – Violino \nMusiche di Baci\, Chenna\, Reich \nIngresso gratuito su prenotazione \nIstituto Musicale Città di Rivoli \ntel 011/9564408 \nrivolimusica@istitutomusicalerivoli.it
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SUMMARY:Natural Machines
DESCRIPTION:Teatro \nNatural Machines \nDan Tepfer \nDisklavier e programmazione \nMusiche di Dan Tepfer \n  \nDan Tepfer ci regala il suo “Natural Machines”: tecnologia e suoni si incontrano e costruiscono un’architettura perfetta\, imprevedibile se pure geometrica. Sono ” macchine naturali” quelle che conosceremo nel nostro Teatro\, tra libere improvvisazioni e immagini sonore che interagiscono con brani eseguiti. \n  \nUn’esperienza da provare\, da ascoltare. \nIngresso gratuito \n  \nInformazioni e prenotazioni : rivolimusica@istitutomusicalerivoli.it \n011-9564408  dal lunedi al venerdi 14-00-19-00 \n 
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SUMMARY:Digital PTSD parte II. L’arte e il suo impatto sul trauma digitale
DESCRIPTION:Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta la seconda parte di un programma di interventi\, conversazioni e opere d’arte intitolato Digital PTSD. La pratica artistica e il suo impatto sul trauma digitale sviluppato nell’ambito della mostra Espressioni. La proposizione.  \nDigital PTSD. Parte II è presentato al Teatro del Castello di Rivoli (accesso gratuito con biglietto del Museo\, prenotazione obbligatoria) e trasmesso in live streaming su e-flux e sul sito web del Castello di Rivoli (registrazione qui). \nÈ controintuitivo\, ma Digital PTSD presenta attraverso una piattaforma online una critica del potenziale uso improprio delle tecnologie proponendo un’indagine interdisciplinare sulla possibilità che un trauma da iper-digitalizzazione possa emergere\, sia a livello individuale che collettivo. Nel contesto della nostra crescente dipendenza dalle tecnologie online e dall’intelligenza artificiale\, Digital PTSD si chiede se questi strumenti possano essere fonti di disagio psicologico\, minando il benessere fisico e mentale e facilitando l’affermazione di una tecnocrazia che rappresenta una minaccia alla nostra salute e benessere sociale. Quali sono le conseguenze traumatiche dell’improvviso aumento delle attività virtuali durante un periodo in cui gli spazi di aggregazione\, come i musei\, sono stati in lockdown per molto tempo? Digital PTSD invita a riflettere sull’esperienza basata sullo schermo\, sull’erosione fisica della materia vivente\, sulla trasformazione della vita in big data e sul nuovo regime epistemico digitale. \nI partecipanti alla Parte II includono: Ed Atkins\, artista; Janet Cardiff e George Bures Miller\, artisti; Carolyn Christov-Bakargiev\,  direttore del museo; Devra Davis\, epidemiologa\, attivista; Irene Dionisio\, autore\, regista\, artista visiva; Aikaterini Fotopoulou\, neuroscienziato psicodinamico; Vittorio Gallese\, neuroscienziato cognitivo; Vincent Hendricks\, filosofo\, logico; Catherine Malabou\, filosofa; Otobong Nkanga\, artista; Tabita Rezaire\, artista\, devota\, yogi\, doula\, presto agricoltore; Legacy Russell\, curatore\, scrittore; Miao Ying\, artista. \nL’evento si svolge dalle 15:00 alle 22:00 CEST (Central European Standard Time). Ulteriori informazioni e programma: https://www.castellodirivoli.org/evento/digital-ptsd-ii \nDigital PTSD – Parte I si è svolto il 12 dicembre 2020\, con la partecipazione di: Tabita Rezaire\, artista-guaritore-cercatore; Carolyn Christov-Bakargiev\, scrittore\, storico dell’arte\, curatore; Beatriz Colomina e Mark Wigley\, storici dell’architettura\, teorici e curatori; Cécile B. Evans\, artista; Matteo Pasquinelli\, teorico dell’intelligenza artificiale\, scienze cognitive\, economia digitale; Hito Steyerl\, regista\, artista visivo\, scrittore e innovatore del saggio documentario; Grada Kilomba\, artista e scrittore; Anne Imhof\, artista musicista; Bracha L. Ettinger\, pittore\, teorico\, psicoanalista; Éric Sadin\, scrittore e filosofo; Vittorio Gallese\, neuroscienziato cognitivo; Ophelia Deroy\, filosofa e neuroscienziata cognitiva; Griselda Pollock\, storica dell’arte e analista culturale femminista-postcoloniale-queer-internazionale; Agnieszka Kurant\, artista; Cally Spooner\, artista; Chus Martínez\, curatore e scrittore; Stuart Ringholt\, artista; Marcos Lutyens\, artista e ipnotizzatore. La documentazione completa dell’evento può essere visionata su www.castellodirivoli.org/evento/digital-ptsd. \n  \nDigital PTSD. La pratica artistica e il suo impatto sul trauma digitale è un programma di ricerca avviato e curato da Carolyn Christov-Bakargiev con Stella Bottai e Giulia Colletti. \nDIGITAL PTSD – PARTE II \nBIOGRAFIE DEI PARTECIPANTI \n \nEd Atkins vive e lavora a Copenhagen. La sua prossima mostra personale Get Life / Love’s Work verrà inaugurata al New Museum di New York nel giugno 2021. Le prossime mostre includono Tank\, Shanghai e Tate Britain. Recenti mostre personali includono Kunsthaus Bregenz e K21 Düsseldorf (entrambe 2019); Martin-Gropius-Bau\, Berlino; MMK Francoforte; DHC / ART\, Montréal (tutte nel 2017); Castello di Rivoli e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, Torino; The Kitchen\, New York (tutte nel 2016). Un’antologia dei suoi testi\, A Primer for Cadavers\, è stata pubblicata da Fitzcarraldo nel 2016. Old Food\, è stato pubblicato da Fitzcarraldo nel 2019. Un nuovo libro dei suoi disegni per bambini sarà pubblicato da Koenig Books questa primavera. \n  \n  \n  \n  \n  \n \nJanet Cardiff e George Bures Miller vivono e lavorano in British Columbia. Gli artisti sono riconosciuti a livello internazionale per le loro installazioni sonore multimediali immersive e le loro passeggiate audio / video. Hanno creato recenti video passeggiate alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles (2019) e per la Fruitmarket Gallery di Edimburgo (2019). Cardiff e Miller hanno esposto al Museum of Modern Art di New York (2019)\, Museum of Contemporary Art di Monterrey\, Messico (2019); Oude Kerk\, Amsterdam (2018); 21st Century Museum\, Kanazawa\, Giappone (2017) e Fondation Louis Vuitton\, Parigi (2017). Nel 2020 hanno ricevuto il premio Wilhelm Lehmbruck per la scultura. Nel 2001\, Cardiff e Miller hanno rappresentato il Canada alla 49a Biennale di Venezia\, per la quale hanno ricevuto il Premio Speciale e il Premio Benesse.  \n  \n  \n  \n \nCarolyn Christov-Bakargiev è scrittore\, storico dell’arte e curatore. Attualmente è direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della Fondazione Francesco Federico Cerruti di Rivoli-Torino. Nel 2019 ha ricevuto l’Audrey Irmas Award for Curatorial Excellence. È stata Edith Kreeger Wolf Distinguished Visiting Professor in Art Theory and Practice alla Northwestern University (2013-2019). Nel 2012 Christov-Bakargiev è stata Direttore Artistico di dOCUMENTA (13) a Kassel\, Banff\, Alessandria-Cairo e Bamiyan-Kabul. Nel 2008 ha diretto la Biennale di Sydney e nel 2015 la Biennale di Istanbul. \n  \n  \n  \n  \n  \n  \n \nDevra Davis\, Ph.D. MPH\, è fondatore e presidente dell’Environmental Health Trust (EHT)\, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti che fornisce ricerca e istruzione sui rischi per la salute ambientale evitabili\, comprese le radiazioni a radiofrequenza\, i pesticidi e le sostanze chimiche tossiche. Ex alto funzionario dell’amministrazione Clinton e direttore esecutivo dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti\, Davis è stata autore principale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (1998-2002) e ha fatto parte del team premiato con il Premio Nobel per la Pace nel 2007 insieme all’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche e tre noti libri\, Davis tiene incarichi di visiting professor in diverse università.  \n  \n  \n  \n  \n \nIrene Dionisio è una regista e artista. Le sue produzioni comprendono videoinstallazioni\, documentari\, film tra cui Le ultime cose (2016)\, Sponde (2015) e La fabbrica è piena (2011) che sono stati presentati in numerosi festival internazionali (Festival di Venezia\, Torino Film Festival\, Visions du Réel\, Taiwan Film Festival\, tra gli altri) e hanno ricevuto il Premio Filmmaker\, il Premio Solinas\, il Premio Scam e il Premio della giuria al Cinema-Verité in Iran. Il lavoro di Dionisio è stato esposto in mostre personali e collettive presso Magazzino Italian Art\, New York; PAC\, Milano; OCAT\, Shanghai; Palazzo Grassi\, Venezia; fra gli altri. \n  \n  \n  \n  \n  \n \nAikaterini (Katerina) Fotopoulou\, PhD\, DPsych è professore di neuroscienze psicodinamiche presso University College London\, leader di ricerca sull’interfaccia sanitaria mentale-fisica\, inclusi i programmi BODILY SELF e METABODY supportati dall’European Research Council (www.fotopoulou.com). Fotopoulou ha ricevuto diversi premi per la sua ricerca\, incluso il Distinguished Young Scientist Award (2014) del World Economic Forum e l’Early Career Award della International Neuropsychology Society (2016). È co-fondatrice e tesoriere dell’International Association for the Study of Affective Touch (IASAT)\, membro del consiglio di amministrazione della European Society for Cognitive and Affective Neuroscience\, e co-editor del volume From the Couch to the Lab: Trends in Psychodynamic Neuroscience. Oxford University Press\, 2012. \n  \n  \n \nVittorio Gallese\, MD e neurologo di formazione\, è Professore di Psicobiologia e Neuroscienze Cognitive presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma\, Italia. Neuroscienziato cognitivo\, la sua ricerca si concentra sulla relazione tra sistema sensoriale-motorio e cognizione indagando le basi neurobiologiche e corporee dell’intersoggettività\, della psicopatologia\, del linguaggio e dell’estetica. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e tre libri. \n\n\n\n\nNeuroscience and physiology today can investigate the brain-body mechanisms enabling our interactions with man-made images\, shedding light on the functional mechanisms enabling their perceptual experience. Vision is a process far more complex than the mere activation of the “visual brain”. Our visual experience of images is the outcome of multimodal integration processes\, in which the motor system is one key player. In this talk\, Vittorio Gallese briefly discusses this new model of vision\, emphasizing that the multimodal inte- gration of what we perceive is triggered by the potentiality for action that we express corporeally. He argues that the digital revolution has shifted the balance towards an ever-growing exposure to digital images and introduced a novel performative quality to our perceptual experience of them. Some implications of our dig- ital visions are discussed. \n\n\n\n\n  \n  \n  Vincent F. Hendricks è professore di filosofia formale presso l’Università di Copenhagen. È fondatore e direttore del Center for Information and Bubble Studies (CIBS) finanziato dalla Fondazione Carlsberg ed è stato insignito dell’Elite Research Prize dal Ministero danese della Scienza\, della tecnologia e dell’innovazione e del Roskilde Festival Elite Research Prize entrambi nel 2008. É stato redattore capo di Synthese: An International Journal for Epistemology\, Methodology and Philosophy of Science tra il 2005 e il 2015. \n \nCatherine Malabou è Professore di Filosofia presso il Center for Research in Modern European Philosophy\, presso la Kingston University di Londra\, e nei dipartimenti di Letterature comparate e Lingue e studi europei presso l’Università della California Irvine. I suoi ultimi libri includono Before Tomorrow: Epigenesis and Rationality (Cambridge: Polity Press\, 2016\, trad. Carolyn Shread); Morphing Intelligence\, From IQ to IA (New York: Columbia University Press\, 2018\, trad. Carolyn Shread); e Le Plaisir effacé\, Clitoris et pensée (Rivages\, 2020). \n  \n  \n  \n \nOtobong Nkanga vive e lavora ad Anversa. Le sue mostre personali includono Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Rivoli-Torino (prossimamente); Middlesbrough Institute of Modern Art\, Middlesbrough (2020-21); Martin Gropius Bau\, Berlino e Henie Onstad Kunstsenter\, Høvikodden (entrambe 2020); Zeitz MOCAA\, Cittá del Capo; Tate St Ives (entrambe 2019-20); Museum of Contemporary Art\, Chicago (2018). Inoltre\, il suo lavoro è stato incluso in mostre collettive istituzionali come la 58a Biennale di Venezia (2019); Biennale di Sharjah 14\, Sharjah (2019); documenta 14\, Atene – Kassel (2017); Moderna Museet\, Stoccolma; Centre Pompidou\, Parigi (entrambe 2016); 13a Biennale di Lione (2015). Nel 2019\, Nkanga ha ricevuto una Menzione Speciale alla 58a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ed è stata insignita del Premio Biennale di Sharjah (con Emeka Ogboh)\, il Peter-Weiss-Preis; e il Flemish Cultural Award for Visual Arts – Ultima. \n  \n  \n \nTabita Rezaire attualmente vive e lavora a Cayenne\, nella Guyana francese\, dove sta partorendo AMAKABA. È un’artista-guaritrice-cercatrice che lavora con schermi e flussi di energia. La sua pratica interdimensionale immagina le scienze di rete – organiche\, elettroniche e spirituali – come tecnologie di guarigione per servire il passaggio verso la coscienza del cuore. Navigando nella memoria digitale\, corporea e ancestrale come luoghi di lotte\, scava negli immaginari scientifici per affrontare la matrice pervasiva della colonialità che influenza le canzoni del nostro corpo-mente-spirito. Ha mostrato il suo lavoro a livello internazionale al Centre Pompidou\, Parigi; MoMa\, New York; MASP São Paulo; Gropius Bau\, Berlino; ICA e Tate Modern\, Londra. \n  \n  \n  \n  \n  \n  Legacy Russell è una curatrice e scrittrice. Nata e cresciuta a New York City\, è la curatrice associata delle mostre presso lo Studio Museum di Harlem. Il suo lavoro accademico\, curatoriale e creativo si concentra su genere\, performance\, selfdom digitale\, idolatria di Internet e rituali dei nuovi media. Ha ricevuto il Thoma Foundation 2019 Arts Writing Award in Digital Art\, Rauschenberg Residency Fellow 2020 e il 2021 Creative Capital Award. Il suo primo libro Glitch Feminism: A Manifesto (2020) è pubblicato da Verso Books. Il suo secondo libro\, BLACK MEME\, è in uscita con Verso Books. \n[Photo credits Mina Alyeshmerni] \n \nMiao Ying è un’artista che vive tra New York e Shanghai. Appartiene alla prima generazione di artisti contemporanei cinesi che sono cresciuti con Internet\, la riforma economica cinese e la politica del figlio unico\, e sono stati istruiti sia in Cina che in Occidente. È nota per i suoi progetti e scritti che affrontano la cultura cinese di Internet e si occupano della propria sindrome di Stoccolma in relazione alla censura. Le sue mostre personali includono M + Museum\, Hong Kong (2018); New Museum\, New York (2016); Padiglione Cinese\, Biennale di Venezia (2015). Il suo lavoro è stato presentato in mostre collettive internazionali al Castello di Rivoli\, Torino (2020); 12a Biennale di Gwangju\, Corea del Sud (2018); MoMA PS1\, New York (2017); UCCA\, Pechino (2017)\, fra le altre. Ha ricevuto il premio Porsche Young Chinese Artist of the year (2018-2019). \n  \n  \n  \n  \n  \nNOTA INFORMATIVA: Giovedì 20 maggio il Museo e la biglietteria chiuderanno alle ore 19.
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SUMMARY:Ciclo Scienza e creatività: Arte e Scienza
DESCRIPTION:Venerdì 28 maggio 2021 ore 20:30 \nTeatro del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea \nCiclo Scienza e creatività: Arte e Scienza \nIngresso gratuito \n Angelo Tartaglia | relatore \nGiacomo Agazzini |violino \nMusiche di Bach\, Chenna\, Reich \nIn collaborazione con Polincontri\, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea \n 
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SUMMARY:Giulio Paolini. “Le Chef-d’œuvre inconnu”| Finissage
DESCRIPTION:Giulio Paolini dona al Castello di Rivoli la grande installazione ‘Le Chef-d’œuvre inconnu’ e presenta il catalogo della mostra il 16 maggio 2021 nel Bookshop del Museo. L’artista sarà a disposizione per firmare a richiesta le copie del suo libro. \nPer celebrare il finissage della mostra Giulio Paolini. ‘Le Chef-d’œuvre inconnu’\, domenica 16 maggio 2021 alle ore 12 il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea organizza un incontro per presentare il catalogo della mostra alla presenza dell’artista\, del Direttore Carolyn Christov-Bakargiev e del curatore della mostra Marcella Beccaria. \n \nIl catalogo\nL’importante pubblicazione in due volumi nasce in accompagnamento alla mostra Giulio Paolini. ‘Le Chef-d’œuvre inconnu’\, organizzata dal Museo per l’ottantesimo compleanno dell’artista. \nIl volume I Giulio Paolini. ‘Le Chef-d’œuvre inconnu’ racconta la mostra attraverso nuovi saggi di Carolyn Christov-Bakargiev e di Marcella Beccaria e immagini delle opere esposte. Gli apparati scientifici documentano la storia espositiva dell’artista al Castello di Rivoli. \nIl volume II Giulio Paolini. Recital. Scritture in versi 1987-2020 è incentrato sui versi dell’artista\, introdotti da un nuovo testo di Andrea Cortellessa. \nGiulio Paolini ha disegnato il progetto grafico per le copertine dei due volumi e ideato la nuova opera Senza titolo\, 2020 per l’interno della sovraccoperta. \nIl dono\nIn occasione della personale al Castello di Rivoli\, Giulio Paolini ha generosamente donato al Museo la grande installazione Le Chef-d’œuvre inconnu\, 2020 che accoglie i visitatori nella Sala 18. \nL’installazione\, che entra a fare parte della Collezione permanente del Museo\, prende le mosse da Disegno geometrico\, 1960\, una tra le opere più importanti dell’artista. Definito da Paolini come il suo “primo (e ultimo quadro)”\, Disegno geometrico si riferisce alla squadratura della tela\, primo atto del pittore. Disegno geometrico è una tela rettangolare dipinta di bianco\, sulla quale Paolini ha “scelto di copiare\, nella giusta proporzione\, il disegno preliminare di qualsiasi disegno\, cioè la squadratura geometrica della superficie”. \nNella sala al secondo piano delle Residenza Sabauda\, le lunghe linee segnate a terra corrispondono alla traccia delle mediane e delle diagonali di Disegno geometrico\, mentre ciascuno degli otto punti di squadratura è scandito dalla presenza di un cavalletto da pittura con una teca trasparente. Ogni teca accoglie frammenti cartacei di schizzi e ritagli provenienti dallo studio dell’artista a Torino.. Appesa dall’alto e installata al centro della sala definito da un nono cavalletto vuoto\, è presente un’ulteriore teca\, la cui presenza porta a nove il numero delle teche e relativi cavalletti presenti nell’installazione. “Visitare la grande installazione Le Chef-d’œuvre inconnu – scrive Marcella Beccaria – è come camminare tra le idee di Giulio Paolini e vederle prende forma davanti ai nostri occhi. Questo generoso dono da parte dell’artista\, che ringraziamo\, permette al Castello di Rivoli di arricchire la collezione permanente\, arrivando a documentare il fondamentale percorso dell’artista\, dagli esordi nell’ambito dell’Arte povera al presente. \nBiografia\nGiulio Paolini è nato il 5 novembre 1940 a Genova e risiede a Torino. \nLa sua poetica verte su tematiche che interrogano la concezione\, il manifestarsi e la visione dell’opera d’arte. Dalle prime indagini intorno agli elementi costitutivi del quadro l’attenzione si è orientata in seguito sull’atto espositivo\, sulla considerazione dell’opera come catalogo delle sue stesse possibilità\, così come sulla figura dell’autore e il suo mancato contatto con l’opera\, che gli preesiste e lo trascende. \nDalla sua prima partecipazione a un’esposizione collettiva (1961) e dalla sua prima personale (1964) ha tenuto innumerevoli mostre in gallerie e musei di tutto il mondo. Tra le maggiori antologiche si ricordano quelle al Palazzo della Pilotta a Parma (1976)\, allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1980)\, al Nouveau Musée di Villeurbanne (1984)\, alla Staatsgalerie di Stoccarda (1986)\, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1988)\, alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum di Graz (1998)\, alla GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea\, Torino (1999)\, alla Fondazione Prada a Milano (2003)\, al Kunstmuseum di Winterthur (2005)\, al MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma (2013) e alla Whitechapel Gallery a Londra (2014). Tra le personali più recenti si distinguono quelle al Center for Italian Modern Art a New York (in dialogo con opere di Giorgio de Chirico\, 2016) e alla Fondazione Carriero a Milano (2018). \nHa partecipato a diverse mostre di Arte povera ed è stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972\, 1977\, 1982\, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970\, 1976\, 1978\, 1980\, 1984\, 1986\, 1993\, 1995\, 1997\, 2013). \nDal 1969 ha realizzato anche scene e costumi per rappresentazioni teatrali\, tra cui si distinguono i progetti ideati con Carlo Quartucci negli anni Ottanta e le scenografie per due opere di Richard Wagner al Teatro di San Carlo di Napoli per la regia di Federico Tiezzi (2005\, 2007). \nGrafico di formazione\, ha sempre nutrito un particolare interesse per il campo editoriale e la pagina scritta. Fin dall’inizio ha accompagnato la sua ricerca artistica con riflessioni raccolte in libri curati in prima persona: da Idem\, pubblicato nel 1975 da Einaudi con un’introduzione di Italo Calvino\, ai recenti Quattro passi. Nel museo senza muse (Einaudi\, Torino 2006)\, Dall’Atlante al Vuoto in ordine alfabetico (Electa\, Milano 2010) e L’autore che credeva di esistere (Johan & Levi\, Milano 2012). \nNumerose sono le pubblicazioni dedicate alla sua produzione artistica: dalla prima monografia di Germano Celant (Sonnabend Press\, New York 1972) al volume di Francesco Poli (Lindau\, Torino 1990)\, fino al catalogo ragionato delle opere datate dal 1960 al 1999\, curato da Maddalena Disch (Skira Editore\, Milano 2008).
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SUMMARY:Artists on the Frontline - Global Artists Response Fund Launch
DESCRIPTION:In collaborazione con Community Jameel & Tate Museums \nTavola rotonda presieduta da Anna Somers Cocks\, Founder Editor\, The Art Newspaper; Cara Courage\, capo della Tate Exchange\, Tate Museums; Phyll Opoku-Gyimah\, cofondatore\, UK Black Pride; Carolyn Christov-Bakargiev\, Direttore\, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Torino \nQuesta pandemia ci sta facendo mettere in discussione tutto\, dai nostri sistemi economici al ruolo dello Stato\, e lo scopo dell’arte non fa eccezione. Cosa stanno facendo gli artisti per aiutare e qual è la loro responsabilità? La pandemia ha colpito tutti\, ovunque\, da ogni ceto sociale\, ma le più colpite sono quelle comunità che vivono ai margini della società\, che soffrono di difficoltà sociali\, economiche o legate ai conflitti. Hanno i sistemi sanitari più deboli e i problemi di salute mentale più acuti. Questo pannello discuterà di come gli artisti stanno lavorando in prima linea nella crisi attuale e di come la pandemia potrebbe cambiare i sistemi e i valori del mondo dell’arte degli ultimi decenni. Il pannello segnerà anche il lancio di diversi progetti sostenuti dall’Artists Response Fund anche in Iraq\, in collaborazione con Community Jameel\, che documentano e sostengono le pratiche culturali tradizionali per affrontare i bisogni di salute mentale tra le comunità yazidi e Marsh Arab\, e sul Nazione Navajo in Arizona.
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SUMMARY:La violenza di genere ai tempi della pandemia. Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence
DESCRIPTION:Link per accedere allo streaming QUI\n Passcode: 196123 \nLa violenza di genere ai tempi della pandemia\nMascarilla 19 – Codes of Domestic Violence\nIl Castello di Rivoli presenta un programma prodotto dalla Fondazione In Between Art Film il giorno 8 marzo in occasione della Festa della Donna\nLunedì 8 marzo 2021\, ore 16 – 18 \nStreaming digitale in diretta dal Teatro del Castello di Rivoli  \nIl Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea ospita Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence un progetto a cura di Leonardo Bigazzi\, Alessandro Rabottini e Paola Ugolini\, prodotto da Fondazione In Between Art Film. \nIn occasione della ricorrenza dell’8 marzo\, il Museo propone un incontro sul tema della violenza di genere con il Direttore del Castello di Rivoli\, Carolyn Christov-Bakargiev\, la fondatrice e Presidente di Fondazione In Between Art Film e ideatrice di Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence\, Beatrice Bulgari\, il Direttore Artistico di Fondazione In Between Art Film\, Alessandro Rabottini\, la curatrice Paola Ugolini e gli artisti Silvia Giambrone (Agrigento\, 1981)\, Elena Mazzi (Reggio Emilia\, 1984)\, MASBEDO (Nicolò Massazza\, Milano\, 1973; Iacopo Bedogni\, Sarzana\, 1970) e Adrian Paci (Shkodër\, Albania\, 1969). \nChiuso al pubblico in presenza\, in ottemperanza alle disposizioni per il contenimento della diffusione del Covid-19\, l’incontro che si tiene lunedì 8 marzo dalle ore 16 alle 18 nel Teatro del Museo con partecipanti in sede sarà trasmesso online. In particolare\, verranno proiettati quattro film d’artista che offrono prospettive diverse sul dramma della violenza domestica nell’inedito scenario dell’isolamento mondiale acuito dalla pandemia: Domestication (2020) di Silvia Giambrone\, Muse (2020) di Elena Mazzi\, Vedo rosso (2020) di Adrian Paci e Daily Routine (2020) di MASBEDO. \nDopo il saluto e l’introduzione\, Alessandro Rabottini presenterà il progetto della Fondazione In Between Art Film e la conversazione a cui prenderanno parte la curatrice Paola Ugolini e le artiste Silvia Giambrone ed Elena Mazzi in presenza\, oltre che MASBEDO e Adrian Paci da remoto. \nGli altri film realizzati per questo progetto sono:\nEspacios Seguros (2020) di Iván Argote (Bogotá\, 1983); Flowers blooming in our throats (2020) di Eva Giolo (Bruxelles\, 1991); Sunsets\, everyday (2020) di Basir Mahmood (Lahore\, 1985) e Lacerate (2020) di Janis Rafa (Atene\, 1984). \nLa Fondazione In Between Art Film nasce a Roma\, su iniziativa della fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari\, per diffondere la cultura delle immagini in movimento e per sostenere gli artisti\, le istituzioni e gli organismi di ricerca internazionali che esplorano il dialogo tra le discipline e i territori di confine tra cinema\, video\, performance e installazione. Nominati all’interno del team il Direttore Artistico Alessandro Rabottini e i curatori Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini. Su iniziativa della sua fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari\, la Fondazione In Between Art Film intende contribuire al dibattito artistico internazionale\, approfondendo la riflessione sulla natura\, il ruolo e le potenzialità delle immagini in movimento nel nostro presente. \nL’evento è realizzato in collaborazione con \n  \nSCHEDE FILM e BIOGRAFIE \nSilvia Giambrone\nDomestication\, 2020\nVideo 2K\, 15’ [estratto 5’]\nCourtesy l’artista\, Studio Stefania Miscetti\, Galleria Marcolini\, Richard Saltoun Gallery e Fondazione In Between Art Film \nL’opera di Silvia Giambrone di natura prettamente politica\, evidenzia e denuncia le modalità dell’assoggettamento femminile attraverso l’impiego di modelli culturali che riguardano il corpo\, il comportamento atteso e la manipolazione dell’immaginario. Le sue opere sono un potente dispositivo per riflettere sia sull’addomesticamento alla violenza\, che sul tabù che circonda questa pulsione\, sulla capacità di poter assoggettare gli altri usando una grammatica affettiva e relazionale socialmente accettata e a cui siamo talmente assuefatti da non riuscire più a riconoscerla come tale. Silvia Giambrone nel video Domestication ha utilizzato come palinsesto concettuale il Saggio di educazione e istruzione dei fanciulli\, scritto dal teologo svizzero Johan Sulzer nel 1748 che muove dal presupposto che “l’educazione non è altro se non apprendimento dell’obbedienza”. Un’obbedienza ottenuta con la coercizione sia fisica che psicologica tanto che questo tipo di pedagogia oggi viene definita dagli studiosi della materia Pedagogia nera. Questo doloroso insieme di regole\, che per secoli ha costituito l’ossatura dell’educazione impartita ai bambini\, ha generato una serie di strascichi culturali e comportamentali che\, ancora oggi\, vengono ritenuti da educatori e psicoterapeuti responsabili per l’attitudine alla violenza che caratterizza le relazioni umane. In un interno domestico due attori\, un uomo e una donna\, che hanno introiettato il paradigma della violenza all’interno della loro relazione si muovono in maniera evocativa e poetica. I due protagonisti\, sono sempre ripresi da soli in quell’ambiente comune\, come se fossero uno la proiezione o il ricordo dell’altro\, e gli oggetti che entrambi utilizzano diventano i segni tangibili della loro effettiva presenza. Oggetti di uso comune che però se guardati attraverso la lente deformante della violenza diventano potenzialmente pericolosi e sinistri\, oggetti che diventano quindi sia i testimoni che gli strumenti di una violenza simbolica. Il confine fra vittima e carnefice è sfumato al punto da rendere difficile definire chi dei due incarna quei due ruoli\, tutto il video è pervaso da una tensione che è sempre sul punto di scoppiare perchè ormai incistata non solo nello spazio domestico ma anche nella psiche dei suoi abitanti. Il registro visivo è un’alternanza di ritmi ossessivi e disturbanti con dei momenti quasi onirici nonostante la credibilità dell’ambiente e dei personaggi. \nSilvia Giambrone (Agrigento\, 1981; vive e lavora tra Roma e Londra)\nSilvia Giambrone lavora con performance\, installazione\, scultura\, video\, suono. La sua ricerca è incentrata sulle forme sotterranee di assoggettamento. Negli ultimi quattro anni vince numerosi premi e partecipa a numerose conferenze e residenze in Europa e Stati Uniti. È ambasciatore per Kaunas Città Europea della Cultura 2022. Vince il Premio VAF 2019. Alcune tra le sue mostre più significative includono: Pandora’s Boxes\, CCCB Museum\, Madrid (2009); Eurasia\, Mart\, Rovereto (2009); Moscow Biennale: Qui vive? (2010); Flyers\, Oncena Biennal de la Havana (2012); Re-Generation\, Museo Macro\, Roma (2012); Mediterranea 16 (2013); Let it go\, American Academy in Rome (2013); Critica in arte\, Museo MAR\, Ravenna (2014); Ciò che non siamo\, ciò che non vogliamo\, Museo MAG\, Riva del Garda (2014); A terrible love of war\, Kaunas Bienale\, Lituania (2015); ‘Suite Rivolta’\, Museu de Electricidade\, Doclisboa’s Passages\, Lisbona (2015); Every passion borders on the chaotic\, Museo Villa Croce\, Genova (2016); W Women in Italian Design\, Triennale Design Museum\, Milano (2016); Archeologia domestica Vol. I\, IIC\, Colonia (2016); Time is out of Joint\, La Galleria Nazionale\, Roma (2017); Corpo a corpo\, La Galleria Nazionale\, Roma (2017); Terra mediterranea: in action\, NiMAC\, Nicosia\, Cipro (2017); Il corpo è un indumento fragile\, Museo Novecento\, Firenze (2018); Young Italians 1968 – 2018\, Istituto Italiano di Cultura\, New York City (2018); SHE DEVIL Remix\, Museo Pecci\, Prato (2018); Wall-eyes. Looking at Italy and Africa\, Keynes Art Mile\, Johannesburg (2019); Wall-eyes. Looking at Italy and Africa\, Città del Capo (2019); Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione\, Galleria d’Arte Moderna\, Roma (2019); La Correzione\, Galleria Marcolini\, Forlì (2019); VII Premio Fondazione VAF\, Mart Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (2019); VII Premio Fondazione VAF\, Stadtgalerie Kiel\, Germania (2019); Italia. I racconti (in)visibili\, Styles Regional Gallery\, Gyumri\, Armenia (2019); Italia. I racconti (in)visibili\, Centro Cultural Las Condes\, Santiago del Cile (2019); Feminism in Italian contemporary art\, Richard Saltoun Gallery\, London (2019); Sovvertimenti\, Museo Novecento\, Firenze (2019); Io dico io\, La Galleria Nazionale\, Roma (2020); Level 0\, Museo del Novecento\, Milano (2020). Lavora con Richard Saltoun Gallery a Londra\, Galleria Marcolini a Forlì e Stefania Miscetti Studio a Roma. \n\nMASBEDO\nDaily Routine\, 2020\nVideo 4K\, 11’ [estratto 5’]\nCourtesy gli artisti e Fondazione In Between Art Film \nMASBEDO è un duo artistico la cui pratica si articola in video\, film\, performance e installazione\, fino ad arrivare a collaborazioni nel campo della regia teatrale e lirica. Attraverso un vocabolario formale che attinge alla dimensione simbolica delle immagini in movimento\, gli artisti esplorano l’universo delle relazioni umane nei loro aspetti più profondi\, legati spesso ai temi dell’incomunicabilità e della distanza psicologica. La protagonista di Daily Routine abita una casa spoglia fatta di vetro e cemento\, all’interno della quale pochi arredi minimalisti punteggiano uno spazio altrimenti vuoto. Dall’imbrunire fino alla notte\, la sua solitudine è interrotta da una sequenza di gesti ordinari cui sembra essere ormai assuefatta: controllare le telecamere di sicurezza\, fumare\, prepararsi la cena e allenarsi su una cyclette ellittica. Diventa presto evidente come questa architettura severa e trasparente sia\, in realtà\, uno strumento di controllo: tutto è visibile dall’esterno e uno sguardo lontano sembra registrare ogni movimento che avvenga all’interno di questa struttura del dominio. Il silenzio che grava su questa casa è interrotto solo da poche\, perentorie comunicazioni telefoniche\, quasi fossero istruzioni che non richiedono risposte: una voce maschile si assicura che tutto sia sigillato ed esprime soddisfazione per la perfezione degli arredi. Attraverso una estrema economia di azioni e narrazione\, i MASBEDO trasformano la telecamera in uno strumento ossessivo del dominio maschile\, mettendo in scena di quest’ultimo il delirio narcisistico\, l’ansia di controllo e l’espressione della violenza attraverso la più quita forma di oggettificazione della propria partner. In Daily Routine l’abuso non ha bisogno di manifestarsi in gesti improvvisi ed eclatanti: esso si è\, infatti\, sedimentato nella dinamica relazionale di coppia\, impregna i muri e si riflette sulle ampie vetrate\, abita i silenzi e scandisce con ritmo infernale l’allenamento fisico\, fino a penetrare nei gesti stessi della nutrizione. Ed è proprio nell’aspetto meccanico dell’esercizio fisico che si esprime la dimensione più sottile e agghiacciante di quest’opera\, che della violenza evoca il basso continuo e il battito costante. \nMASBEDO sono Nicolò Massazza (Milano\, 1973) e Iacopo Bedogni (Sarzana\, 1970)\nVivono a Milano\, lavorano insieme dal 1999 e hanno sviluppato la loro arte nell’ambito specifico della videoarte e dell’installazione video. Da un punto di vista contenutistico la loro ricerca affronta\, tra gli altri temi\, il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Ciò ha condotto alla realizzazione di opere di sapore più intimistico e\, viceversa\, a opere dall’esito antropologico-sociale-politico. Da un punto di vista formale i MASBEDO hanno un approccio pittorico nella realizzazione dei loro video e perseguono l’obiettivo di coinvolgere lo spettatore gestendo lo spazio creato dal video concependo l’immagine in movimento in modo installativo e immersivo. Il lavoro dei MASBEDO è una sintesi di teatro\, performance\, spazio\, architettura e video/cinema e la dimensione narrativa legata all’immagine in movimento trova nell’installazione video una sua spazializzazione. Loro opere sono state esposte in musei\, biennali e istituzioni di tutto il mondo\, tra cui: 2019 – ICA Istituto Contemporaneo per le Arti Milano\, Palazzo Dugnani Milano; 2018 – MAMM Multimedia Art Museum Moscow\, Manifesta12 Palermo\, Kunstlaboratorium Vestfossen Oslo\, Centre Pompidou/Forum des Images Paris\, Haus der Kulturen der Welt Berlin; 2017 – Marta Herford; 2016 – Reggia di Venaria Reale Torino\, Museum of Contemporary Art Zagreb\, Nomas Foundation Roma\, Blickle Foundation Stuttgart; 2015 – MART Rovereto\, Changjiang Museum of Contemporary Art\, Art Basel Film Hong Kong Arts Centre; 2014 – Fondazione Merz; 2013 – Leopold Museum Vienna\, MAMBA Museo de Arte Moderno de Buenos Aires; 2012 – Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Rivoli-Torino; 2011 – Art Unlimited Basel\, MAXXI Roma\, OK Offenes Kulturhaus Linz\, EMAF European Media Art Festival Osnabrück; 2010 – Center for Contemporary Art Ujazdowsky Castle Warsaw\, CAAM Centro Atlántico de Arte Moderno Las Palmas\, Kaohsiung Museum of Fine Arts Taiwan; 2009 – Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía Madrid\, 53. Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia; 2007 – Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci Prato\, Tel Aviv Museum of Art; 2006 – CCCB Centre de Cultura Contemporània de Barcelona\, DA2 Domus Artium 02 Salamanca\, Hangar Bicocca Milano. \n\nElena Mazzi\nMuse\, 2020\nVideo 4K\, 13’ 30’’ [estratto 5’]\nCourtesy l’artista\, galleria Ex Elettrofonica e Fondazione In Between Art Film \nLa poetica di Elena Mazzi riguarda il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Seguendo un approccio prevalentemente antropologico\, la sua analisi indaga e documenta l’identità sia personale che collettiva relativa a uno specifico territorio mettendo in evidenza le diverse forme di scambio e trasformazione. Elena Mazzi nel video Muse accompagna per mano lo spettatore nell’incubo della violenza di genere attraverso la bellezza straniante delle statue greco-romane conservate nell’Antiquarium della Domus Grimani a Venezia. Il video inizia con delle inquadrature di particolari di interni come se quelle sale fossero ancora vissute mentre una voce narrante ci porta nell’intimità della persona che abitava\, o forse ancora abita\, quelle stanze solitarie. Il ritmo visivo cambia quando la camera comincia ad inquadrare particolari anatomici dei corpi e dei volti di uomini e donne dell’antichità\, corpi restaurati\, rimessi insieme\, tagli e suture nel marmo\, dettagli su mani dalle dita mozzate\, gambe e corpi che si susseguono\, mettendo in relazione statue maschili e femminili da diverse angolazioni\, con luci naturali che tagliano gli sguardi. Sono statue trafugate da altri luoghi\, in un’epoca di crudo colonialismo che stride con il perfetto equilibrio estetico in cui sono allestite. Sono corpi che ci raccontano storie lontane\, di relazioni amorose\, di violenza\, di mito\, di saccheggio\, di morte e di rinascita. La voce narrante ci parla di stupri\, di rapimenti e di dei violenti che non esitano a trasformarsi per poter raggirare le loro prede sessuali\, esseri umani disarmati e bellissimi sia uomini che donne. Il testo è stato costruito selezionando alcuni miti in cui la violenza è il fulcro del racconto e inserendolo in una narrazione più ampia che mette in relazione quel passato mitologico con la contemporaneità mettendo in evidenza come certe dinamiche comportamentali si ripetano ancora oggi sempre uguali. Questa narrazione visivamente potente ci porta in un mondo violento\, quello del mito\, fatto di sopraffazione e dominazione e in cui questa violenza viene agita direttamente da un Dio iroso e desiderante. \nElena Mazzi (Reggio Emilia\, 1984)\nElena Mazzi dopo gli studi presso l’Università di Siena e lo IUAV di Venezia\, ha trascorso un periodo di formazione al Royal Institute of Art (Konsthögskolan) di Stoccolma. Partendo dall’esame di territori specifici\, nelle sue opere rilegge il patrimonio culturale e naturale dei luoghi intrecciando storie\, fatti e fantasie trasmesse dalle comunità locali\, nell’intento di suggerire possibili risoluzioni del conflitto uomo-natura-cultura. La sua metodologia di lavoro\, vicina all’antropologia\, privilegia un approccio olistico volto a ricucire fratture in atto nella società\, che parte dall’osservazione e procede combinando saperi diversi. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive\, tra cui: Whitechapel Gallery di Londra\, BOZAR a Bruxelles\, Museo Novecento di Firenze\, MAGA di Gallarate\, GAMeC a Bergamo\, MAMbo a Bologna\, AlbumArte a Roma\, Sonje Art Center a Seoul\, Palazzo Ducale a Urbino\, Palazzo Fortuny a Venezia\, Fondazione Golinelli a Bologna\, Centro Pecci per l’arte contemporanea a Prato\, 16° Quadriennale di Roma\, GAM di Torino\, 14° Biennale di Istanbul\, 17° BJCEM Biennale del Mediterraneo\, Fittja Pavilion durante la 14° Biennale d’Architettura di Venezia\, COP17 a Durban\, Istituto Italiano di Cultura a New York\, Bruxelles\, Stoccolma\, Johannesburg e Cape Town\, Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Ha partecipato a diversi programmi di residenza in Italia e all’estero. È vincitrice\, tra gli altri\, della 7° edizione dell’Italian Council promosso dal Ministero dei Beni Culturali\, del XVII Premio Ermanno Casoli\, Premio STEP Beyond\, Premio OnBoard\, VISIO Young Talent Acquisition prize\, premio Eneganart\, borsa Illy per Unidee\, Fondazione Pistoletto\, nctm e l’arte\, premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, premio Lerici Foundation\, Movin’up. \n\nAdrian Paci\nVedo rosso\, 2020\nVideo\, 11’ 38’’ [estratto 5’]\nTesto e voce Daria Deflorian\nCourtesy l’artista\, kaufmann repetto\, Peter Kilchmann Gallery e Fondazione In Between Art Film \nSin dalla fine degli anni Novanta\, Adrian Paci ha sviluppato una pratica artistica che contempla video\, film\, pittura\, fotografia e installazione. Centrale nel suo lavoro è il tema della dislocazione\, che Paci affronta attraverso la rappresentazione dei flussi migratori globali e\, con linguaggio poetico e metaforico\, trattando la trasformazione delle immagini tra cinema e pittura\, la natura cangiante della memoria personale e il rapporto tra immagini in movimento\, storia e realtà. In Vedo rosso le immagini sono pressochè assenti: lo schermo è saturo di un rosso palpitante che\, solo per alcuni istanti\, è interrotto dalla comparsa di un occhio. La scelta\, quasi paradossale\, di affrontare il dramma della violenza domestica attraverso la negazione dell’immagine rivela una sorta di “impossibilità” del racconto: il rosso\, infatti\, è quello di un dito che ostruisce la telecamera del telefonino\, una sorta di errore\, di disturbo della registrazione delle immagini che sovente accade. È come se l’obiettivo del cellulare non riuscisse a riprendere l’ambiente domestico e fosse continuamente frustrato\, ricacciato in una dimensione claustrofobica. Gli occhi che fanno una fugace apparizione sono frammenti di ritratti filmici di rifugiate siriane che Paci ha girato a Beirut nel 2018: anche qui siamo di fronte a un movimento – quello migratorio e legato alla salvezza – che viene negato\, insieme con la possibilità\, spesso sottratta ai rifugiati\, di raccontare la propria storia al di là delle semplificazioni prodotte dei media. Un testo originale scritto e interpretato dall’autrice teatrale e attrice Daria Deflorian fornisce la struttura narrativa: qui il potere del racconto trasforma l’assenza di immagini in uno spazio drammaturgico e di ascolto cui lo spettatore non può sottrarsi\, e che trasmette tanto la complessità e le contraddizioni dell’abuso quanto la vischiosità di certe relazioni. Vedo rosso è una polifonia per colore e voce\, una tessitura che intreccia tre forme di isolamento\, di costrizione e di negazione tanto spaziali quanto interiori e che tematizza sia il limite – fisico\, psicologico\, individuale e collettivo – sia il desiderio del suo superamento. \nAdrian Paci (Shkodër\, Albania\, 1969)\nAdrian Paci ha studiato pittura nell’Accademia di Belle Arti di Tirana. Nel 1997 si è spostato a Milano dove vive e lavora. Durante la sua carriera artistica ha avuto mostre personali nelle varie istituzioni internazionali come Galleria Nazionale dell’Arte\, Tirana (2019)\, Krems Kunsthalle (2019)\, Museo Novecento\, Firenze (2017); MAC\, Musée d’Art Contemporain de Montréal (2014); Padiglione d’Arte Contemporanea – PAC\, Milano (2014); Jeu de Paume\, Parigi (2013); National Gallery of Kosovo\, Prishtina (2012); Kunsthaus Zürich\, Zurigo (2010); Bloomberg Space\, Londra (2010); The Center for Contemporary Art – CCA\, Tel Aviv (2009); Museum am Ostwall\, Dortmund (2007); MoMA PS1\, New York (2006) and Contemporary Arts Museum\, Houston (2005). Tra le varie mostre collettive\, i lavori di Adrian Paci sono stati esposti nella 14esima Biennale di Architettura – La Biennale di Venezia (2014); nella 48esima e nella 51esima edizione della Mostra Internazionale – La Biennale di Venezia (rispettivamente nel 1999 e 2005); nella 15esima Biennale di Sydney (2006); nella 15esima Quadriennale di Roma\, dove ha vinto il primo premio (2008); nella Biennale de Lyon (2009); e nella quarta i Biennale di Salonicco (2013). I suoi lavori si trovano in numerose collezioni pubbliche e private come Metropolitan Museum\, New York\, Museum of Modern Art\, New York\, Musée d’Art Contemporain de Montréal\, Centre Pompidou\, Parigi\, Israel Museum\, Gerusalemme\, MAXXI\, Roma\, Fundació La Caixa\, Barcellona\, Moderna Museet\, Stoccolma\, Kunsthaus Zürich\, Zurigo\, UBS Art Collection\, Londra\, Museum of Contemporary Art\, Miami\, New York Public Library\, New York\, Solomon Guggenheim Foundation\, New York\, Seattle Art Museum\, Seattle. Adrian Paci insegna pittura e arti visive presso la Nuova Accademia di Belle Arti\, NABA\, Milano. Ha insegnato materie artistiche all’Accademia Carrara di Belle Arti\, Bergamo\, 2002-2006\, IUAV\, Venezia\, 2003-2015\, e ha tenuto lezioni e laboratori d’arte in varie Università\, Accademie e Istituzioni artistiche in vari paesi del mondo. \n\nIván Argote\nEspacios Seguros\, 2020\nVideo 2K\, 19’ 55’’ [estratto 5’]\nCourtesy l’artista\, Galerie Perrotin\, Galería Vermelho\, Galería Albarrán Bourdais e Fondazione In Between Art Film \nLa ricerca di Iván Argote è incentrata sull’indagine dei sistemi complessi che regolano le relazioni tra individui e le modalità con cui la storia\, i ruoli sociali e il potere si riflettono sulle strutture delle città e dello spazio pubblico. Le sue opere sono realizzate con una grande varietà di mezzi tra cui: video\, fotografia\, scultura\, disegno e installazione. In Espacios Seguros (Spazi sicuri) Argote connette idealmente due città che sono legate alla sua biografia: Bogotá\, dove è nato e cresciuto\, e Parigi\, dove si è formato come artista e dove vive. Due contesti molto diversi tra loro su un piano politico\, economico e sociale\, ma dove la violenza contro le donne è presente con numeri e dinamiche tragicamente simili. L’artista riprende nel suo quartiere le scritte del collettivo di attiviste anonime “collage feminicides”\, che denunciano\, attraverso frasi concise e con un’identità grafica semplice ma immediatamente riconoscibile\, la diffusione della violenza di genere e dei femminicidi in Francia. Lo zoom della telecamera concentra lentamente il punto di vista sui collage\, mentre intorno la città procede con i suoi ritmi abituali\, colpevolmente indifferente al dramma che le frasi rivelano. Argote sposta così il terreno del confronto dallo spazio domestico a quello pubblico\, costringendoci a riflettere sulla normalizzazione della violenza e sul paradosso di un problema apparentemente nascosto\, ma in realtà perfettamente visibile. Alle immagini dei collage si sovrappone la voce di Diana Rodriguez Franco\, “Secretaria de la Mujer de Bogotá” (Segretaria della donna di Bogotá)\, il ministero della città che si occupa di implementare politiche pubbliche per la prevenzione e il supporto alle donne vittime di violenza. Nell’intervista\, realizzata dall’artista\, la funzionaria racconta come ha sviluppato il programma Espacios seguros in risposta al crescente numero di casi di violenza domestica durante la pandemia di COVID-19. I testi\, le immagini e i suoni\, seppur in lingue diverse\, creano una grammatica comune che sottolinea la gravità della situazione e la necessità di agire subito. \nIván Argote (Bogotá\, 1983; vive a Parigi)\nLe opere di Iván Argote esplorano il rapporto tra storia\, politica e costruzione delle nostre soggettività. I suoi film\, le sculture\, i collage e le installazioni in spazi pubblici tentano di generare domande su come ci relazioniamo con gli altri\, con lo stato\, con il patrimonio e le tradizioni. Le sue opere sono critiche\, a volte anche anti-establishment\, e affrontano l’idea di portare sentimenti alla politica e la politica ai sentimenti con un tono forte e tenero. Tra le mostre personali di Iván Argote si segnalano: Juntos Together\, ASU – Arizona State University Art Museum\, Tempe (AZ); Tenerezza radicale\, MALBA\, Buenos Aires\, 2018; Deep Affection\, Perrotin\, Parigi\, 2018; Somos Tiernos\, Museo Universitario del Chopo\, Messico\, 2017; Somos\, Galeria Vermelho\, San Paolo\, 2017; La Venganza del Amor\, Perrotin\, New York\, 2017; Sírvete de mi\, sírveme de ti\, Proyecto Amil\, Lima\, 2016; Strengthlessness\, Standard High Line\, New York\, 2016; Un’idea di progresso\, SPACE\, Londra\, 2016; Cómo lavar la losa coherentemente\, NC Arte\, Bogotá\, 2016; La puesta en marcha de un sistema\, Galeria ADN\, Barcellona\, 2015; Reddish Blue\, DT Project\, Bruxelles\, 2015; Scriviamo una storia di speranze\, Galeria Vermelho\, San Paolo\, 2014; Strengthlessness\, Galerie Perrotin\, Parigi\, 2014; La Estrategia\, Palais de Tokyo\, Parigi\, 2013; Sin heroísmos\, por favor\, CA2M\, Madrid\, 2012. Ha anche partecipato a numerose mostre collettive\, biennali e festival cinematografici tra gli altri: 2019 – Desert X\, Coachella Valley\, California; Poéticas de la emoción\, Caixa Forum\, Barcellona; 2018 – La strada. Dove si crea il mondo\, MAXXI\, Roma; How to See [What Isn’t There]\, The Burger Collection Hong Kong at Langen Foundation\, Neuss\, Germania; Wonderland\, High-line\, New York; Regreso al futuro\, Casa Encendida\, Madrid; Hybrid Topographies\, Deutsche Bank Collection\, New York; 2017 – Bienal Sur\, Buenos Aires & Bogotá; Continua Sphères Ensemble\, Le Centquatre-Paris\, Parigi; Du Verbe à La Communication\, Carré d’Art\, Nîmes; A Decolonial Atlas\, Vincent Price Art Museum\, Monterey Park\, California; Monumentos\, anti-monumentos y nueva escultura pública\, Museo de Arte de Zapopan\, Zapopan; Future Generation Art Prize\, PinchukArtCentre\, Kiev & Venice Biennale; 2016 – Bread and Roses\, Museum of Modern Art\, Varsavia; Festival Hors Pistes\, Centre Pompidou\, Parigi & Malaga; Ideologue\, Utah Museum of Contemporary Art\, Salt Lake City; Dear Betty: Run Fast\, Bite Hard!\, GaMEC\, Bergamo; 2015 – Intersections\, Cisneros Fountanals Foundation\, Miami; 5th Thessaloniki Biennale\, Salonicco; Levitate\, Museums Quartier\, Vienna; L’éloge de l’heure\, MUDAC\, Losanna; 2014 – Buildering: Misbehaving the City\, Blaffer Art Museum\, Houston & CAC Contemporary Arts Center\, Cincinnati; Colonia Apocrifa\, MUSAC\, Léon; The Part In The Story…\, Witte de With\, Rotterdam; Utopian Days – Freedom\, Total Museum of Contemporary Art\, Seoul; All about these…\, National Gallery of Arts\, Tirana; Festival Hors Pistes\, Centre Pompidou\, Parigi; 2013 – Los irrespetuosos\, Museo Carrilo Gil\, Città del Messico; 2012 – 30th Sao Paulo Biennial\, San Paolo; Girarse\, Joan Miró Fundation\, Barcellona. \n\nEva Giolo\nFlowers blooming in our throats\, 2020\n16mm trasferito su supporto digitale\, 8’ 42” [estratto 5’]\nCourtesy l’artista\, Fondazione In Between Art Film e Elephy \nEva Giolo è un’artista visiva che impiega strategie documentarie per indagare storie personali e familiari\, con uno sguardo intenso e sensibile sul mondo femminile. Nella sua pratica utilizza spesso riprese in 16mm e found footage provenienti da archivi di home video e dal suo privato. Filmato in 16mm subito dopo il lockdown dovuto alla pandemia di COVID-19\, Flowers blooming in our throats è un ritratto cinematografico intimo e poetico dei fragili equilibri che regolano la quotidianità nel contesto domestico. L’artista riprende un gruppo di donne\, con cui condivide legami di amicizia\, mentre nelle loro case eseguono piccole azioni seguendo le sue indicazioni. Giolo sceglie di percorrere un confine labile dove i gesti rimangono simbolicamente ambigui\, espressione di una violenza non immediatamente riconoscibile. Mani che cercano di sostenersi e di sottrarsi\, ma anche di stringere e colpire\, in un gioco sottile di suoni e riferimenti che alimenta il senso di tensione e disagio nello spettatore. Una conversazione gestuale\, composta da sequenze visive che si ripetono\, in cui il tempo è scandito dalla rotazione di una piccola trottola\, anch’essa instabile e precaria come gli equilibri in una relazione affettiva. L’artista utilizza ripetutamente un filtro rosso sull’obiettivo\, creando un dispositivo concettuale che sfrutta un elemento di astrazione per occultare e trasfigurare le immagini. L’inserimento meccanico del filtro nell’obiettivo diventa così una simulazione di un atto violento\, che immediatamente cambia la nostra percezione della memoria di uno stesso gesto già visto in precedenza. Questa compresenza di opposti si ritrova anche nel titolo che metaforicamente associa alla bellezza di un fenomeno naturale\, e implicitamente all’amore\, il rischio di trasformarsi in un impulso soffocante. \nEva Giolo (Bruxelles\, 1991)\nEva Giolo è un’artista audiovisiva\, il suo lavoro cinematografico mostra una propensione a catturare storie familiari\, proprie o altrui. Usando le strategie documentarie\, dipinge i suoi ritratti e crea una finestra su mondi interni invisibili e privati. Eva Giolo ha conseguito il suo diploma alla Royal Academy of Arts (KASK) di Ghent\, proseguendo i suoi studi presso il Media Arts Departement del KASK e presso il Kanazawa College of Art in Giappone. Ha completato la sua educazione musicale all’Institute of Contemporary Music di Londra. Tra le esposizioni più recenti si segnalano: GEM\, L’Aia (Vordemberge-Gildewart Award 2020); Brakke Grond\, Amsterdam (Folding Figures 2019); Palazzo Strozzi\, Firenze (VISIO: Moving Images After Post-Internet 2019); Arthaus Movie Theater\, L’Avana (Arthaus Artist Residency 2019); Nona\, Mechelen (Cedric Willemen Award 2019); FIDMarseille\, Marseille (Expanded Trails 2019); M HKA\, Anversa (Failures of Cohabitation\, 2019); Kunsthalle Wien\, Vienna (Antarctica. An Exhibition about Alienation 2018); Rencontres International Paris/Berlin (Haus der Kulturen der Welt 2018); Visite Film Festival\, Het Bos\, Anversa (Homeless Movies 2018); Imagine Science Film Festival\, New York (Memory Error\, 2017); TAZ#17\, Ostenda (On the look out\, 2017); Côté court\, Parigi (Art vidéo #2\, 2017); International Film Festival Rotterdam (Deep Focus\, 2017); Blaa Galleri\, Copenhagen (Unfold II\, 2016); Huis Van Alijn\, Ghent (Homeless movies\, 2016); BOZAR\, Brussels (Hommage\, 2016); Courtisane Film Festival\, Ghent (Notes on Cinema\, 2016/2019); Ishibiki Gallery\, Kanazawa (Mu\, 2014); In Out Film Festival\, Gdansk (II część\, 2014). Eva Giolo ha vinto il VAF Wildcard per il film sperimentale (2016) e il Cedric Willemen Award nel 2019. È stata nominata per il VG Award 2020. È stata residente post-lauream presso l’HISK (2018-2020) e ha ottenuto una residenza artistica presso WIELS che si è tenuta nell’estate 2020. È un membro fondatore di Elephy. \n\nBasir Mahmood\nSunsets\, everyday\, 2020\nVideo\, 14’ 55’’ [estratto 5’]\nCourtesy l’artista e Fondazione In Between Art Film \nFormatosi come scultore\, Basir Mahmood utilizza il video e la fotografia per riflettere sui meccanismi di costruzione del linguaggio cinematografico e per confrontarsi con il valore estetico e politico della realtà quotidiana. Sunsets\, everyday è il risultato di una ricerca iniziata dall’artista immaginando il processo\, sia fisico sia cinematografico\, che genera le immagini di violenza domestica. Durante il lockdown alcune vittime hanno coraggiosamente utilizzato i social media per condividere fotografie dei loro volti\, per incoraggiare altre donne a denunciare. Le ferite e i segni sui loro corpi erano l’unica prova tangibile dei colpi e del dolore che avevano subito\, e per l’artista sono state il punto di partenza per riflettere su tutto quello che accade lontano dal nostro sguardo. Mahmood ha quindi commissionato a un team di produzione cinematografica in Pakistan di ricreare e filmare in sua assenza una scena ripetuta di violenza domestica\, seguendo le sue istruzioni e alcune immagini di riferimento. Mentre la troupe principale era impegnata a lavorare\, due cameramen avevano l’indicazione di filmare in continuo l’intero processo e gli elementi del set nei minimi dettagli. Questa metodologia di lavoro a distanza\, da lui spesso utilizzata\, attiva una riflessione su un piano concettuale sul ruolo dell’artista e sulla sua autorialità\, rendendolo testimone e osservatore della sua stessa opera. La messa in scena della violenza è quindi ciò che genera le immagini sullo schermo\, ma l’atto in sé è quasi del tutto negato allo spettatore. Sono infatti visibili solo stretti primi piani e piccole porzioni di corpi femminili. L’artista rifiuta così qualsiasi spettacolarizzazione e si concentra invece sul processo cinematografico e sui codici del suo linguaggio. Un metacinema della violenza i cui protagonisti sono tecnici e membri della troupe sottoposti alla richiesta estenuante di ripetere la scena per 16 ore consecutive di riprese. Il set stesso è indagato dalla telecamera con uno sguardo forense\, e gli oggetti che lo compongono sono portati sullo stesso piano di valore delle persone. Testimoni forzati della violenza che si consuma di fronte a loro. La riproposizione quasi ossessiva degli stessi gesti\, come la pulizia del pavimento\, diventa così espressione della quotidianità della violenza. Un atto che si ripete attraverso una tragica continuità. Tutti i giorni\, inevitabile come un “tramonto”. \nBasir Mahmood (Lahore\, Pakistan\, 1985)\nBasir Mahmood ha frequentato a Lahore la Beaconhouse National University. Nel 2011 ottiene una borsa di studio presso l’Akademie Schloss Solitude a Stoccarda\, in Germania. Tra il 2016 e il 2017 gli viene assegnata una Research-Fellowship di due anni presso la Rijksakademie van beeldende kunsten di Amsterdam. Il suo lavoro riflette le tematiche sociali e storiche che riguardano anche il suo ambiente personale. Nei suoi video\, film e fotografie\, Mahmood unisce pensieri\, scoperte e intuizioni intrecciando sequenze poetiche e differenti forme di narrazione. Dal 2011\, le sue opere sono state esposte in numerosi musei e istituti culturali tra cui si segnala: The Garden of Eden\, Palais de Tokyo\, Parigi\, 2012; III Biennale Internazionale di Mosca\, Mosca\, 2012; Broad Museum\, Michigan State University\, East Lansing\, 2012; Asia Pacific Time of others\, Museum of Contemporary Art Tokyo\, Tokyo\, 2015; Biennale di Yinchuan\, Yichuan\, 2016; Abraaj Group Art Prize Show\, Dubai\, 2016; Contour Biennale 8\, Malines\, 2017; Tableaux Vivants\, Fondazione Etrillard\, Parigi\, 2017; 10a Biennale di Berlino per l’arte contemporanea\, Berlino\, 2018; Freedom of Movement\, Stedelijk Museum\, Amsterdam\, 2018 e Biennale Internazionale di Innsbruck\, 2020. Mahmood ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per il suo lavoro. Recentemente è stato selezionato come finalista del prestigioso Paulo Cunha e Silva Art Prize\, una mostra che include le opere dei sei finalisti tenuta presso la Galeria Municipal do Porto nel giugno 2020. Il suo lavoro è presente in diverse collezioni private\, le sue opere sono state acquisite dalla collezione Queensland Art Gallery di Brisbane\, in Australia\, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam e dal Centre National des Arts Plastiques di Parigi. \nJanis Rafa\nLacerate\, 2020\nVideo 3.2K\, 16’ 20’’ [estratto 5’]\nCourtesy l’artista\, Martin van Zomeren Gallery e Fondazione In Between Art Film \nJanis Rafa lavora prevalentemente con il linguaggio cinematografico attraverso lungometraggi\, video-essays e video-istallazioni. Le sue opere sono spesso permeate da elementi di realismo magico ed esplorano il potenziale simbolico della relazione tra umani e altre specie\, riflettendo su temi universali come mortalità\, coesistenza e coscienza ecologica. Lacerate fonde elementi realistici con una dimensione onirica e simbolica\, per raccontare il gesto estremo di una donna che da vittima si trasforma in carnefice. Ispirata dall’iconografia delle rappresentazioni pittoriche di storie mitologiche e bibliche\, come Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi\, Rafa decide tuttavia di rivelare il momento successivo all’azione di vendetta – o di difesa – quando il dramma si è già consumato. Il film è costruito come una serie di mise-en-scène in cui l’ambiente domestico\, illuminato solo con luce naturale\, è dominato da un branco di cani che si muovono nervosamente aggredendo mobili e oggetti. L’interno della casa è uno spazio mentale\, violato e lacerato come un corpo che ha subito violenza. Frutta\, cacciagione e resti di cibo sono disposti come nature morte\, con elementi allegorici che richiamano alla caducità della vita e alla perdita dell’innocenza. Un ecosistema sospeso e ostile\, in cui la brutalità subita da altre specie si trasferisce per osmosi agli esseri umani. L’artista immagina che la muta da caccia e gli altri cani\, forse posseduti dalla coppia e testimoni degli abusi subiti negli anni\, siano tornati come fantasmi dal passato. Storicamente simboli di fedeltà verso il padrone\, nel film i cani si ribellano diventando guardiani della donna\, per sostenerla e proteggerla nel processo di liberazione dal suo persecutore. A scatenarsi è quindi la parte irrazionale e animalesca dell’inconscio\, che tuttavia permette alla donna di tornare in controllo delle proprie scelte\, e di salvarsi. \nJanis Rafa (Atene\, 1984; vive e lavora ad Amsterdam e Atene)\nHa completato la sua formazione all’Università di Leeds (2002-2012) con un dottorato sulla videoarte ed è stata residente alla Rijksakademie (2013-2014). Nel 2019 ha presentato la sua prima mostra personale al Centraal Museum di Utrecht. Di recente ha completato il suo primo lungometraggio\, Kala Azar (2020)\, che è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Tiger Competition dell’International Film Festival di Rotterdam\, vincendo l’AFK award per la migliore (co)produzione olandese. Il film sarà presentato in anteprima negli Stati Uniti al MoMA nella sezione New Directors/New Films e al Lincoln Center (New York). Uscirà nei Paesi Bassi nell’agosto 2020. Le opere di Janis Rafa sono state esposte a Palazzo Medici Riccardi (2017)\, Centre d’art contemporain Chanot (2017)\, Kunsthalle Munster (2017)\, Museum Voorlinden (2017)\, EYE Film Institute (2016)\, Kunstfort Vijfhuizen (2016)\, Palazzo Strozzi (2015)\, Museo statale di arte contemporanea di Salonicco (2011)\, Manifesta 8 (2010). Le sue opere sono state proiettate in festival cinematografici come: IFF Rotterdam\, Netherlands Film Festival\, BFI London\, Viennale IFF e Rencontres Internationales (2016\, 2010). Il suo lavoro fa parte delle collezioni dello Stedelijk Museum e della collezione del Centraal Museum di Utrecht.
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SUMMARY:Carolyn Christov-Bakargiev racconta “William Kentridge. Respirare” insieme ad Andrea Viliani
DESCRIPTION:Mercoledì 27 gennaio alle 16.30 Carolyn Christov-Bakargiev\, Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea racconterà “William Kentridge. Respirare”\, la mostra allestita presso la Chiesa di San Domenico ad Alba. Seguirà un intervento di Andrea Viliani\, Responsabile e Curatore del Centro di Ricerca Castello di Rivoli CRRI\, che approfondirà le tematiche espresse dall’artista sudafricano attingendo ai materiali dell’esposizione documentaria “Dallo studio di William Kentridge”\, attualmente allestita presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.  \n  \nCOME PARTECIPARE:\n\nLa partecipazione è gratuita ma l’iscrizione è obbligatoria. A tutti gli iscritti verranno inviati via mail il link e i dettagli per collegarsi. \nhttps://www.eventbrite.it/e/biglietti-carolyn-christov-bakargiev-e-andrea-viliani-raccontano-william-kentridge-137908751789 \nhttps://www.eventbrite.it/e/biglietti-carolyn-christov-bakargiev-e-andrea-viliani-raccontano-william-kentridge-137908751789 \nLA RASSEGNA:\n\nUn programma di conversazioni webinar incentrato sulle nuove mostre “E luce fu. Giacomo Balla\, Lucio Fontana\, Olafur Eliasson\, Renato Leotta” e “William Kentridge. Respirare” allestite rispettivamente a Cuneo e Alba. Si tratta di cinque incontri con relatori d’eccezione\, tra cui gli artisti Olafur Eliasson e Renato Leotta\, che si terranno per cinque mercoledì consecutivi dal 13 gennaio 2021. Durante i webinar verranno affrontate tematiche che spaziano dal ruolo degli artisti e di chi promuove arte e cultura nella società contemporanea ad approfondimenti sulla tematica della luce nell’arte e nella filosofia. Gli appuntamenti sono organizzati in collaborazione con Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Feliz comunicazione. \n  \nCALENDARIO DEI WEBINAR:\nMercoledì 3 febbraio alle ore 18Silvano Petrosino\, professore ordinario di Filosofia teoretica del Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano\, propone una conferenza su luce e arte che prenderà le mosse da “Piccola metafisica della luce”\, libro che il docente ha pubblicato per Jaca Book nel 2004 e che è attualmente in ristampa. Lo introduce e lo accompagna Vanna Pescatori de La Stampa. \nIl link per l’iscrizione verrà pubblicato nei prossimi giorni \nMercoledì 10 febbraio alle ore 18 si terrà una tavola rotonda sul tema “Il Gallerista del futuro”\, per approfondire il modo contemporaneo di fare arte e i circuiti di mercato alternativi\, dall’autopromozione degli artisti\, agli scambi internazionali\, alle residenze artistiche\, all’impegno e il dialogo diretto con la società. Partecipano i fondatori di Cripta 747\, associazione artistica no profit nata a Torino nel 2008 e della quale fa parte anche l’artista Renato Leotta\, e il pittore Daniele Galliano. Il webinar sarà moderato dallo storico dell’arte Enrico Perotto.
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SUMMARY:In conversazione con Michele Di Monte
DESCRIPTION:Nell’ambito del programma pubblico della Collezione Cerruti\, il polo museale Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Collezione Cerruti\, in collaborazione con Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma\, presenta una lettura critica del curatore Michele Di Monte alla mostra L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano\, attualmente in corso a Palazzo Barberini. \nDi Monte\, intervistato dal direttore Carolyn Christov-Bakargiev e dallo storico dell’arte Fabio Cafagna\, ci farà scoprire\, tra gli altri\, i capolavori di Giandomenico Tiepolo\, Hans Memling e Sofonisba Anguissola offrendoci inedite chiavi di lettura sulla problematica e seducente relazione che le opere d’arte instaurano con chi le guarda. \nL’appuntamento si tiene giovedì 21 gennaio alle ore 16 e sarà possibile seguirlo in diretta streaming sulla nostra piattaforma Zoom (ID: 995 2815 4308) e la nostra pagina Facebook.
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SUMMARY:Renato Leotta in conversazione con Marianna Vecellio
DESCRIPTION:Mercoledì 20 gennaio alle ore 16.30 l’artista Renato Leotta dialoga con Marianna Vecellio\, Curatore del Castello di Rivoli. La conversazione approfondisce i temi legati all’opera in mostra “Sole”\, nella quale fari di automobili dismesse illuminano specifici dettagli dell’architettura e delle antiche decorazioni del Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo. \nCOME PARTECIPARE:\n\nLa partecipazione è gratuita ma l’iscrizione è obbligatoria sul sito https://www.fondazionecrc.it/index.php/webinar/calendario-webinar/arte/mercoledi-con-renato-leotta \nA tutti gli iscritti verranno inviati via mail il link e i dettagli per collegarsi. \n  \nLA RASSEGNA:\n\nUn programma di conversazioni webinar incentrato sulle nuove mostre “E luce fu. Giacomo Balla\, Lucio Fontana\, Olafur Eliasson\, Renato Leotta” e “William Kentridge. Respirare” allestite rispettivamente a Cuneo e Alba. Si tratta di cinque incontri con relatori d’eccezione\, tra cui gli artisti Olafur Eliasson e Renato Leotta\, che si terranno per cinque mercoledì consecutivi dal 13 gennaio 2021. Durante i webinar verranno affrontate tematiche che spaziano dal ruolo degli artisti e di chi promuove arte e cultura nella società contemporanea ad approfondimenti sulla tematica della luce nell’arte e nella filosofia. Gli appuntamenti sono organizzati in collaborazione con Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Feliz comunicazione.
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SUMMARY:GRAZIE FIORENZO!
DESCRIPTION:GRAZIE FIORENZO! \nUn appuntamento online per ricordare con musica e parole Fiorenzo Alfieri a un mese dalla sua scomparsa \nAd un mese dalla sua prematura scomparsa a causa del Covid\, si terrà mercoledì 13 gennaio alle ore 18.30 un appuntamento per ricordare Fiorenzo Alfieri\, insegnante\, pedagogista\, a lungo amministratore della città\, ma soprattutto uomo di profonda passione e costante curiosità per l’arte e la cultura. Da qui\, su iniziativa della famiglia insieme ad alcuni amici\, l’idea di realizzare un incontro in sua memoria che\, attraverso il linguaggio della musica e le parole del teatro che ha amato tanto e che ha saputo far amare a tanti\, permetta a tutti coloro che gli hanno voluto bene di ritovarsi. \nIl programma prevede: \n\nIntroduce Giulietta Alfieri\nAntonia Spaliviero intervista Fiorenzo Alfieri (2012)\, inedito\,\n\nL’animazione\, il teatro\, la scuola \n\n Filarmonica TRT\n\nFagotto: Niccolò Pallanch \nVioloncello: Amedeo Cicchese \nW.A.Mozart \nSonata K292 per fagotto e violoncello \nW.A. Mozart \nDa Nozze di Figaro: Voi che sapete \nW.A. Mozart \nDa La clemenza di Tito: Ah perdona al primo affetto \n\nLettura di Gabriele Vacis e dei ragazzi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino\n\nNella scuola e nella città tratto da L’arte dello spettatore di Francesco De Biase \n– Il nostro amico di Mariella Fabbris\, Gioele e Jessica \nL’evento online sarà trasmesso sul nostro canale facebook  (https://www.facebook.com/events/413103880109400) e del Corriere Torino (www.corriere.it/torino)\, su La Stampa (www.lastampa.it) e La Repubblica (www.repubblica/torino.it ) e sarà la prima di tante occasioni per ricordare nel corso dell’anno Fiorenzo Alfieri; tanti infatti sono gli amici\, i colleghi e quanti hanno condiviso con lui il lavoro nella scuola\, nella cultura\, nell’amministrazione che stanno organizzando momenti di ricordo\, confronto e riflessione sulla sua figura\, il suo pensiero e su quanto ha saputo dare alla città. Grazie Fiorenzo!
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SUMMARY:Olafur Eliasson in conversazione con Marcella Beccaria
DESCRIPTION:Mercoledì 13 gennaio alle ore 16.30 Olafur Eliasson\, uno dei più famosi artisti contemporanei e autore dell’opera “The sun has no money”\, esposta nella mostra “E luce fu” allestita presso il Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo\, dialoga con Marcella Beccaria\, Capo Curatore e Curatore delle Collezioni del Castello di Rivoli\, nonché co-curatore della mostra. La conversazione è incentrata sul tema dell’impegno sociale di un artista contemporaneo e dell’importanza di veicolare con il proprio lavoro concetti legati al rapporto degli esseri umani con la natura. \nCALENDARIO DEI WEBINAR:\nMercoledì 20 gennaio alle ore 16.30 l’artista Renato Leotta dialoga con Marianna Vecellio\, Curatore del Castello di Rivoli. La conversazione approfondisce i temi legati all’opera in mostra “Sole”\, nella quale fari di automobili dismesse illuminano specifici dettagli dell’architettura e delle antiche decorazioni del Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo. \nMercoledì 27 gennaio alle ore 16.30 Carolyn Christov-Bakargiev\, Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea racconta “William Kentridge. Respirare”\, la mostra allestita presso la Chiesa di San Domenico ad Alba. Segue un intervento di Andrea Viliani\, Responsabile e Curatore del Centro di Ricerca Castello di Rivoli CRRI\, che approfondisce le tematiche espresse dall’artista sudafricano attingendo ai materiali dell’esposizione documentaria “Dallo studio di William Kentridge”\, attualmente allestita presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. \n\nMercoledì 3 febbraio alle ore 18 Silvano Petrosino\, professore ordinario di Filosofia teoretica del Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano\, propone una conferenza su luce e arte che prenderà le mosse da “Piccola metafisica della luce”\, libro che il docente ha pubblicato per Jaca Book nel 2004 e che è attualmente in ristampa. Lo introduce e lo accompagna Vanna Pescatori de La Stampa. \nLA RASSEGNA:\n\nUn programma di conversazioni webinar incentrato sulle nuove mostre “E luce fu. Giacomo Balla\, Lucio Fontana\, Olafur Eliasson\, Renato Leotta” e “William Kentridge. Respirare” allestite rispettivamente a Cuneo e Alba. Si tratta di cinque incontri con relatori d’eccezione\, tra cui gli artisti Olafur Eliasson e Renato Leotta\, che si terranno per cinque mercoledì consecutivi dal 13 gennaio 2021. Durante i webinar verranno affrontate tematiche che spaziano dal ruolo degli artisti e di chi promuove arte e cultura nella società contemporanea ad approfondimenti sulla tematica della luce nell’arte e nella filosofia. Gli appuntamenti sono organizzati in collaborazione con Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Feliz comunicazione. \n 
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SUMMARY:Alighiero Boetti. Sciamano e Showman
DESCRIPTION:  \nIl 16 dicembre\, in occasione degli 80 anni dalla nascita di Alighiero Boetti\, Sky Arte lancia in Museovisione  un documentario sulla vita dell’artista mercoledì 16 dicembre dalle 10.00 alle 18.00  Alighiero e Boetti. Sciamano e Showman sarà visibile in chiaro in anteprima assoluta  sui siti internet di sei tra i più importanti musei d’arte contemporanea italiani Castello di Rivoli\, Torino; Centro Pecci\, Prato; GAMeC\, Bergamo; Madre\, Napoli; MAMbo\, Bologna; MAXXI\, Roma. \nIn occasione dell’ottantesimo anniversario dalla nascita di Alighiero Boetti\, Sky Arte rende omaggio a uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana e internazionale del Novecento con un documentario sulla vita dell’artista: Alighiero e Boetti. Sciamano e Showman\, una produzione Sky Arte e Tiwi per la regia di Amedeo Perri e Luca Pivetti\, in onda su Sky Arte il 16 dicembre alle 21.15 e disponibile on demand e in streaming su NOW TV. \nMercoledì 16 dicembre 2020 – giorno di nascita di Alighiero Boetti\, in cui avrebbe compiuto 80 anni – dalle 10.00 alle 18.00 il film verrà lanciato in anteprima assoluta in Museovisione sul COSMO DIGITALE del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e sui siti internet dei musei Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci\, Prato; GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo; Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina\, Napoli; MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna; MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo\, Roma. \nIl documentario sarà preceduto da una tavola rotonda virtuale in cui il Direttore di Sky Arte Roberto Pisoni converserà con le Direttrici e i Direttori delle sei istituzioni coinvolte – Carolyn Christov-Bakargiev\, Cristiana Perrella\, Lorenzo Giusti\, Kathryn Weir\, Lorenzo Balbi\, Bartolomeo Pietromarchi – ricordando gli avvenimenti che legano l’artista ai musei e ai loro territori. \nFin dal nome\, che l’artista cambia agli inizi degli anni Settanta in Alighiero e Boetti\, la figura di Boetti si muove sempre per specchiamenti. Il gioco della congiunzione include uomo e artista\, Sud e Nord\, ordine e disordine\, necessità e caso\, spirito e materia. Alighiero e Boetti realizza i suoi capolavori con l’intento di mettere al mondo il mondo\, e ci riesce grazie al fatto di essere al contempo sciamano e showman. \nMuovendosi tra testimonianze di famigliari – i figli Agata e Matteo e la vedova Caterina Raganelli Boetti – amici\, storici dell’arte e artisti – Salman Alì\, Stefano Arienti\, Stefano Bartezzaghi\, Alessandra Bonomo\, Giorgio Colombo\, Flavio Favelli\, Tommaso Pincio\, Sissi\, Angela Vettese – immagini di repertorio e opere coloratissime ed enigmatiche\, il film ripercorre la breve e folgorante parabola artistica di Boetti: gli inizi contrassegnati dall’adesione al movimento dell’Arte Povera\, il grande fermento creativo degli anni Settanta\, in cui nascono i suoi capolavori\, il successo arrivato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta\, la postuma consacrazione tra i grandi. \nIl documentario riprende uno dei procedimenti più iconici di Boetti: la quadratura utilizzata nei suoi famosi arazzi. Grazie alla grafica animata\, le 16 lettere del nome Alighiero e Boetti diventano 16 parole chiave – Afghanistan\, bellezza\, bic\, gemelli\, Giappone\, mani\, manifesto\, mondo\, numeri\, Parigi\, regole\, ricami\, ritmo\, tempo\, tutto\, viaggio – che scandiscono i capitoli del film. \nA più di 25 anni dalla morte\, Alighiero e Boetti. Sciamano e showman prova a rendere la vitalità del pensiero\, l’intelligenza velocissima e la grandezza dell’opera di un artista che ha saputo rendere il quotidiano oggetto dell’arte e veicolo di bellezza.
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SUMMARY:Digital PTSD. L'arte e il suo impatto sul trauma digitale
DESCRIPTION:Digital PTSD. La pratica artistica e il suo impatto sul trauma digitale \nParte I: online\, sabato 12 dicembre 2020 \nLeggi l’articolo a cura di Flash Art \nIl Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta un programma online di conferenze\, interventi\, conversazioni e opere d’arte dal titolo Digital PTSD. La pratica artistica e il suo impatto sul trauma digitale\, strutturato in due appuntamenti che si terranno tra il 2020 e il 2021\, e sviluppato nell’ambito delle mostre Espressioni. La proposizione e Anne Imhof. Sex. \nÈ controintuitivo\, ma Digital PTSD presenta attraverso una piattaforma online una critica del potenziale abuso delle tecnologie. Quali sono le conseguenze traumatiche dell’improvviso aumento delle attività virtuali in un periodo di chiusura degli spazi di aggregazione\, quali i musei? Digital PTSD invita a riflettere sull’esperienza screen-based\, sull’erosione fisica della materia vivente\, sulla trasformazione della vita in mega-dati\, e sul nuovo regime epistemico digitale. \nL’esperienza isolante del lockdown ha sollevato nuovi allarmi rispetto agli effetti potenzialmente traumatici del digital overload (sovraccarico di esperienza digitale) sulla soggettività e sul corpo sociale. Digital PTSD. La pratica artistica e il suo impatto sul trauma digitale riunisce alcuni tra i principali scienziati\, artisti\, pensatori e curatori internazionali per presentare le loro ricerche e riflettere sulla possibilità che possa emergere una forma di disturbo da stress post-traumatico digitale dall’alleanza tra la separazione traumatica dei corpi a causa del distanziamento fisico e le conseguenze della vita online. La conferenza considera la nostra dipendenza crescente e ossessiva dalla tecnologia come una minaccia alla nostra libertà\, alla nostra autonomia\, al nostro benessere e alla nostra stessa esistenza come agenti fisici\, e quindi come una causa di grave disagio psicologico. \nI partecipanti della Parte I sono: Tabita Rezaire\, artista; Carolyn Christov-Bakargiev\, direttore di museo\, curatore\, autore; Beatriz Colomina e Mark Wigley\, storici dell’architettura\, teorici\, curatori; Cécile B. Evans\, artista; Matteo Pasquinelli\, teorico di scienze cognitive\, economia digitale e intelligenza artificiale; Hito Steyerl\, regista\, artista\, scrittore e innovatore del saggio documentario; Grada Kilomba\, artista e scrittore; Anne Imhof\, artista musicista; Bracha L. Ettinger\, pittore\, teorico\, psicoanalista; Éric Sadin\, scrittore e filosofo; Vittorio Gallese\, neuroscienziato cognitivo; Ophelia Deroy\, filosofo e neuroscienziato cognitivo; Griselda Pollock\, storico dell’arte e analista culturale femminista postcoloniale queer internazionale; Agnieszka Kurant\, artista; Cally Spooner\, artista; Chus Martínez\, curatore e scrittore; Stuart Ringholt\, artista; Marcos Lutyens\, artista e ipnotizzatore. \nDigital PTSD – Parte I è realizzato in collaborazione con e-flux. A prendere parte a Digital PTSD – Parte II\, che si terrà il 20 maggio 2021\, sono stati invitati tra gli altri: Devra Davis\, Irene Dionisio\, Catherine Malabou\, Otobong Nkanga\, Shoshana Zuboff. \n  \nDIGITAL PTSD – PARTE I\nBIOGRAFIE PARTECIPANTI\nCarolyn Christov-Bakargiev I \nCarolyn Christov-Bakargiev II \nNel suo intervento il direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Carolyn Christov-Bakargiev\, introduce alcune considerazioni sul digitale. Sta davvero emergendo un trauma correlato al sovraccarico digitale e in caso affermativo com’è necessario affrontarlo e risolverlo? I musei sono il luogo simbolo di una società e\, come tali\, in futuro devono trasformarsi in una palestra dove esercitare la capacità di connettere le sfere simbolica\, reale e immaginaria. Christov-Bakargiev ritiene sia necessario re-immaginare i musei del XXI secolo alla luce di questo compito\, superando l’approccio binario\, cartesiano\, dicotomico tra corpo / mente\, reale / virtuale. \nCarolyn Christov-Bakargiev è scrittore\, storico dell’arte e curatore. Attualmente è direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della Fondazione Francesco Federico Cerruti di Rivoli-Torino. Nel 2019 ha ricevuto l’Audrey Irmas Award for Curatorial Excellence. È stata Edith Kreeger Wolf Distinguished Visiting Professor in Art Theory and Practice alla Northwestern University (2013-2019). Nel 2012 Christov-Bakargiev è stata Direttore Artistico di dOCUMENTA (13). \n  \nTabita Rezaire\nPremium Connect\, 2017\nVideo a canale singolo\, 13 ”\nPer gentile concessione dell’artista \nPremium Connect prevede uno studio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC)\, attraverso l’esplorazione dei sistemi di divinazione africani\, il mondo sotterraneo dei funghi\, la comunicazione degli antenati e la fisica quantistica per (ri)pensare ai nostri canali di informazione. Abbracciando l’idea che l’ICT funga da specchio del mondo organico\, in grado di guarire o avvelenare a seconda del suo utilizzo e degli utenti\, Premium Connect indaga gli spazi cibernetici in cui si connettono i mondi organico\, tecnologico e spirituale. Come possiamo utilizzare i sistemi biologici e spirituali per alimentare i processi tecnologici di informazione\, controllo e governance? Superando le dicotomie organismo / spirito / dispositivo\, questo lavoro esplora le connessioni spirituali come reti di comunicazione e le possibilità delle tecnologie decoloniali. \nTabita Rezaire è un artista-guaritore-cercatore che lavora con schermi e flussi di energia. La sua pratica interdimensionale immagina le scienze di rete – organiche\, elettroniche e spirituali – come tecnologie di guarigione per servire il passaggio verso la coscienza del cuore. Navigando nella memoria digitale\, corporea e ancestrale come luoghi di lotte\, scava negli immaginari scientifici per affrontare la matrice pervasiva della colonialità che influenza le canzoni del nostro corpo-mente-spirito. Ha mostrato il suo lavoro a livello internazionale al Centre Pompidou di Parigi\, MoMa NY\, MASP São Paulo\, Gropius Bau Berlin\, ICA e Tate Modern London. Rezaire attualmente vive e lavora a Cayenne\, nella Guyana francese\, dove sta partorendo AMAKABA. \n  \nIrene Dionisio\nGerm Theory\, 2020\nvideo\, 1’14”\nCourtesy l’artista \nIn The Stack. On Software and Sovereignity\, Benjamin Bratton analizza cambiamenti del digitale nel contesto di una revisione della filosofia politica. Dalle piattaforme cloud alle app mobili\, passando per la connettività che attraversa sempre di più le città contemporanee\, Bratton propone di inquadrare i diversi sistemi computazionali che agiscono nel quotidiano non più come forme che sussistono in maniera indipendente\, legate da interazioni contingenti\, ma come un insieme coerente; un’entità dai contorni sfumati che Bratton definisce “megastruttura accidentale”\, al tempo stesso infrastruttura computazionale e nuova architettura di governo. Questa infrastruttura prende la forma di una pila (Stack) strutturata da sei livelli interconnessi: Earth (la materia prima di cui si serve la tecnologia digitale)\, Cloud (il peso delle corporation globali come Google\, Amazon e Facebook sulla sovranità degli stati)\, City (l’esperienza quotidiana dello spazio urbano cloud-computerizzato)\, Address (l’identificazione come forma di gestione e controllo)\, Interface (le interfacce che connettono utente e computer\, come le app)\, User (agenti umani e non-umani come i bot e alcuni tipi di account social). Parafrasando Bratton\, i dati dei singoli danno forma alla megastruttura. Allo stesso tempo\, la megastruttura dà forma ai dati del singolo e allo spazio in cui si muove. \n  \nBeatriz Colomina e Mark Wigley  \nNella loro pubblicazione seminale del 2016 Are We Human?\, Beatriz Colomina e Mark Wigley esplorano il modo in cui la specie umana è continuamente e radicalmente ridisegnata dalla tecnologia. In un’epoca in cui lo smartphone è la prima e l’ultima cosa che tocchiamo da svegli\, gli spazi “privati” ​​del cervello e della propria abitazione sono drammaticamente trasformati. Il cervello è diventato una macchina e il letto l’epicentro del lavoro. Nel loro intervento\, i due studiosi ampliano questa analisi alla luce delle trasformazioni sociali e mediatiche innescate dalla pandemia COVID-19 e dalla dipendenza dalle telecomunicazioni digitali. \nBeatriz Colomina e Mark Wigley sono storici dell’architettura\, teorici e curatori. Colomina è Howard Crosby Butler Professor presso la Princeton University e il suo ultimo libro è X-Ray Architecture (Lars Muller\, 2019). Wigley è professore di architettura alla Columbia University e il suo ultimo libro è Konrad Wachsman’s Television: Post-Architectural Transmissions (Sternberg Press\, 2020). Nel libro Are We Human? (Lars Muller\, 2016) Colomina e Wigley esplorano le nozioni di “Homo Cellular” e “Design in Two Seconds”\, interessati a capire come l’archeologia del design si applica ai social media e ai dispositivi tecnologici in relazione ai meccanismi di espressione personale e prestazione del lavoro. \n  \nOphelia Deroy \nOphelia Deroy è professore di Filosofia della mente all’Università Ludwig Maximilian di Monaco e membro della Graduate School in Systemic Neuroscience (GSN) di Monaco. È l’ex vicedirettore dell’Istituto di filosofia presso l’Università di Londra. È specializzata in filosofia della mente e neuroscienze cognitive e ha ampiamente pubblicato su questioni relative alla percezione multisensoriale e alle interazioni sociali. Nella sua recente ricerca affronta questioni relative a come e perché condividiamo le esperienze\, in particolare nelle arti e sulle piattaforme digitali. \nIntitolato Digital forgetting\, l’intervento di Ophelia Deroy muove da un’analisi sulla sfera digitale\, sull’aumento del traffico Internet e sui modelli di utilizzo che cambiano repentinamente. Poiché è probabile che la pandemia lasci un’eredità digitale duratura\, Deroy si interroga sul suo impatto. Cosa ricordiamo delle nostre esperienze online? Quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine sulle arti e sui musei? Deroy si pone queste domande tentando di rispondervi attraverso dati neuroscientifici e psicologici\, nonché attraverso la sua esperienza con il Tate Britain\, Londra\, evidenziando come dimentichiamo più facilmente ciò che accade online. \n  \nBracha L. Ettinger  \nAttingendo alla sua conoscenza interdisciplinare delle arti visive\, della filosofia e della psicoanalisi\, Bracha L. Ettinger discute la nozione di sguardo\, schermo\, tempo e copoiesi matrixiali. Partendo da un’analisi del Narciso di Caravaggio in termini di pulsione di morte\, Ettinger termina con una discussione sulla cura\, la decelerazione e la compassione oltre l’empatia in relazione ai sui dipinti Eurydice\, Le Grazie\, Demetra (2006-2012). \nBracha L. Ettinger è un’artista visiva internazionale\, pittore e teorico\, psicoanalista e filosofo\, le cui opere d’arte e scritti di ampio respiro hanno influenzato la teoria dell’arte\, il femminismo\, gli studi culturali\, la filosofia e la psicoanalisi. La sua opera d’arte ruota attorno al trauma storico\, transgenerazionale e personale delle donne in guerra. Partecipa a Espressioni Castello di Rivoli\, 2020-2021\, e ha esposto alla Kochi Biennale\, 2018\, Colori presso la GAM Torino e Castello di Rivoli\, 2017\, 14. Biennale di Instabul\, 2015\, ELLE presso il Centre Pompidou\, Face à l’Histoire\, Centre Pompidou\, Archive\, Stedelijk Museum. Ha coniato il concetto di sfera Matrixiale. I suoi libri recenti includono And My Heart Wound-Space (2015); Matrixial Subjectivity\, Aesthetics\, Ethics\, Vol I: 1990-2000 (Palgrave 2020)\, Vol II: 2000-2010. \n  \nCécile B. Evans \nCécile B. Evans\, di origine americana-belgia\, vive e lavora a Londra. Il lavoro di Evans esamina il valore dell’emozione e della sua ribellione quando entra in contatto con strutture ideologiche\, fisiche e tecnologiche. Recentemente ha esposto una nuova commissione di performance per il festival MOVE al Centre Pompidou di Parigi e sta lavorando a un adattamento in corso del balletto dell’era industriale Giselle. Tra le istituzioni che hanno ospitato sue recenti mostre personali figurano: nel 2019\, 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine\, Museum Abteiberg\, Tramway\, Chateau Shatto\, Museo Madre; nel 2018 mumok Vienna; nel 2017 Castello di Rivoli\, Galerie Emanuel Layr\, la Kunsthalle Aarhus\, Tate Liverpool\, M Museum Leuven; nel 2016 De Hallen Haarlem; nel 2014 Serpentine Galleries. \n  \nVittorio Gallese \nNel suo intervento Digital World: The Experience of Self and Others in COVID-19 time\, Vittorio Gallese discuterà il rapporto con le immagini digitali intese come rappresentazioni visive smaterializzate della realtà. Le sue argomentazioni si basano sulla convinzione che la tecnologia sia sempre stata un’estensione della mente\, e che quindi la definizione stessa di “artificiale” sia intrinsecamente connessa alla capacità cognitiva “naturale” di sviluppare dispositivi con l’evoluzione di nuove tecnologie cognitive. Attraverso il suo intervento approfondirà i possibili effetti della digitalizzazione sui processi neuro-cognitivi coinvolti nella comunicazione sociale e nella costituzione del sé\, soprattutto nel contesto della maggiore quantità di tempo trascorso online durante il recente lockdown\, che ha cambiato in modo significativo il nostro impegno con ciò che può costituire la realtà quotidiana. \nVittorio Gallese\, Laureato in Medicina e Chirurgia\, è Professore Ordinario di Psicobiologia e Neuroscienze Cognitive presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Neuroscienziato cognitivo\, la sua ricerca si concentra sulla relazione tra sistema sensoriale-motorio e cognizione indagando le basi neurobiologiche e corporee di intersoggettività\, psicopatologia\, linguaggio ed estetica. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e tre libri. \n  \nAnne Imhof \nPrendendo le mosse dal Narciso di Caravaggio\, Anne Imhof e Carolyn Christov-Bakargiev considerano il crollo dell’immagine nel suo stesso riflesso come una rappresentazione dei tempi narcisistici in cui viviamo\, costellati dai selfie scattati con i nostri smartphone. Tuttavia\, nella sua lettura Imhof si allontana dalla connotazione meramente negativa legata al narcisismo\, aprendo il concetto a ulteriori livelli di autointerpretazione. Un selfie potrebbe essere uno strumento per riscoprire noi stessi in modo inaspettato e capire quale ruolo possiamo svolgere in questa società accelerata\, se solo fossimo disposti a leggere la nostra immagine in modo diverso. \nAnne Imhof è un’artista musicista che vive e lavora a Berlino. Attraverso le sue “durational performances” offre un’espressione inedita dell’esperienza del mondo contemporaneo in cui la fisicità è sempre più mediata dalla comunicazione digitale. Le nuove forme di alienazione e distacco dettate dalla massiccia diffusione dei social media e dai suoi nuovi gesti correlati possono essere considerate una componente essenziale del lavoro dell’artista. È stata insignita del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2017. \n  \nGrada Kilomba \nGrada Kilomba e Carolyn Christov-Bakargiev affrontano alcune delle complessità delle tecnologie digitali contemporanee\, evidenziando la necessità di problematizzare il loro utilizzo oltre le dicotomie polarizzanti. Il lavoro di Kilomba sul trauma coloniale fornisce una chiave di lettura  per considerare come la digitalizzazione non possa di per sé essere separata dalla storia del colonialismo e per discutere l’emancipazione socio-politica delle comunità emarginate attraverso le reti digitali. \nGrada Kilomba è un’artista e scrittore che vive a Berlino. Il suo lavoro attinge alla memoria\, ai traumi e al post-colonialismo. Kilomba è meglio conosciuta per la sua scrittura sovversiva e la sua pratica unica di narrazione in cui porta la sua stessa scrittura in performance\, immagine e installazione. Il suo lavoro è stato presentato alla 10. Biennale di Berlino\, 2018\, documenta 14\, 2017\, Kassel e alla 32. Biennale di San Paolo\, 2016. \n  \nAgnieszka Kurant  \nAgnieszka Kurant presenta un’indagine sull’intelligenza collettiva\, gli sfruttamenti algoritmici del capitale sociale e le trasformazioni dell’umano risultanti dall’automazione del nostro processo decisionale. L’artista discute i suoi progetti esplorando il futuro del lavoro e della creatività\, dal crowdsourcing e il lavoro fantasma alla sostituzione dell’autorialità individuale con forme collettive complesse\, il pubblico come fabbrica di produzione di valore e la ridistribuzione del capitale dal mercato dell’arte. Condivide la sua attuale ricerca sull’uso dell’A.I. nella colonizzazione dei nostri sogni e della natura\, e dai suoi esperimenti con società artificiali e sociologia computazionale. \nAgnieszka Kurant è un’artista il cui lavoro indaga l’intelligenza collettiva\, le intelligenze non umane (dalla microbica all’intelligenza artificiale) e lo sfruttamento del capitale sociale sotto sorveglianza del capitalismo. Esplora le trasformazioni dell’umano e il futuro del lavoro e della creatività nel XXI secolo\, dal crowdsourcing e il lavoro fantasma alle società artificiali. Attualmente è Artist Fellow presso il Berggruen Institute ed è stata artista residente al MIT CAST nel 2018. Le sue recenti mostre includono nel 2020 Broken Nature al MoMa\, Cybernetics of the Poor alla Kunsthalle Wien\, Uncanny Valley al De Young Museum; nel 2019 la 16. Biennale di Istanbul\, The Age of You al MOCA Toronto e alla Triennale di Milano. Nel 2015 Kurant ha presentato una commissione per la facciata del Guggenheim Museum di New York. \n  \nMarcos Lutyens  \nMarcos Lutyens è un artista che vive e lavora tra Los Angeles e Regno Unito. La pratica di Lutyens mira al benessere psichico ed emotivo del suo pubblico guidando abilmente i partecipanti in esercizi ipnotici che influenzano i livelli più profondi della loro psiche. Le sue opere si traducono in installazioni\, sculture\, disegni\, cortometraggi\, scritti e performance. Durante il COVID-19\, Lutyens ha creato una serie di 12 performance tramite Zoom per aiutare il processo di guarigione di persone in vari Paesi in tutto il mondo. Continua ad alleviare il dolore dei medici in prima linea attraverso sessioni di ipnosi. \n  \nChus Martínez  \nChus Martínez è curatore\, storico dell’arte e scrittore. Attualmente è direttore dell’Istituto d’arte della FHNW Academy of Art and Design di Basilea\, dove cura anche lo spazio espositivo dell’Institut Der Tank. Il suo ultimo libro Corona Tales\, scritto e pubblicato online (seguito dall’edizione cartacea) durante il lockdown della primavera 2020\, ha offerto la possibilità di raccogliere\, anche se virtualmente\, le modalità in cui si stava generalizzando la crisi COVID-19 e come ricercare modi di farlo\, chiedendo di identificare le vulnerabilità. \n  \nMatteo Pasquinelli \nMatteo Pasquinelli è Professore in Filosofia dei media presso l’Università di Arti e Design\, Karlsruhe\, dove coordina il gruppo di ricerca sull’intelligenza artificiale e la filosofia dei media KIM. Ha curato l’antologia ad accesso libero Alleys of Your Mind: Augmented Intelligence and Its Traumas (2015\, Meson Press) e\, con Vladan Joler\, il saggio visivo The Nooscope Manifested: AI as Instrument of Knowledge Extractivism. La sua ricerca si concentra sull’intersezione tra scienze cognitive\, economia digitale e intelligenza artificiale. Per Verso Books sta preparando una monografia sulla storia dell’IA dal titolo provvisorio The Eye of the Master. \n  \nGriselda Pollock \nL’intervento di Griselda Pollock\, dal titolo Aesthetic Transformation and Trauma – On Screen Now !\, affronta “l’era della digitalizzazione” prima di riflettere sulle caratteristiche del trauma: qualcosa che accade ma non lo sappiamo; ossessiona il fatto che non possiamo cogliere la forma di ciò che ossessiona. Attingendo a questa interpretazione\, Pollock si chiede se la nostra attuale esperienza sociale di distanza fisica\, dissociazione paurosa ed esposizione all’associazione schermo possa essere definita traumatica. Non sono le condizioni sociali e il contenuto piuttosto la tecnologia che ci sta traumatizzando. \nGriselda Pollock è storico dell’arte e analista culturale femminista postcoloniale queer internazionale. È Professore di Storia dell’Arte Sociale e Critica e Direttore del Centro di Teoria e Storia dell’Analisi Culturale presso l’Università di Leeds. Le sue pubblicazioni più recenti includono la riedizione del classico femminista Old Mistresses (coautore)\, il montaggio della raccolta degli scritti teorici dell’artista Bracha L. Ettinger (Palgrave 2020) e una monografia sull’artista Charlotte Salomon (Yale 2018). Come parte della ricerca attuale\, sta affrontando la trasformazione estetica e il trauma in relazione alla nostra esposizione agli schermi. \n  \nTabita Rezaire  \nTabita Rezaire è un artista-guaritore-cercatore che lavora con schermi e flussi di energia. La sua pratica interdimensionale immagina le scienze di rete – organiche\, elettroniche e spirituali – come tecnologie di guarigione per servire il passaggio verso la coscienza del cuore. Navigando nella memoria digitale\, corporea e ancestrale come luoghi di lotte\, scava negli immaginari scientifici per affrontare la matrice pervasiva della colonialità che influenza le canzoni del nostro corpo-mente-spirito. Ha mostrato il suo lavoro a livello internazionale al Centre Pompidou\, MoMa\, MASP di San Paolo\, Gropius Bau\, ICA e Tate Modern. Rezaire attualmente vive e lavora a Cayenne\, nella Guyana francese\, dove sta partorendo AMAKABA. \n  \nStuart Ringholt \nStuart Ringholt è nato a Perth\, in Australia occidentale\, e vive e lavora a Melbourne. Il suo lavoro assume molte forme tra cui performance\, video\, disegno\, collage\, scultura e laboratori collaborativi. Temi personali e sociali come la paura e l’imbarazzo sono spesso rappresentati attraverso situazioni assurde o ambienti di auto-aiuto amatoriale. I suoi laboratori sulla rabbia sono stati creati per la 16. Biennale di Sydney\, 2008\, e sono stati precedentemente esposti a livello internazionale\, incluso in Germania per dOCUMENTA (13)\, 2012. I suoi famosi tour naturisti sono stati presenti in importanti spettacoli d’indagine di James Turrell\, Wim Delvoye e Pipilotti Rist. Ringholt è docente presso la MADA Monash University e nel 2016 ha conseguito un PhD (Filosofia). \n  \nÉric Sadin \nÉric Sadin\, scrittore e filosofo\, è uno dei maggiori pensatori del mondo digitale. È invitato a tenere conferenze in tutto il mondo e i suoi libri sono tradotti in diverse lingue. Ha appena pubblicato il suo nuovo saggio\, L’Ère de l’individu tyran. La fin d’un monde commun\, (Grasset\, ottobre 2020\, traduzione in italiano di Luiss University Press nel 2021). Pubblica regolarmente rubriche su Le Monde\, Libération\, Les Inrockuptibles\, Die Zeit. Ha pubblicato diversi libri\, in particolare: Surveillance Globale – Enquête sur les nouvelles formes de contrôle (2009); La Société de l’anticipation (2011); L’Humanité Augmentée – L’administration numérique du monde (2013); La Vie algorithmique – Critique de la raison numérique (2015); La Silicolonisation du monde – L’irrésistible expansion du libéralisme numérique (2016\, tradotto da Einaudi\, 2017)\, L’Intelligence artificielle ou l’enjeu du siècle. Anatomie d’un antihumanisme radical (2018\, traduzione in italiano di Luiss University Press\, 2019). \n  \nHito Steyerl \nHito Steyerl è una regista\, artista visiva\, scrittore e innovatore del saggio documentario. Attualmente è docente di New Media Art presso l’Università delle Arti di Berlino\, dove ha co-fondato il Research Center for Proxy Politics. Steyerl ha prodotto una varietà di lavori come regista e autore nel campo del documentario saggista\, della filmografia e della critica postcoloniale\, sia come produttore sia come teorico. È ampiamente pubblicata in periodici\, giornali\, riviste e antologie\, nonché autore di pubblicazioni\, tra cui l’acclamato Duty-Free Art: Art in the Age of Planetary Civil War nel 2017. \n  \nCally Spooner  \nCally Spooner è nata nel Regno Unito. Vive e lavora a Torino. Radicata nella sua formazione filosofica\, la sua pratica inizia con la scrittura\, si svolge come performance\, quindi si stabilisce come installazione\, scultura\, disegno\, film e suono. Usa la durata\, l’erosione\, l’attesa\, le prove e il collasso come atti di resistenza\, in un clima tecno-capitalista attuale per chiedersi come possiamo distinguere tra ciò che è vivo e ciò che è morto. Le recenti mostre personali includono DEAD TIME\, Parrhesiades\, Londra\, 2020; DEAD TIME\, The Art Institute of Chicago\, 2019; SWEAT SHAME ETC.\, Swiss Institute New York\, 2018; Everything Might Spill\, Castello di Rivoli\, 2018. Spooner è anche LEGIBILITY COORDINATOR e LECTURER di OFFSHORE\, una società di performance di conoscenza incarnata e scuola di filosofia pratica\, fondata da Spooner nel 2017. \nLe attività del Castello di Rivoli sono realizzate grazie al contributo della Regione Piemonte\nIl programma è realizzato anche con il sostegno della Compagnia di San Paolo \nDigital PTSD Programma
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SUMMARY:TRIPTYQUE
DESCRIPTION:Teatro del Castello alle ore 16 e 17 \nINGRESSO omaggio con BIGLIETTO DEL MUSEO   \nIl Castello di Rivoli ospita il progetto Triptyqye. Tradizionalmente legato all’arte figurativa\, eminentemente nella rappresentazione religiosa\, il Trittico per esteso è applicabile anche alla musica. Si tratta di un’opera costituita da tre parti\, anche autonome tra loro\, comunque complementari o legate da affinità. Edoardo Dadone\, compositore di grande raffinatezza ed eleganza ( già vincitore della Call for Scores EstOvest Festival 2019)\, si cimenterà nella composizione di un Triptyqye da affidare alla chitarra di Giovanni Martinelli\, talento emergente italiano. Il compositore illustrerà al pubblico il percorso narrativo e l’architettura che sta dietro alla pagina musicale. \nGiovanni Martinelli\, chitarra \nEdoardo Dadone\, compositore \nProgramma \nEdoardo Dadone\, Triptyque per chitarra sola \n“Commissione di EstOvest Festival 2020  a Edoardo Dadone ( già vincitore della Call for Scores EstOvest Festical 2019) \n 
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SUMMARY:Lezione di Patrizio Di Massimo presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino
DESCRIPTION:In occasione del nuovo progetto dell’artista Patrizio Di Massimo (Jesi\, 1983. Vive a Londra) al Castello di Rivoli\, che aprirà al pubblico il 5 novembre e sarà realizzato in collaborazione con gli studenti dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino\, l’artista introduce il proprio lavoro attraverso una lecture aperta al pubblico. Di Massimo introdurrà i cardini della sua lunga ricerca sul genere del ritratto\, facendo riferimento ad esempi storico-artistici per lui importanti; presenterà anche i momenti più significativi dello sviluppo della propria pratica pittorica figurativa negli ultimi cinque anni. \nL’evento è gratuito fino a esaurimento posti. A causa della emergenza sanitaria\, i posti nel Salone dell’Accademia sono stati ridotti per poter garantire il distanziamento fisico. Sarà possibile seguire la conversazione introduttiva anche tramite il Webinar su Zoom.
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SUMMARY:Pestifera. CORONA di Mostafa Keshvari
DESCRIPTION:Venerdì 2 ottobre prossimo il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenterà l’ultimo appuntamento della rassegna cinematografica serale PESTIFERA\, che nei mesi estivi ha proposto proiezioni di film cult quali Nosferatu (1978) di Werner Herzog e la pellicola Epidemic (1987) di Lars von Trier. \nPer l’occasione sarà presentato in anteprima europea il film Corona (2020) del giovane artista e regista iraniano-canadese Mostafa Keshvari. Attento alle problematiche legate alla diversità e all’inclusione\, con Corona il regista ha voluto raccontare sia il contagio sia la diffusione della xenofobia associata al virus. \nIl film (65’)\, con Emy Aneke\, Zarina Sterling e Richard Lett\, indaga i temi della paura e del razzismo attraverso la storia di un gruppo di persone bloccate in un ascensore durante la pandemia Covid-19. Uno studio sulla società\, le persone e le scelte morali narrate attraverso un gruppo di individui bloccati in uno spazio ristretto. Un ritratto claustrofobico degli effetti societari della pandemia globale. \nAlle ore 20.30 il critico cinematografico Giampiero Frasca\, autore di pubblicazioni sul cinema per Utet\, Gremese\, Dino Audino Editore introdurrà il film dialogando con il regista Mostafa Keshvari in collegamento da Vancouver\, Canada. \nSarà possibile seguire la diretta tramite il Webinar su Zoom qui / Passcode: 994923 \nIl numero massimo di posti disponibili nel Teatro del Museo è 42 e l’ingresso alla proiezione è consentito fino a esaurimento posti. \nSi consiglia di acquistare il biglietto qui \nPer informazioni: tel. 011.9565246 \nLa rassegna è realizzata in collaborazione con
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SUMMARY:Giornate Europee del Patrimonio 2020
DESCRIPTION:Il Castello di Rivoli aderisce alle Giornate Europee del Patrimonio 2020 proponendo una speciale visita guidata dedicata alla Residenza Sabauda alle ore 16\,30 di domenica 27 settembre. \nLa visita è gratuita dietro pagamento del biglietto d’ingresso al Museo. \nRicordiamo\, inoltre\, che tutti i giorni di apertura del Museo\, dal giovedì alla domenica\, vi è sempre  una visita guidata gratuita dedicata alla Collezione Permanente e alla mostre in corso alle ore 13.
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SUMMARY:William Kentridge. Respirare
DESCRIPTION:William Kentridge\, Respirare\nA cura di Carolyn Christov-Bakargiev\ncoadiuvata da Giulia Colletti\, Assistente Curatore\nSede: Chiesa di San Domenico – Via Teobaldo Calissano\, Alba (CN)\n21 settembre – 8 dicembre 2020\nInaugurazione: domenica 20 settembre 2020\, ore 16 \nIl Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e la Fondazione CRC presentano la mostra William Kentridge\, Respirare a cura di Carolyn Christov-Bakargiev coadiuvata da Giulia Colletti\, Assistente Curatore. Allestita presso la Chiesa di San Domenico ad Alba\, la mostra è parte del progetto di collaborazione volto a promuovere nel territorio cuneese la conoscenza dei lavori artistici presentati dal Museo e offrire così al pubblico l’opportunità di ammirare opere come Breathe (Respira\, 2008) e Shadow Procession (La processione delle ombre\, 1999) di William Kentridge (Johannesburg\, 1955)\, tra i più noti artisti internazionali. \nL’esposizione costituisce inoltre l’esordio del progetto espositivo biennale Espressioni che indaga le forme espressioniste d’arte e le sue ricorrenti fratture estetiche che a livello culturale spesso accompagnano momenti di grande innovazione scientifico-tecnologica e le crisi legate a queste rivoluzioni.\nIn una contemporaneità in cui l’istinto di respirare è fisiologicamente anelato da pazienti affetti da un virus globale\, sistematicamente negato a diverse minoranze ancora soffocate da segregazione e abusi ed ecologicamente compromesso da asfissianti politiche deforestanti\, William Kentridge\, Respirare ci invita a non trattenere più il fiato. La mostra è una vorticosa danza sinestetica in cui luce e suono\, ombra e silenzio si compenetrano. Le opere video si aggregano e disgregano in strutture molecolari\, in un impulso a distruggersi per poi ri-materializzarsi. \nMuovendosi lungo la navata centrale e la zona afferente all’abside della Chiesa di San Domenico\, il visitatore incontra l’opera Shadow Procession\, contro-altare al mito della caverna di Platone e manifesto contro l’asservimento della conoscenza e l’oppressione umana. Come un concerto da camera\, Shadow Procession è diviso in tre movimenti. Appena compare la luce sullo schermo entrano da sinistra verso destra le ombre di alcuni minatori che trasportano pale – allusione al Sudafrica e alle sue miniere – e di lettori con libri aperti in mano. \nI suoni che aprono il video annunciano il ritmo e il fluire della processione di ombre indicate dal titolo. Si tratta di silhouettes costruite e animate dall’artista in collaborazione con la Handspring Puppet Company\, simili a quelle del teatro d’ombre greco e turco. Su queste ombre se ne accavallano altre sfuocate che procedono cadenzate dal suono della fisarmonica. Ombre di uomini mutilati che agitano le stampelle e incedono derelitti\, altri minatori e di nuovo ombre di ombre\, nella cui sostanza Kentridge\, politico e antiplatonico\, afferma di credere. E di nuovo ombre che si sovrappongono a padri che portano i loro figli\, a un carro che porta un impiccato\, a microfoni\, a personaggi che portano sulle loro spalle una città distrutta. L’ultima persona trascina con sé una tenda nera\, che è il sipario. \nNel film emergono temi contrastanti: l’avidità e il potere contrapposti alla lotta per l’emancipazione\, sullo sfondo del dolore e della sofferenza di soggetti quanto mai diversificati. Il lavoro di Kentridge non scaturisce dal desiderio di riprodurre il movimento\, quanto piuttosto dall’impulso di interrompere lo scorrere fluido del film per tornare a una forma rudimentale di sovrapposizione di storie e immagini. \nA metà della navata centrale il visitatore può contemporaneamente fruire dell’opera Breathe installata in una delle navate laterali. Non più in un carosello\, bensì in un soffio di vento – alludendo al respirare suggerito dal titolo per l’appunto – l’artista frantuma e ricompone le immagini di carta velina nera. Come coriandoli\, queste volteggiano creando direttrici casuali o soggetti ben precisi: una cantante\, un megafono\, un telefono\, il primo piano di una bocca. Il respiro dona ritmo al turbinio dei pezzettini di carta che si raccolgono e disperdono. In entrambi i film\, Kentridge si serve di marionette di carta lacerate e stracciate nei propri arti e connotati. La potenza di questi esseri animati risiede proprio nella capacità di muoversi\, sebbene disgregati\, per librarsi in aria. \nI suoi cortometraggi animati\, le sculture\, le installazioni\, i disegni a carboncino su carta – basati sulla pratica della cancellatura – e la sua attività di regista e scenografo teatrale indagano la natura della memoria e delle emozioni\, l’ambiguità e la complessità dei conflitti che affiorano nella società contemporanea nell’epoca della globalizzazione\, e propongono un’inedita visione elegiaca e insieme drammatica della vita\, fonte di perpetuo cambiamento\, processo e trasformazione\, sempre in equilibrio tra etica\, responsabilità e poesia. Le sanguinose tensioni che hanno caratterizzato gli anni dell’apartheid in Sudafrica e le contraddizioni che successivamente hanno segnato il difficile percorso di riconciliazione sono il contesto all’interno del quale sono nate molte opere di William Kentridge. \nDal 1989\, l’artista realizza brevi film animati\, incentrati soprattutto su due personaggi principali\, Soho Eckstein e Felix Teitlebaum. Figure di invenzione\, le cui caratteristiche rappresentano il commento dell’artista rispetto alla realtà che lo circonda. Se il primo è infatti un imprenditore bianco la cui vita descrive una parabola di successo e poi di fallimento\, Teitelbaum è invece un sognatore\, identificabile come un alter ego dello stesso Kentridge. In base a una tecnica a lui peculiare\, l’artista realizza le proprie opere in video disegnando\, cancellando e ridisegnando sempre su pochissimi fogli\, filmando e montando in sequenza le varie fasi. La centralità affidata in questo procedimento all’atto del cancellare è aderente all’amnesia nei confronti delle ingiustizie che\, secondo Kentridge\, affliggono l’essere contemporaneo. \nTale dolore esistenziale è talvolta espresso anche mediante l’inserimento di sequenze documentarie che\, alternate ai disegni\, hanno valore autocritico. Oltre ai video digitali e ai film in 16 e 35 mm\, l’ampio corpus di opere di Kentridge include disegni\, incisioni\, sculture\, arazzi\, bronzi e lavori per il teatro. La varietà delle scelte tecniche corrisponde all’ampiezza degli interessi dell’artista e alla sua dichiarata mancanza di certezze\, rispondente ai profondi mutamenti politici e sociali in corso nell’epoca contemporanea. \nCarolyn Christov-Bakargiev\, Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, afferma\, “William Kentridge esplora il modo in cui la coscienza si forma attraverso il mutarsi delle nostre concezioni della Storia e dei luoghi. La sua è un’arte elegiaca sulle possibilità della poesia nella società contemporanea e fornisce un commento satirico e beffardo su questa stessa società\, proponendo una visione della vita come un processo di continuo cambiamento piuttosto che come un mondo controllato di fatti. L’universo delle ombre che egli adopera implica una visione indiretta sul mondo e suggerisce come sia meglio servirsi di uno sguardo obliquo\, fuori dal centro\, piuttosto che ricercare l’assoluta verità in ogni circostanza. L’artista sottolinea che la conoscenza è una negoziazione tra esperienza e memoria\, nonché una mediazione che passa attraverso sistemi di comunicazione e convenzioni culturali”. \nGiandomenico Genta\, Presidente della Fondazione CRC\, dichiara “L’inaugurazione della mostra William Kentridge\, Respirare costituisce un momento significativo e di particolare importanza per la nostra comunità. L’iniziativa espositiva rappresenta il primo appuntamento di una ricca stagione di eventi culturali e artistici che la Fondazione CRC promuoverà\, in totale sicurezza\, sul territorio provinciale nei prossimi mesi. Grazie alla rinnovata collaborazione con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, cittadini e turisti che visiteranno Alba durante l’intero periodo della Fiera del Tartufo potranno ammirare da vicino le opere di un artista di fama mondiale”. \nInoltre dal 4 novembre al 31 dicembre 2020 il CRRI – Centro di Ricerca Castello di Rivoli presenterà negli spazi al primo piano del Castello la mostra Dall’Archivio di William Kentridge\, a cura di Andrea Viliani\, che proporrà materiali d’archivio che illustrano la pratica artistica di Kentridge tra cui schizzi\, bozzetti\, disegni\, collages\, fotografie e i gessetti con cui l’artista realizza i suoi celebri disegni su carta. \nNote biografiche\nWilliam Kentridge è nato a Johannesburg nel 1955. Nel 1976 si è laureato presso l’Università del Witwatersrand\, specializzandosi in scienze politiche e studi africani. Dal 1976 al 1978 ha studiato presso la Johannesburg Art Foundation\, dove ha poi insegnato incisione per due anni. Ha ottenuto vari riconoscimenti internazionali per i suoi film brevi animati\, e per i disegni a carboncino che realizza per la produzione dei film. \nI disegni sono realizzati sovrapponendo strati successivi di materia in parte asportato con progressive cancellature. Kentridge si è interessato al teatro per molti anni\, all’inizio come disegnatore e attore\, e più recentemente come regista. A partire dal 1992 ha lavorato in collaborazione con la Handspring Puppet Company\, creando spettacoli multimediali in cui coinvolge attori reali\, marionette e animazione. Anche se nel corso di tutta la sua carriera ha operato nei settori del film\, del disegno e del teatro\, tuttavia la sua attività principale rimane il disegno\, tanto da fargli concepire il lavoro teatrale e cinematografico come un suo vero e proprio ampliamento. Kentridge ha presentato i suoi lavori in occasione de La Biennale di Venezia nel 1993\, 1999\, 2005 e 2015. Dopo la partecipazione a Documenta X a Kassel nel 1997\, mostre personali a lui dedicate sono state organizzate presso il Palais des Beaux-Arts a Bruxelles nel 1998\, il Museum of Modern Art a New York e il MOCA di San Diego. \nNegli anni 1998 e 1999\, la mostra tenutasi a Bruxelles presso il Palais des Beaux-Arts ha viaggiato per essere presentata presso Serpentine Gallery di Londra e MACBA di Barcellona. In quell’occasione è stata pubblicata la prima monografia sul lavoro di Kentridge a cura di Carolyn Christov-Bakargiev. Nel 1999 gli è stata conferita la Carnegie Medal presso la Carnegie 1999/2000. Nel 2002\, dopo la partecipazione a Documenta XI\, una mostra che si articolava intorno a una selezione delle opere dell’artista è stata esposta presso il Museo Hirschhorn di Washington\, D.C.\, il New Museum di New York\, il Museo Museum of Contemporary Art di Chicago\, oltre che a Houston\, Los Angeles e Cape Town. Nel 2004\, il Castello di Rivoli presenta la prima importante mostra personale pubblica in Italia di Kentridge\, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev\, successivamente presentata anche al Kunstmuseum K20 di Düsseldorf\, al MCA Museum of Contemporary Art di Sydney\, al Museo di Arte Contemporanea di Montreal\, e alla Art Gallery di Johannesburg. \nNel 2012\, in occasione di dOCUMENTA (13) a cura di Carolyn Christov-Bakargiev\, Kentridge presenta una nuova commissione dal titolo The Refusal of Time. Successivamente la mostra itinerante dal titolo Fortuna è stata presentata in diverse istituzioni in America Latina dal 2012-2015. Nel 2016\, la sua installazione di 500 metri dal titolo Triumphs and Laments è stata presentata lungo le rive del fiume Tevere a Roma. Note Towards a Model Opera è stata presentata presso il Centro Ullens di Pechino\, in Cina nel 2015 e presso il Museo nazionale di arte moderna e contemporanea di Seoul nel 2016. \nTra le mostre più recenti si ricordano A Poem that is not Our Own presso Kunstmuseum Basel; la mostra itinerante presentata presso Whitechapel Gallery di Londra\, Louisiana Museum di Humlebaek\, Danimarca\, e Museum der Moderne di Salisburgo nel 2017. Sempre nel 2017\, per la cura del Castello di Rivoli\, Kentridge realizza a Torino la grande installazione The Procession of Reparationists nel cortile delle OGR\, prodotta dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT. Nel 2019 si è tenuta la più ampia mostra personale dell’artista in Sudafrica dal titolo Why Should I Hesitate: Putting Drawings To Work presso Zeitz MOCAA di Cape Town. \nLa mostra è realizzata con il sostegno di \n \ne con il patrocinio di
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SUMMARY:Marco Bagnoli in conversazione con Marcella Beccaria
DESCRIPTION:In occasione del restauro della fontana di Marco Bagnoli Cinquantasei nomi (1999-2000)\, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea ospita una conversazione tra l’artista Marco Bagnoli e il Capo Curatore e Curatore delle Collezioni Marcella Beccaria\, con la partecipazione del Curatore dell’Atelier Marco Bagnoli Pier Luigi Tazzi. \nLe 56 canne da cui zampilla l’acqua\, simili ai sottili fusti del bambù e alte cinque metri\, sono dipinte in blu e rosso e sono state realizzate in alluminio anodizzato con la sofisticata tecnologia del “polistirene perduto” (lost foam) che riprende in chiave contemporanea l’antico metodo della “cera perduta”\, utilizzato per produrre le statue in bronzo. \n“L’opera ideata da Bagnoli”\, afferma Marcella Beccaria\, Capo Curatore e Curatore delle Collezioni del Museo\, “si compone di canne disposte a ‘quinconce’\, la configurazione a file parallele sfalsate di mezzo passo\, simile al numero cinque nei dadi. Unità di misura adottata sin dal tempo degli antichi romani\, il quinconce\, in latino quincunx\, corrisponde alla frazione 5/12\, come indicato dalla parola stessa formata da quinque ‘cinque’ e uncia ‘oncia’\, sottomultiplo che propriamente rappresenta la dodicesima parte di un’unità. Graficamente\, il quinconce è dato dal ‘V’\, cinque in latino\, duplicato e capovolto all’angolo\, così da formare la lettera ‘X’. \nTuttora adottato in arboricoltura per disporre varie tipologie di piantagioni\, lo schema geometrico del quinconce è riconducibile all’antichità più remota. Già usato secondo alcune ipotesi nei giardini di Babilonia e forse da Noè dopo il diluvio\, il quinconce potrebbe persino discendere dalla disposizione delle piante nel Paradiso\, che significa appunto giardino. Scientificamente\, il quinconce è riscontrabile nella struttura di foglie\, fiori e semi di numerose specie arboree. Applicazioni del quinconce comprendono la disposizione dei corpi militari presso i macedoni\, i greci e i romani\, e sono anche rintracciabili in alcune antiche strutture urbane\, in architettura\, in giochi a scacchiera\, per arrivare al labirinto di Creta\, come raccontato da Sir Thomas Browne in The Garden of Cyrus (Il giardino di Ciro)\, erudito testo sull’argomento pubblicato nel 1658. Intenzionalmente\, l’opera di Bagnoli abbraccia la vertigine di questi infiniti riferimenti e la figura a X che struttura l’opera può essere interpretata in relazione alla formula SPAZIO X TEMPO che riassume l’intera ricerca dell’artista”. \nBiografia \nDopo una formazione scientifica e una laurea in chimica\, Marco Bagnoli (Empoli\, 1949)\, esordisce come artista negli anni ’70 del secolo scorso. Importanti partecipazioni a mostre internazionali includono la Biennale di Venezia (1982\, 1986\, 1997)\, documenta\, Kassel (1982\, 1992) e Sonsbeek\, Arnhem (1986). Tiene mostre personali in prestigiose istituzioni tra cui De Appel\, Amsterdam (1980 e 1984)\, Centre d’Art Contemporain Genève\, Ginevra (1985)\, Musée Saint-Pierre art contemporain\, Lyon (1987)\, Magasin\, Centre National d’Art Contemporain\, Grenoble (1991)\, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Rivoli-Torino (1992)\, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci\, Prato (1995)\, IVAM\, Centre del Carme\, Valencia (2000)\, České Muzeum Výtvarných Umění\, Praga (2009)\, Madre\, Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina\, Napoli (2015). \nNel 1981 Bagnoli presenta un’installazione per la Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino\, per poi realizzare opere in dialogo con architetture di importanza storica e spirituale\, come a Firenze\, la Cappella Pazzi (1984)\, la Sala Ottagonale della Fortezza da Basso (1989)\, l’Abbazia di San Miniato al Monte (1992\, 1994\, 2012\, 2018-2019)\, il Forte di Belvedere (2003\, 2017)\, il Giardino di Boboli (2013)\, la Stazione Leopolda (2014). Nel maggio 2017 si è aperto a Montelupo Fiorentino l’Atelier Marco Bagnoli\, uno spazio multifunzionale che l’artista concepisce come un’opera d’arte totale e che accoglie in un’esposizione temporanea costantemente in progress sue opere\, dal 1972 al presente. \nOpere di Bagnoli sono conservate in numerosi musei internazionali e dal 1976 l’artista ha realizzato molteplici installazioni permanenti\, tra cui quelle per Palazzo Durini e la Piantagione Paradise di Bolognano\, Pescara; Ascolta il flauto di canna\, 1985-2007 e Dacché sia notte\, entra\, 2007\, nel parco di Villa La Magia a Quarrata; Amore e Psiche\, 2010\, nel Parco Mediceo di Pratolino a Vaglia; Immacolata concezione\, 2011\, all’interno di ChiantiBanca a Piazza Duomo a Firenze; la fontana L’anello mancante alla catena che non c’è\, 1989-2017\, in piazza Ciardi a Prato. \nPer le celebrazioni del Millenario 1018-2018 dell’Abbazia di San Miniato al Monte a Marco Bagnoli è stata commissionata Janua Coeli\, che consiste nell’installazione di opere all’interno e all’esterno della Basilica\, e delle due cerimonie di apertura e di chiusura. Nel 2018 è stata pubblicata la monografia di Germano Celant\, Marco Bagnoli (Skira\, Milano) inclusiva di testi inediti dell’artista. \nParte della Collezione permanente del Museo\, l’opera di Bagnoli Cinquantasei nomi è stata presentata per la prima volta al Castello nel giugno del 2000 su commissione dell’allora Direttore Ida Gianelli e prodotta con il contributo di Dongo S.p.A. L’attuale restauro è reso possibile grazie al sostegno di Seda Group e Gianfranco D’Amato. \n  \nL’evento è gratuito fino a esaurimento posti con il biglietto di ingresso al museo a tariffa ridotta. Biglietto ridotto anche per i possessori di Abbonamento Musei e per i cittadini rivolesi. \nA causa della emergenza sanitaria\, i posti nel Teatro sono stati ridotti per poter garantire il distanziamento fisico. \n  \n Si prega di prenotare qui o contattare il numero 011.9565.246. \n 
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SUMMARY:Summer School 2020
DESCRIPTION:Campus settimanali per bambini e ragazzi 6-12 anni \nA cura del Dipartimento Educazione\nInfo e prenotazioni educa@castellodirivoli.org
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SUMMARY:Summer School 2020
DESCRIPTION:Campus settimanali per bambini e ragazzi 6-12 anni \nA cura del Dipartimento Educazione\nInfo e prenotazioni educa@castellodirivoli.org
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SUMMARY:The Chinese Lives of Uli Sigg
DESCRIPTION:In occasione della chiusura della mostra Di fronte al collezionista. La collezione di Uli Sigg di arte contemporanea cinese\, che ha presentato per la prima volta in Italia la prestigiosa collezione di Uli Sigg (Lucerna\, 1946)\, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea ospita la proiezione di The Chinese Lives of Uli Sigg (2016) dell’acclamato regista Michael Schindhelm. \nIl film documentario The Chinese Lives of Uli Sigg ripercorre le relazioni che Uli Sigg ha intessuto con la società cinese dal suo primo viaggio in Cina nel 1979 per la Schindler a oggi. Artefice della prima joint-venture tra la Cina e l’Occidente\, nel corso degli anni trascorsi nel paese asiatico\, Sigg ha intrecciato amicizie con numerosi artisti\, individuando nell’arte uno straordinario strumento per conoscere in profondità la cultura cinese. Tali connessioni culturali e amicali sono narrate attraverso lo sguardo di Ai Weiwei\, Cao Fei\, Feng Mengbo e Wang Guangyi\, intervistati insieme a curatori\, diplomatici\, architetti e altre personalità. \nIn occasione della proiezione si terrà una conversazione tra il regista Michael Schindhelm e il Capo Curatore e Curatore delle Collezioni Marcella Beccaria. \nL’evento è gratuito fino a esaurimento posti con il biglietto di ingresso al museo a tariffa ridotta. A causa della emergenza sanitaria\, i posti nel Teatro sono stati ridotti per poter garantire il distanziamento fisico. Si prega di prenotare qui o contattare il numero 011.9565.246.
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SUMMARY:Summer School 2020
DESCRIPTION:Campus settimanali per bambini e ragazzi 6-12 anni \nA cura del Dipartimento Educazione\nInfo e prenotazioni educa@castellodirivoli.org
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SUMMARY:PESTIFERA | Buio di Emanuela Rossi
DESCRIPTION:La rassegna serale PESTIFERA si svolge nel giardino esterno del Castello di Rivoli e indaga la rappresentazione delle pandemie attraverso l’arte cinematografica. \nIn occasione dell’ultimo appuntamento prima della pausa estiva\, venerdì 24 luglio la proiezione del nuovo film Buio (2019) sarà preceduta dall’introduzione della stessa filmmaker e regista Emanuela Rossi nonché dalla lettura dell’artista e regista Irene Dionisio del testo Coronavirus Capitalism (2020) di Naomi Klein. \nIl film Buio\, presentato in anteprima a Torino\, vincitore del Nastro d’argento SIAE per la sceneggiatura e del Premio Raffaella Fioretta per il Cinema Italiano ad Alice nella Città 2019\, è l’opera prima della regista\, da lei stessa sceneggiata con Claudio Corbucci\, produttore del film. L’opera è stata presentata in concorso al Tallinn Black Nights Film Festival 2019\, al Chelthenam Film Festival in Inghilterra e al Festival Univercinè Italien di Nantes 2020\, dove ha vinto il Prix des Lycéens. Realizzato con il contributo del POR FESR Piemonte 2014-2020 – Azione III.3c.1.2 – bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte\, Buio è prodotto dalla Courier Film\, con la produzione esecutiva della Redibis Film\, con Daniele Segre e Daniele De Cicco. \n24 luglio\, ore 21.30\nBuio (2019) regia di Emanuela Rossi (98’)\nCon Valerio Binasco\, Denise Tantucci\, Gaia Bocci \nLe sorelle Stella\, Luce e Aria trascorrono le giornate in lockdown\, segregate in casa. Ogni sera\, quando rientra\, il padre racconta quanto sia pericoloso il mondo fuori. Un giorno l’uomo sparisce e Stella\, la figlia più grande\, è costretta a uscire per fare provviste. Una favola post-apocalittica\, ma anche un romanzo di formazione che è un inno alla vita e alla forza dell’adolescenza. Opera prima della regista\, vincitrice nel 2019 della sezione “Alice nella Città” al Festival del Cinema di Roma. \nBiografia\nLa regista Emanuela Rossi (Roma\, 1959) è marchigiana e vive a Roma. Si è laureata al Dams di Bologna con una tesi su Alain Robbe-Grillet. Ha lavorato per diversi anni a Milano come giornalista free-lance nei magazine femminili (Grazia\, Marie Claire\, D-Donna etc). Nel 2003 si è trasferita a Roma e ha cominciato a lavorare come sceneggiatrice tv (Carabinieri\, La Squadra). Nel 2007 ha realizzato come sceneggiatrice\, regista e produttrice il suo primo cortometraggio\, Il bambino di Carla\, vincitore di Arcipelago\, cinquina Nastri d’Argento e David di Donatello\, selezionato in festivals in tutto il mondo. Nel 2008 realizza il cortometraggio Il citofono con Iaia Forte\, in concorso al Festival di Torino. Nel 2009 con la storia per il cinema Cavalca la tigre! è stata finalista al premio Solinas. Nel 2010 il cortometraggio Lacrime nere\, ambientato negli anni cinquanta\, con Alessandro Haber\, Giorgio Colangeli e Marina Rocco\, ha ottenuto il sostegno del Ministero dei Beni culturali e la Menzione speciale al Riff Film Festival di Roma. \nIl programma di PESTIFERA si concluderà a fine settembre nel Teatro del Museo con l’artista e regista iraniano-canadese Mostafa Keshvari che presenterà in anteprima il film Corona (2020)\, attualmente in fase di realizzazione. \nCorona (2020-in corso di realizzazione) regia di Mostafa Keshvari (65’)\nCon Emy Aneke\, Zarina Sterling\, Richard Lett \nIl film del giovane artista e regista iraniano-canadese\, indaga i temi della paura e del razzismo attraverso la storia di un gruppo di persone bloccate in un ascensore durante la pandemia Covid-19. Uno studio sulla società\, le persone e le scelte morali narrate attraverso un gruppo di individui bloccati in uno spazio ristretto. Un ritratto claustrofobico degli effetti societari della pandemia globale. \nE per chi resta a casa anziché venire all’arena\, suggeriamo nella nostra sala virtuale – Cosmo digitale – il cult zombie movie: \nThe Last Man on Earth (L’ultimo uomo della terra\, 1964) regia di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow (86’)\nCon Vincent Price\, Franca Bettoja\, Emma Danieli\nUn morbo si diffonde trasformando le vittime in vampiri. Solo uno scienziato (Price) sopravvive. Cerca disperatamente un antidoto\, ma i vampiri gli danno la caccia. Dal romanzo I Am Legend (1954) di Richard Matheson. I temi della pandemia e della solitudine in un film realizzato a tre anni dalla Baia dei porci e dalla paura dell’apocalisse nucleare. \nA cura di Carolyn Christov-Bakargiev\, Irene Dionisio e Fulvio Paganin\nCoordinamento Roberta Aghemo e Giulia Colletti\nAperitivo dalle ore 19 alle 21 (€ 8)\nIntervallo: dalle ore 21.15 alle 21.30 lettura da Noemi Klein\, Coronavirus Capitalism di Irene Dionisio\nProiezione: ore 21.30\, Buio (2019) di Emanuela Rossi\nIngresso omaggio al cinema con il biglietto del Museo\n(€ 8\,50 intero\, € 6\,50 ridotto)\nIl Museo è aperto dalle ore 10 alle 21 \nIl numero massimo di posti disponibili è 55 e l’ingresso alla proiezione è consentito fino a esaurimento posti.\nSi consiglia di acquistare online il biglietto qui\nPer informazioni: tel. 011.9565246 \nLa rassegna è realizzata in collaborazione con
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SUMMARY:In conversazione con Otobong Nkanga
DESCRIPTION:Mercoledì 15 luglio 2020\, ore 18\nInstagram Live \nSarà possibile seguire entrambe le dirette sul profilo ufficiale Instagram del Castello di Rivoli e rivederle sul Cosmo Digitale. \nIn preparazione della mostra dell’artista Otobong Nkanga (Kano\, Nigeria\, 1974) co-organizzata dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e da Henie Onstad Kunstsenter di Høvikodden\, Norvegia\, dove sarà presentata nell’autunno 2020 per poi inaugurare l’anno successivo al Castello di Rivoli\, il direttore del Museo Carolyn Christov-Bakargiev converserà con l’artista in diretta Instagram mercoledì 15 luglio alle ore 18.00. \nLa conversazione sarà introdotta da Tone Hansen\, direttore del museo Henie Onstad Kunstsenter. \nIl pubblico potrà seguire la diretta sul profilo ufficiale instagram del Castello di Rivoli. In seguito\, la conversazione sarà presente sul Cosmo digitale del museo. \nOtobong Nkanga è stata protagonista della mostra L’emozione dei COLORI nell’arte tenutasi al Castello di Rivoli e alla GAM di Torino (2017) nell’ambito della quale aveva presentato nella Manica Lunga l’opera Kolanut Tale: Slow Stain (Il racconto della noce di cola: macchia lenta\, 2017) successivamente entrata a far parte delle Collezioni del Museo grazie all’acquisto degli Amici Sostenitori del Castello di Rivoli. Attraverso un approccio multidisciplinare e l’impiego di linguaggi espressivi quali scultura\, arazzo\, disegno\, video\, fotografia\, progetti partecipativi e performance\, Nkanga realizza installazioni che esplorano le tracce naturali e la dimensione sociale\, culturale e ambientale dell’essere umano\, sempre visto come una rete complessa di relazioni con il territorio. \nNello stesso anno 2017\, Nkanga partecipa a documenta 14 (Kassel e Atene) con Carved to Flow (Lavorato per fluire\, 2017) un progetto che metteva in relazione materiali\, le loro trasformazioni attraverso un lavoro artigianale\, nonché le relazioni sociali ed economiche che ne derivano. \nNel 2019 Otobong Nkanga ha ricevuto il Lise Wilhelmsen Art Award Program (LWAAP)\, un nuovo premio per artisti sviluppato in collaborazione tra la famiglia Lise e Arne Wilhelmsen e Henie Onstad Kunstsenter\, Norvegia. Si tratta della prima edizione del premio che consiste in una somma di denato ($ 100.000) e viene assegnato ogni due anni. È stato istituito per sostenere gli artisti internazionali a metà carriera. Il vincitore ha inoltre l’opportunità di presentare una mostra presso il museo Henie Onstad Kunstsenter accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo. La giuria nominata per il 2019 che ha premiato Otobong Nkanga includeva: Tone Hansen\, Michelle Kuo\, Elvira Dyangani Ose\, María Inés Rodríguez\, Caroline Ugelstad e Paulina Rider Wilhelmsen. \nNote biografiche\nOtobong Nkanga (Kano\, Nigeria\, 1974\, attualmente vive e lavora ad Anversa\, Belgio) è considerata una delle artiste più interessanti del panorama contemporaneo. Ha studiato presso l’Università Obafemi Awolowo di Ile-Ife\, in Nigeria\, l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi\, la Rijksakademie van beeldende kunsten di Amsterdam\, DasArts Amsterdam ed è stata premiata con una residenza al DAAD di Berlino. Il suo lavoro è presente nelle collezioni di numerose istituzioni internazionali tra cui Centre Pompidou\, Parigi; Tate Modern\, Londra; Stedelijk Museum\, Amsterdam; Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Rivoli – Torino e ha esposto in mostre e biennali in tutto il mondo\, così come si sono tenute mostre personali al Museum of Contemporary Art (MCA) di Chicago\, al Tate Modern e Tate St. Ives\, Regno Unito. \nNel 2019 Nkanga ha ricevuto il Premio per la menzione speciale alla 58a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia\, è stata nominata vincitrice del Premio Biennale della Sharjah 2019 (con Emeka Ogboh)\, ha vinto il prestigioso Peter-Weiss-Preis\, ed è stata anche vincitrice del Premio culturale fiammingo per le arti visive – Ultima. Nel 2015 le è stato assegnato l’8° Yanghyun Art Prize e nel 2017 il Belgian Art Prize. Il progetto di Nkanga\, Carved to Flow\, è stato presentato lo stesso anno a documenta 14. \nLe sue mostre personali più recenti si sono svolte a Zeitz Mocaa\, Città del Capo e Tate St. Ives\, Regno Unito. L’ultima mostra\, From Where I Stand\, è attualmente allestita al Middlesbrough Institute of Modern Art (MIMA) in Inghilterra. Nkanga è stata l’artista residente del 2019 al Gropius Bau a Berlino dove ha sviluppato ulteriormente il progetto Carved to Flow\, culminato nella sua mostra personale There’s No Such Thing as Solid Ground nel 2020. \nÈ la prima destinataria del Lise Wilhelmsen Art Award Programme (2019) ed esporrà all’Henie Onstad Kunstsenter nell’autunno del 2020\, in una mostra organizzata in collaborazione con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea che aprirà nel 2021. \nTone Hansen (Kirkenes\, Norvegia\, 1970) è artista\, curatore\, scrittore d’arte e direttore dell’Henie Onstad Kunstsenter (HOK) di Høvikodden\, Norvegia. Laureatasi all’Accademia di Belle Arti di Oslo\, ha lavorato come Fellow presso l’Accademia di Belle Arti norvegese con il progetto Megamonster Museum (2003-2008). Prima di assumere la direzione dell’HOK\, ha lavorato nell’istituzione come curatore. Hansen è stata direttore responsabile di Reader: (Re) Staging the Art Museum e direttore responsabile di Thousand Eyes: tecnologia dei media\, diritto ed estetica. Tra i suoi progetti espositivi ricordiamo la presentazione retrospettiva di Hito Steyerl nel 2010. Tone Hansen è stata Presidente della Young Artists’ Society (UKS) dal 2003 al 2005. È Capo dell’Arts Council Norway\, istituzione che definisce le politiche culturali norvegesi. \nCarolyn Christov-Bakargiev (Ridgewood\, New Jersey\, 1957) è il direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della Fondazione Francesco Federico Cerruti. È stata Visiting Professor alla Northwestern University di Chicago (2013-2019) e ha insegnato o tenuto conferenze in numerose università tra le quali University of Leeds; Goethe Universität\, Frankfurt Am Main; Harvard University\, Cambridge; Jawaharlal Nehru University\, New Delhi. \nNel suo percorso curatoriale si incrociano mostre e cataloghi di artisti internazionali e dell’Arte Povera italiana\, tra cui William Kentridge\, Giuseppe Penone\, Alighiero Boetti\, Pierre Huyghe\, Francis Alÿs\, Adrián Villar Rojas\, Mario Merz\, Marisa Merz\, Jannis Kounellis\, Janet Cardiff\, Anna Boghiguian e Hito Steyerl. Nel 2008 cura la 16° Biennale of Sydney\, seguita da dOCUMENTA(13) nel 2012 e dalla 14° Istanbul Biennial nel 2015. Ha diretto la GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea dal 2016 al 2018. Fra le sue più importanti pubblicazioni figura Arte Povera (Phaidon Press\, Londra\, 1999).
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SUMMARY:PESTIFERA - L’arena estiva del Castello di Rivoli
DESCRIPTION:A cura di Carolyn Christov-Bakargiev\, Irene Dionisio e Fulvio Paganin\nCoordinamento Roberta Aghemo e Giulia Colletti\nVisita al Museo dalle ore 10 alle 21\nAperitivo dalle ore 19 alle 21\nIntervallo: letture filosofiche dalle ore 21.15 alle 21.30\nProiezione: ore 21.30\nIngresso omaggio al cinema con il biglietto del Museo (€ 8\,50 intero\, € 6\,50 ridotto) \n\nLa rassegna serale\, che si svolge nel giardino esterno del Castello di Rivoli\, indaga la rappresentazione delle pandemie attraverso l’arte cinematografica e si svolgerà ogni venerdì a partire dal 26 giugno\, data in cui verrà proiettato Die Pest im Florenz (La Peste a Firenze) (1919)\, fino al 24 luglio quando verrà presentato il nuovo film Buio di Emanuela Rossi (2019). \nAppositamente musicato dal vivo\, La Peste a Firenze è un film di Otto Rippert scritto da Fritz Lang. Ispirato a un racconto di Edgar Allan Poe\, The Mask of the Red Death (La maschera della morte rossa)\, è ambientato durante la peste nera del Trecento\, che decimò la popolazione fiorentina ed europea.\nRealizzato tra il 1918 e il 1919\, il film parla indirettamente del proprio tempo\, nell’Europa del Primo Dopoguerra attraversata dalla pandemia della febbre spagnola. Il film muto verrà appositamente sonorizzato dal compositore e artista multimediale Riccardo Mazza. \nLa rassegna include proiezioni di film cult quali Nosferatu (1978) di Werner Herzog che indaga la natura inestirpabile del Male e la pellicola Epidemic (1987) di Lars von Trier nonché le ultime uscite coeve alla pandemia Covid-19 in atto. \nRiflettendo sul senso di una rassegna che esplora le tematiche del contagio morale e fisico\, l’artista e filmmaker Irene Dionisio dichiara\, “Lo sfruttamento sistematico del pianeta si è trasformato\, attraverso una prevista e prevedibile zoonosi\, nel flagello del XXI secolo. L’umanità\, specie in cammino\, dopo una lunga e forzata cattività\, è stata messa di fronte ad una banale certezza\, quella della propria finitezza. Di fronte “all’assurdità”\, scriverebbe Albert Camus\, della propria esistenza\, come reagire per non cedere alla follia? La rappresentazione cinematografica\, come susseguirsi di immagini-soglia dell’inconscio collettivo globale\, ci offre una possibile catarsi\, epoché e\, forse\, ripresa di un tanto agognato respiro collettivo”.\n \nOgni proiezione è preceduta da un intervento di 15 minuti\, tra sonorizzazione e letture filosofiche. \nIl numero massimo di posti disponibili è 55 e l’ingresso alle proiezioni è consentito fino a esaurimento posti.\nSi consiglia di acquistare online il biglietto qui\nPer informazioni: tel. 011.9565246 \n26 giugno ore 21.30\nDie Pest im Florenz / La peste a Firenze (1919) \nRegia di Otto Rippert (92’)\nCon Theodor Becker\, Karl Bernhard\, Julietta Brandt \nScritto da Fritz Lang e tratto da un racconto di E. A. Poe\, il film trasporta lo spettatore nel clima mistico e torbido del Medioevo. La peste infuria ovunque lasciando dietro di sé la morte\, che nel film ha sembianze umane. Un film tedesco presentato al Marmorhaus di Berlino\, nel mezzo della pandemia della febbre spagnola. \nIl film sarà sonorizzato dal vivo da Riccardo Mazza\nIl film sarà preceduto dall’introduzione dello storico medievista Giuseppe Sergi \n3 luglio ore 21.30 \nNosferatu: Phantom der Nacht / Nosferatu\, il principe della notte (1978) \nRegia di Werner Herzog (107’)\nCon Klaus Kinski\, Bruno Ganz\, Isabelle Adjani \nKlaus Kinski interpreta un Dracula dall’animo lacerato\, sospeso tra l’impossibilità di sottrarsi alla sua natura di demone immortale\, personificazione della peste\, e la volontà di morire per porre fine al suo eterno tormento. W. Herzog crea un affresco onirico\, surreale e allegorico che costituisce un omaggio e allo stesso tempo una rivisitazione in chiave contemporanea di un capolavoro assoluto dell’Espressionismo tedesco\, il Nosferatu di Murnau (1922). \nIl film sarà preceduto dalla lettura dal vivo del curatore del Museo Marianna Vecellio di Nel contagio (2020) di Paolo Giordano \n10 luglio ore 21.30 \nEpidemic (1987) \nRegia di Lars von Trier (102’)\nCon Allan De Waal\, Ole Ernst\, Michael Gelting \nUn regista e uno sceneggiatore\, interpretati dallo stesso Von Trier e da Niels Vørsel\, stanno lavorando a una pellicola ambientata in un mondo in cui si è diffusa una misteriosa epidemia. Durante la sua realizzazione\, però\, si scatena una pandemia reale. In un sofisticato e perturbante gioco metanarrativo von Trier firma la seconda pellicola della Trilogia Europea.\n \nIl film sarà preceduto dalla lettura dal vivo del filosofo Leonardo Caffo del suo Manifesto Covid: Per un dopo che era un prima (2020) \n17 luglio ore 21.30 \n28 Days Later / 28 giorni dopo (2002) \nRegia di Danny Boyle (112’)\nCon Cillian Murphy\, Christopher Eccleston\, Naomie Harris \nUn giovane di nome Jim si risveglia dal coma in cui era finito dopo un incidente automobilistico. Uscito dall’ospedale\, si ritrova a vagare per le strade di una Londra devastata da un virus che ne ha trasformato gli abitanti in creature affamate di carne umana. Il regista dirige un horror post apocalittico che omaggia gli zombie movies. Liberamente ispirato al romanzo Il giorno dei trifidi (1951) di John Wyndham. \nIl film sarà preceduto dalla lettura dal vivo di Carolyn Christov-Bakargiev del testo Riflessioni sulla peste (27 Marzo 2020) di Giorgio Agamben \n24 luglio ore 21.30 \nBuio (2019) \nregia di Emanuela Rossi (98’)\nCon Valerio Binasco\, Denise Tantucci\, Gaia Bocci \nLe sorelle Stella\, Luce e Aria trascorrono le giornate in lockdown\, segregate in casa. Ogni sera\, quando rientra\, il padre racconta quanto sia pericoloso il mondo fuori. Un giorno l’uomo sparisce e Stella\, la figlia più grande\, è costretta a uscire per fare provviste. Una favola post-apocalittica\, ma anche un romanzo di formazione che è un inno alla vita e alla forza dell’adolescenza. Opera prima della regista\, vincitrice nel 2019 della sezione “Alice nella Città” al Festival del Cinema di Roma. \nIl film sarà preceduto dall’introduzione della regista Emanuela Rossi nonché dalla lettura dal vivo dell’artista e regista Irene Dionisio del testo Coronavirus Capitalism di Naomi Klein \nE per chi resta a casa anziché venire all’arena\, suggeriamo nella nostra sala virtuale – Cosmo digitale / Digital Cosmos – il cult zombie movie: \nThe Last Man on Earth (L’ultimo uomo della terra\, 1964) \nRegia di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow (86’)\nCon Vincent Price\, Franca Bettoja\, Emma Danieli \nUn morbo si diffonde trasformando le vittime in vampiri. Solo uno scienziato (Price) sopravvive. Cerca disperatamente un antidoto\, ma i vampiri gli danno la caccia. Dal romanzo I Am Legend (1954) di Richard Matheson. I temi della pandemia e della solitudine in un film realizzato a tre anni dalla Baia dei porci e dalla paura dell’apocalisse nucleare. \nE\, in aggiunta\, dopo il 25 settembre\n \nCorona (2020-in corso di realizzazione) \nRegia di Mostafa Keshvari (65’)\nCon Emy Aneke\, Zarina Sterling\, Richard Lett \nIl film del giovane artista e regista iraniano-canadese\, indaga i temi della paura e del razzismo attraverso la storia di un gruppo di persone bloccate in un ascensore durante la pandemia Covid-19. Uno studio sulla società\, le persone e le scelte morali narrate attraverso un gruppo di individui bloccati in uno spazio ristretto. Un ritratto claustrofobico degli effetti societari della pandemia globale. \nLa rassegna è realizzata in collaborazione con distretto Cinema
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SUMMARY:DIGITAL COMP(H)OST
DESCRIPTION:Il progetto COMP(H)OST torna online! \nDopo l’ultimo appuntamento con la conferenza del filosofo Emanuele Coccia\, riprende il programma del progetto COMP(H)OST con un nuovo ciclo di incontri e una serata di musica live. \nA partire dal 23 giugno\, ogni martedì per quattro settimane\, in diretta streaming sul Canale Youtube del Castello di Rivoli si alterneranno artiste\, musicisti\, compositrici\, studiosi e scrittrici. Sarà l’occasione per sperimentare formati innovativi e affrontare i temi dell’ibridazione e della mescolanza in chiave tecnologica\, biologica e sociale\, esplorando nuove forme di interazione pubblica e di scambio. \nAvviato dal progetto LIVING MATTERS dell’artista statunitense Claire Pentecost\, e proseguito con i contributi della filosofa belga Vinciane Despret\, degli artisti olandesi Metahaven e dell’artista anglosassone Diann Bauer\, e di Emanuele Coccia\, COMP(H)OST si concluderà nei mesi autunnali. \nCOMP(H)OST è un progetto realizzato da a.titolo\, NERO e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, in collaborazione con il Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam\, con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando “ORA! Produzioni di Cultura Contemporanea”\, con il contributo della Regione Piemonte\, l’ospitalità di Duparc Contemporary Suites e la collaborazione di Film Commission Torino Piemonte. \n  \nProgramma:\nSTORIE DALLA FINE DEL MONDO\nMartedì 23 giugno – diretta streaming h 18.30\n \nGhiacciai che evaporano\, pandemie zoonotiche e crisi economiche: società e natura si fondono in un futuro che non possiamo conoscere. Quali storie possono raccontare le nuove storie? Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi\, coautori di MEDUSA – newsletter sui cambiamenti climatici e culturali – incontrano la scrittrice Laura Pugno. \nLaura Pugno è autrice di poesia\, prosa\, saggi e testi teatrali. Tra gli ultimi libri\, i romanzi La metà di bosco e La ragazza selvaggia (Marsilio\, 2018 e 2016)\, il saggio In territorio selvaggio (Nottetempo\, 2018)\, e le raccolte di poesia L’alea (Perrone\, 2019) e I legni (Pordenonelegge\, 2018). Collabora con “L’Espresso” e dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. \nMatteo De Giuli è giornalista scientifico ed editor de “il Tascabile”\, la rivista culturale di Treccani. Ha collaborato con Radio3 Rai\, “Not”\, “National Geographic”\, “Il Venerdì di Repubblica”. \nNicolò Porcelluzzi è editor de “il Tascabile”\, ha scritto per “Internazionale”\, “l’Ultimo Uomo”\, “Not” e altre riviste. È stato redattore di “Inutile” rivista letteraria. \n  \nCHTHULUCENE. RESTARE A CONTATTO CON IL PROBLEMA\nMartedì 30 giugno – diretta streaming h 18.30 \n \nCosa succede quando il genere umano\, dopo avere irrimediabilmente alterato gli equilibri del pianeta Terra\, smette di essere il centro del mondo? E nel pieno della crisi ecologica\, che relazioni è possibile recuperare non solo tra individui umani\, ma tra tutte le specie che il pianeta lo abitano? Clara Ciccioni e Miriam Tola ripercorrono i passaggi chiave di Chthulucene di Donna Haraway (NERO\, 2019)\, mettendo in evidenza la centralità che il pensiero della filosofa statunitense assume rispetto al nostro presente. \nClara Ciccioni è PhD in Storia e Scienze Sociali e ricercatrice indipendente. Ha collaborato come editor e traduttrice con vari editori italiani. È editor della collana Not di NERO Edizioni. \nMiriam Tola insegna nel Dipartimento di Media e Comunicazione alla John Cabot University di Roma e alla Northeastern University di Boston. La sua ricerca intreccia studi femministi\, postcoloniali\, ecologia politica e cultura visuale. \n  \n  \n  \nCOMP(H)OST FESTIVAL\nMartedì 7 luglio – diretta streaming h 21.00\n \nMana\, Silvia Kastel\, Rainbow Island e Marta De Pascalis sono i protagonisti di un programma di live-set e dj-set che esplora il tema dell’ibridazione: in senso tecnologico (un evento unico nel suo genere\, dove l’interazione tra “corpi” è completamente ripensata)\, biologico (aneliti trans e postumani\, sintesi tra uomo e macchina\, messa in discussione dell’identità)\, ecologico (riflessione sul rapporto tra organico e artificiale). \nMana è l’ultimo progetto dell’italiano Daniele Mana\, già noto come Vaghe Stelle e membro degli One Circle insieme con Lorenzo Senni e Francesco Fantini. Il suo Seven Steps Behind è stato pubblicato nel 2019 dalla leggendaria etichetta londinese Hyperdub. \nSilvia Kastel\, proveniente dall’underground free noise e già fondatrice dell’etichetta Ultramarine\, ha intrapreso un percorso che dall’Italia l’ha vista passare per New York e Londra (dove ora risiede\, e tra le altre cose tiene una trasmissione per l’emittente NTS) fino ad approdare a un’elettronica angolare e straniante\, ben testimoniata dall’album Air Lows uscito per la gloriosa etichetta londinese Blackest Ever Black. \nRainbow Island è una band interdimensionale-psichedelica di base a Roma. Il loro ultimo album si intitola Crystal Smerluvio Riddims e segue l’acclamato esordio RNBW\, uscito nel 2012. \nMarta De Pascalis è una compositrice italiana che opera tra Roma e Berlino\, specializzata nel lavoro a cavallo tra sintesi analogica e tape loops. I suoi album sono stati pubblicati dall’etichetta inglese The Wormhole. \n  \nPER UNA NUOVA GRAMMATICA DELL’AGIRE CIVICO\nPRATICHE DI OSPITALITÀ TRA ARTI E ATTIVISMO\nMartedì 14 luglio – diretta streaming h 18.00\n \nCosa si intende con il termine ospitalità? Qual è il rapporto tra chi ospita e chi viene ospitato? La reciprocità che la lingua italiana assegna a questo rapporto\, al punto da saldarlo in un’unica parola\, come sopravvive e si manifesta nelle attuali pratiche? Queste e altre questioni\, cruciali rispetto alle crescenti condizioni di ingiustizia sociale\, marginalità e povertà diffuse a tutti i livelli\, da quello locale delle nostre periferie urbane a quello globale delle popolazioni migranti\, sono affrontate in un seminario condotto da Francesco Careri con la partecipazione di Lorenzo Romito\, dell’artista palestinese Sandi Hilal\, del politologo francese Sébastien Thiery\, di Maurizio Cilli e Stefano Mirti. \nFrancesco Careri e Lorenzo Romito sono cofondatori di Stalker. Dal 1995 sviluppano pratiche che interrogano l’abitare e la città nelle sue condizioni residuali e periferiche\, all’incrocio tra sperimentazione artistica\, riflessione teorica e azione civile e politica. Tra le più emblematiche di Stalker\, figura la pluriennale esperienza di Ararat con i rifugiati curdi a Campo Boario a Roma (1999-2007). Tra i loro progetti più recenti\, C.I.R.C.O. Casa Irrinunciabile per la Ricreazione Civica e l’Ospitalità\, a cura di Francesco Careri per il corso di Arti Civiche dell’Università Roma Tre e BURB\, la Biennale Urbana nata dalla collaborazione di Lorenzo Romito e Giulia Fiocca con gli urbanisti Andrea Curtoni e Giulia Mazzorin dello IUAV di Venezia. \nSandi Hilal è artista\, architetta\, ricercatrice e autrice di programmi sperimentali di educazione. Con Alessandro Petti ha fondato Campus in Camps nel Dheisheh Refugee Camp di Betlemme e co-dirige DAAR Decolonizing Architecture and Art Residency. In Svezia\, nel 2016\, ha avviato con una comunità di rifugiati il progetto Al Madafeh / Living Room incentrato sul diritto ad ospitare. \nSébastien Thiery è politologo e membro del comitato di redazione della rivista “Multitudes”. Nel 2012 ha fondato con Gilles Clément le PEROU il Pôle d’Exploration des Ressources Urbaines. Ha pubblicato numerosi libri ed è borsista all’Accademia di Francia – Villa Medici a Roma\, dove sta lavorando alla candidatura dell’atto di ospitalità a Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità UNESCO. \nMaurizio Cilli è architetto e artista che sperimenta interventi di interpretazione dei fenomeni di trasformazione dei territori. Nel 2020 ha pubblicato Senza casa senza cosa\, da un’indagine avviata alla Triennale nella mostra 999 domande sull’abitare contemporaneo a cura di Stefano Mirti\, con il quale ha ideato Bottom Up!\, ultima edizione del Festival di Architettura di Torino. Stefano Mirti è progettista\, tra i massimi esperti di Interaction Design in Italia. Cofondatore di Id-lab\, svolge da sempre attività di insegnamento ed è direttore della Scuola Superiore d’Arte Applicata di Milano. \nCOMP(H)OST è basato su un’idea di Marianna Vecellio e Sofía Hernández Chong Cuy ed è curato da Francesca Comisso e Luisa Perlo per a.titolo\, Marianna Vecellio per il Castello di Rivoli\, Lorenzo Gigotti\, Valerio Mannucci e Valerio Mattioli per NERO. \nLa documentazione dei precedenti appuntamenti di COMP(H)OST è online sul sito www.comphost-project.com
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