Fiorenzo Alfieri

Guarda il tributo a Fiorenzo Alfieri, scomparso il 13 dicembre 2020

 

Mi chiamo Fiorenzo Alfieri e sono nato a Polignano a Mare l’11 settembre 1943. Ho avuto la fortuna di incominciare a lavorare molto presto. Avevo scelto l’Istituto Magistrale perché mi sentivo portato all’insegnamento. Diplomato nel giugno del 1961, quando non avevo ancora 18 anni, già in ottobre sostenevo la prova scritta del concorso per insegnante elementare. Mentre mi preparavo per l’esame orale ebbi un incarico presso la Scuola Popolare dove feci un’esperienza indimenticabile con 25 adulti di diversa età e provenienza, tutti presi dal desiderio di imparare in fretta per migliorare la loro condizione. Ancora oggi ricordo quel periodo come un rito di iniziazione al raggiungimento ostinato dei propri obiettivi. Prima ancora di compiere 19 anni mi venne assegnato un posto di ruolo in Torino, nella Scuola elementare Nino Cosa, nell’estrema periferia nord-ovest, tra l’antico borgo di Lucento e il nuovissimo quartiere delle Vallette. È qui che presi parte a una delle esperienze più innovative di trasformazione della scuola elementare. Mi fu assegnata una terza classe, tutta maschile di 35 alunni. Uno di loro aveva solo due anni meno di me e faceva il fotografo. Appena nominato di ruolo mi iscrissi all’Università, corso di laura in Pedagogia. Fu grazie al professor Francesco De Bartolomeis che mi avvicinai alle tecniche didattiche di Célestin Frenet. Tanti valori convergono in questa tecnica: ciò che si fa a scuola deve subito uscire dall’aula per arrivare nelle case e nel quartiere; si impara la tecnica della scrittura perché serve a comunicare, e non come esercizio fine a sé stesso; la conversazione è il metodo più adatto per vivere e imparare. La questione dell’uso che si fa delle parole mi sta da sempre particolarmente a cuore perché il mio mestiere d’insegnante mi ha reso sensibile al cambiamento di rappresentazione mentale della realtà da parte delle persone o dei gruppi con cui ho avuto a che fare. Se il cambiamento è avvenuto, il lavoro è stato utile; altrimenti è andato sprecato.

 

Nel 1970, in sei scuole della cintura operaia della città, caratterizzata da una forte presenza di immigrati meridionali, provai a dare vita insieme a un nutrito gruppo di maestre e maestri impegnati e visionari alla prima esperienza di tempo pieno, che potesse mettere radicalmente in discussione i vecchi metodi educativi. L’ambizione di noi insegnanti è stata sempre quella di contrastare il principio secondo cui l’offerta educativa e culturale, se vuole davvero incontrare gli strati più popolari, deve necessariamente abbassare il proprio livello. Cercammo di dimostrare l’esatto contrario e cioè che, lavorando in un certo modo con i bambini e con le loro famiglie, si poteva produrre il ‘miracolo’ di ottenere una qualità pari se non superiore a quella riscontrabile in ambienti socialmente più avvantaggiati. La notorietà del nostro lavoro indusse, nel quinquennio immediatamente successivo, parecchie famiglie della borghesia torinese illuminata, abitanti nel centro, a sobbarcarsi ogni giorno un lungo viaggio per portare i loro figli nella lontanissima scuola Nino Costa, permettendo così a noi di ‘mescolare il sangue’ delle nostre classi. Un fatto di questo tipo – che si andava ad aggiungere al risultato di avere, dopo cinque anni di scuola, ragazzi e famiglie che leggevano libri in modo regolare, ascoltavano buona musica, si organizzavano per andare insieme la domenica a conoscere i beni storico-artistici della regione, facevano teatro e soprattutto organizzavano comitati di quartiere spontanei per portare i loro modi di ragionare e di agire fuori dai confini della scuola – a me pare di particolare interesse. Si si è sempre parlato tanto, infatti, di rompere i ghetti urbani ma è difficile poi accettare il principio che il modo migliore per farlo stia nel creare in periferia servizi migliori di quelli che si trovano nelle zone considerate privilegiate, fino a indurre i ceti medio-alti a complicarsi la vita pur di mettere a disposizione dei loro figli certi modi di stare insieme e di capire il mondo. A guardare quelle aule si vede un laboratorio scientifico e naturalistico, grandi pitture colorate alle pareti, banchi raggruppati per svolgere insieme dei lavori e una tipografia per stampare i testi composti dai bambini, che avevo acquistato appena sposato con mia moglie Maria Teresa Fontana e pagato personalmente a rate, come al tempo facevano diverse compagne e compagni del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), di cui ero militante attivo con Mario Lodi e Bruno Ciari tra gli altri. Era talmente forte in me l’imprinting derivante dall’esperienza condotta nella scuola e nel Movimento che quando arrivò il ’68 mi trovai nella necessità di conciliare la ventata politica che non poteva certo lasciarmi indifferente, con la qualità di quell’esperienza professionale. Scrissi quindi alla Federazione del PCI chiedendo di prendere in considerazione il lavoro di gente come me e di ricordarlo qualora la linea generale avesse avuto bisogno di rapportarsi con campi specifici di lavoro e di ricerca.

 

Questa lettera non cadde nel vuoto. In vista delle elezioni amministrative del 1975, il Responsabile Cultura della Fondazione, Antonio Monticelli, mi propose a sorpresa di entrare nella lista per il Consiglio Comunale di Torino. Per la prima volta il Partito aveva deciso di inserire nella lista personaggi esterni all’organizzazione, che fossero conosciuti per il loro lavoro sul campo. Io, che avevo appena firmato con il CNR un contratto per una ricerca valutativa da condurre in quattro classi parallele tra cui la mia, risposi che non avrei avuto tempo per altro ma che avrei comunque preso parte. Nell’autunno del 1976 mi fu annunciato che si sarebbe liberato per il me il posto da Assessore alla Gioventù, allo Sport e al Tempo Libero. Partendo dal presupposto che la scuola non sarebbe mai stata in grado di formare da sola “cittadini migliori di noi”, mi posi insieme alla giunta l’obiettivo di attivare il maggior numero possibile di componenti del sistema-città, chiedendo loro di mettersi a disposizione delle scuole allo scopo di farsi conoscere e di farsi capire. Fu un’avventura appassionante: per la prima volta le più diverse componenti della nostra Città, non solo quelle ovvie come le biblioteche, i teatri, i cinema, ma anche le industrie, i fornitori di servizi, i mercati, i vigili del fuoco, la polizia e quanti altri soggetti si possano immaginare vennero contattate e invitare a organizzare attraverso attività capaci di mettere i bambini e i ragazzi in contatto diretto con i loro modi di operare. Quando cominciai a fare l’Assessore alla Gioventù, l’enorme impegno rivolto alla scuola dalla Giunta Novelli aveva ormai solide basi per svilupparsi. Ciò che invece mancava era una politica per i giovani. Qui le date sono importanti. Incominciai a fare l’Assessore alla Gioventù nell’ottobre del 1976. E sappiamo bene cosa successe in Italia a partire dal gennaio 1977. A 33 anni fui improvvisamente catapultato dalla didattica sperimentale nella scuola Nino Costa alla risposta delle istituzioni al ribellismo giovanile esploso. Nell’aprile del 1977 portammo all’approvazione del Consiglio Comunale il primo “Progetto Giovani” della Città di Torino. Lo scopo era di parlare al maggior numero possibile di giovani, per affermare che la loro esistenza e il loro futuro erano considerati dalla nostra Amministrazione una priorità. Il principio da seguire era che i giovani dovessero appartenere a molti e diversi settori. Il progetto veniva implementato attraverso lo strumento chiamato “Infomagiovani”. In quegli anni, riuscimmo a promuovere anche esperienze come “Sportinsieme” e il “Festival Cinema Giovani” (oggi “Torino Film Festival”). Nel settembre del 1978 organizzai il “Settembre pedagogico”, un evento della durata di una settimana durante il quale parecchie centinaia di persone ebbero la possibilità di incontrare esperti di ogni sorta. Nonostante il mio impegno politico, la scuola è sempre rimasta al centro della mia attenzione. L’attenzione verso la costruzione di narrazioni capaci di alimentare trasformazioni non effimere, la sperimento anche da dirigente scolastico dal 1979 al 2003 e da formatore all’istituto regionale di ricerca, sperimentazione e aggiornamento educativi (Irrsae) Piemonte, dove lavoro dal 1985 al 1995. Gli insegnanti di una scuola dovrebbero costruire e condividere a lungo narrazioni orali su ciò che vanno proponendo e sperimentando prima di arrivare a scrivere i documenti di indirizzo previsti dalla norma. In quel testo arrivavo a consigliare un tale percorso anche al ministro della pubblica istruzione, perché provvedimenti legislativi ed eventuali riforme non cadessero nel vuoto.

 

Nel 1997, appena nominato Assessore (anche) al Commercio, nella Giunta Castellani, promossi e coordinai il lavoro del primo piano strategico della città, i cui obiettivi erano la valorizzazione e lo sviluppo del patrimonio culturale; il coordinamento delle attività culturali e la programmazione degli eventi di carattere internazionale; lo sviluppo dell’industria turistica; il posizionamento della destinazione Torino/Piemonte nel mercato turistico nazionale e internazionale; il supporto alla crescita e all’innovazione della rete commerciale; la promozione dello sport; e l’uso delle Olimpiadi Invernali come motore di sviluppo e promozione internazionale. Un processo partito dall’osservazione di realtà diverse rispetto a Torino, ma anche da una valutazione attenta di quanto Torino poteva offrire. L’idea di fare sistema, di cercare di riversare su tutti coloro che operavano nel settore i benefici dell’attenzione di ciascuno, iniziò ad essere un preciso punto di riferimento che diede origine a uno spirito che trovò poi la sua massima realizzazione nelle “Giornate dell’Orgoglio Olimpico” del 2006. A fine luglio 1997, feci un primo incontro di ricognizione con le associazioni dei commercianti. Arrivarono in ufficio con una lunga lista di lamentazioni, e fra queste ve ne era una riguardante le illuminazioni di Natale. Durante il periodo natalizio di qualche anno prima ero stato colpito dal fatto che i commercianti non avessero illuminato le vie e le piazze della Città per protesta nei confronti del Comune. «Se qui si accetta senza particolari obiezioni che il Natale possa trascorre al buio, significa che siamo isolati dal mondo.» Fu forse per questo che, quando i commercianti lamentarono il fatto che le illuminazioni natalizie, pur abbellendo la Città, venissero sempre pagate soltanto da loro senza sostegno dal Comune, risposi che l’Assessorato avrebbe collaborato a condizione che le luci non fossero risultate pacchiane. Senza pensarci due volte, dissi: «Facciamole disegnare dagli artisti!» Grazie a quelle luminarie concepite da grandi artisti contemporanei, dal tappeto di lucine colorate di Daniel Buren in piazza Palazzo di Città passando per le complesse strutture luminose raffiguranti pianeti, corpi celesti e orbite che si conclude con la sagoma di un funambolo stilizzato di Giulio Paolini, alla Serie Fibonacci di Mario Merz sulla Mole e ai “Piccoli spiriti blu” di Rebecca Horn al Monte dei Cappuccini diventate permanenti, Torino si è trasformata negli anni in una delle capitali della creatività contemporanea. È sempre nello stesso anno che inizia a muovere i primi passi in merito alla vicenda olimpica. Il mio ruolo in questa prima fase fu di inquadrarla nella più generale necessità di cogliere tutte le occasioni possibili, a partire dalle più visibili e di forte caratura internazionale, per dare un senso a quella delega, un po’ misteriosa, che mi era stata affidata e che riguardava la Promozione della Città. Non spettava a me entrare nel merito della candidatura, ma mi parve mio dovere premere affinché la prospettiva venisse presa in considerazione. Le amministrazioni locali prepararono il dossier di candidatura e il CONI lo preferì alla candidatura di Venezia. Nel 2001, Chiamparino mi collocò alla Cultura. All’inizio del mio percorso moltissime realizzazioni già portate e termine dal mio predecessore – basti pensare al Museo del Cinema nella Mole Antonelliana o l’Abbonamento Musei – o in via di sviluppo, resero necessari da parte mia capacità di ascolto, analisi attenta e soprattutto rispetto. Una delle priorità del programma amministrativo del primo quinquennio in materia di cultura e arredo urbano riguardava la creazione della Fondazione Torino Musei che avrebbe riunito i musei civici in un’unica struttura gestionale autonoma e specializzata. Inoltre nel 2004 mi sono occupato anche della nascita della Fondazione Museo delle Antichità Egizie. Il programma passava poi all’arte contemporanea e parlava di sinergia da creare tra la GAM (Galleria d’Arte Moderna), il Castello di Rivoli, certi poli privati come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e gallerie specializzate, e prefigurava un appuntamento annuale che conglobasse le attività di tutti questi soggetti con le “Luci d’Artista” e la fiera internazionale di Artissima. Questo appuntamento si è poi radicato nel mese di novembre con il marchio “Contemporary Art Torino e Piemonte” e costituisce ancora oggi la dimostrazione più visibile, anche a livello internazionale, del fatto che Torino ha puntato in modo convinto e caparbio sull’arte contemporanea. Faceva parte di questo capitolo anche la “Biennale Internazionale Arte Giovane” poi diventata nel periodo olimpico “Triennale d’arte contemporanea di Torino” (T1) con una seconda edizione nel 2008. In quegli anni seguì la riapertura di Palazzo Madama, di diverse sale teatrali, l’apertura del MAO Museo d’Arte Orientale, il completo rinnovamento del Museo dell’Automobile, lo sviluppo di “Settembre Musica” (poi diventato “Mito”), la nascita di “Torinodanza” e del “Traffic festival”. Mi sono trovato anche a presiedere il Comitato per l’Ostensione della Sindone. È sempre in questi anni – dal 2001 al 2011 – che coordinai i lavori per il 150° dell’Unità d’Italia, la promozione del muralismo e dell’arte pubblica con il “Progetto Murarte”, l’apertura del PAV Parco d’Arte Vivente; mi impegnai anche per il recupero delle Officine OGR, pensate come spazio di espansione della GAM, e gli eventi culturali in occasione delle Olimpiadi del 2006. Non facevo parte della delegazione che andò a Seul e che visse in prima persona l’assegnazione delle Olimpiadi. Tuttavia, non furono facili i rapporti con chi, nel Comune, aveva il compito di preparare la Città ad accogliere l’evento. A Torino la risposta della cittadinanza fu globale, ma al suo interno si avvertì il fatto che tanta parte della popolazione è di origine meridionale. Sono sensibile a questo aspetto perché ho avuto una madre piemontese e un padre pugliese; quindi, sono cresciuto con le due culture compresenti in casa. Ebbene, mi sono reso conto che durante le Olimpiadi furono soprattutto i nostri concittadini provenienti dal meridione, con la loro propensione alla socialità e al buon umore e alla generosità di se stessi a determinare il successo civico dell’evento.

 

Dal 2013 al 2019, sono stato Presidente dell’Accademia Albertina. Dicono che io abbia portato il mio entusiasmo e la mia rete di contatti istituzionali, contribuendo in maniera determinante alla crescita dell’Istituzione, sostenendo gli importanti lavori di ristrutturazione della Rotonda del Talucchi e dell’Ipogeo, sposando in pieno e sostenendo l’intuizione dell’allora Direttore Salvo Bitonti che portò all’allestimento di due edizioni del FISAD Festival Internazionale delle Scuole d’Arte e Design. Infine, un pensiero va al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di cui diventai Presidente nel 2019. Un compito che ho sempre svolto con dedizione, generosità, passione per il lavoro, propensione all’innovazione e spirito di collaborazione. Mi commuove sapere che la mia cultura e il mio grande amore per l’arte contemporanea resteranno tracce indelebili nella storia di quell’istituzione.

 

Ora andiamo a visitare il Museo insieme.

 

La prima volta che sono venuto, all’inaugurazione del Museo, il 18 dicembre 1984, ero un giovane Assessore allo Sport per la Città di Torino, ed ero l’unico rappresentante della Città a venire, perché il progetto era soprattutto visto come appartenere alla Regione Piemonte.

 

Quella serata è stata magica. C’era la nebbia che avvolgeva tutto nel mistero e all’interno dell’edificio Juvarriano, mirabilmente restaurato dall’Architetto Andrea Bruno, ricordo in particolare i fuochi di Jannis Kounellis, maestro dell’arte povera che aveva il coraggio di rivoluzionare completamente la nostra idea di arte. Da allora, il Museo ha sempre presentato opere di artisti che hanno trasformato e innovato con la loro creatività.

 

Biografia Fiorenzo Alfieri

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