Giulio Paolini “Le Chef-d’oeuvre inconnu”

GIULIO PAOLINI “Le Chef-d’oeuvre inconnu”

La mostra Giulio Paolini “Le Chef-d’oeuvre inconnu” è un percorso inedito attraverso sessant’anni di produzione artistica. Sviluppata a stretto contatto con Giulio Paolini (Genova, 1940), la mostra include rare opere custodite dall’artista e nuovi lavori appositamente realizzati per l’occasione.

Dagli esordi, Paolini rivolge la propria attenzione alle basi ideali e materiali dell’arte, al luogo dell’atelier e all’occasione della mostra quali ambiti nei quali l’arte viene prodotta e messa in scena. Nel suo lavoro spesso ricorrono citazioni: l’artista utilizza frammenti estratti dal grande catalogo della storia dell’arte, così come riformula in nuovi contesti le proprie opere. Nella sua analisi, l’atto del vedere è considerato come momento conoscitivo cruciale, la cui verità è però sempre relativa e soggetta a continue verifiche. Ad ogni nuovo allestimento, ciascuna opera può fornire lo spunto per opere successive, in un ciclo inesauribile.

Già tra i pionieri dell’Arte povera, con i quali condivide l’utilizzo di materiali quotidiani e un interesse per la relazione tra opere, spazi espositivi e visitatori, Paolini ha anche anticipato gli sviluppi concettuali dell’arte a livello internazionale. Attraverso l’intenzionale ricerca di strumenti neutri ed oggettivi, l’artista ha formulato un suo personale linguaggio, definendo una posizione originale ed autonoma.

Il titolo della mostra, “Le Chef-d’oeuvre inconnu” (Il capolavoro sconosciuto), si riferisce a un breve racconto scritto da Honoré de Balzac, inizialmente pubblicato nel 1831. Il protagonista, lo stimato pittore Frenhofer, è ossessionato dall’idea di raggiungere la perfezione e dipingere il suo capolavoro assoluto, al punto di dedicarsi per anni alla stessa opera. Una volta svelato, il presunto capolavoro rivela soprattutto l’impossibilità dell’impresa. Secondo il metodo di Paolini, la citazione del racconto rispecchia alcuni tra i cruciali interrogativi che abitano le sue opere. Con ciascuno dei lavori in essa presenti, l’intera mostra rimanda all’enigmatica relazione tra la realtà e la rappresentazione, tra l’opera e la sua immagine e tra la visione e l’intenzione artistica, secondo un’indagine tesa ad esplorare l’essenza stessa dell’arte.

“Le Chef-d’oeuvre inconnu” è anche il titolo dell’installazione che accoglie i visitatori nella prima sala della mostra (Sala 18), nella quale l’ormai storico capolavoro di Paolini, Disegno geometrico, 1960, si apre a dimensioni ambientali, assumendo fisicità tridimensionale e diventando un’installazione percorribile. La mostra continua nella sala successiva (Sala 33), che l’artista chiama Vertigo a sottolineare la presenza dei lavori nello spazio e nel tempo, come protagonisti che animano un inedito film. “Fine” senza fine è il tema che accomuna le opere allestite nella terza ed ultima sala del percorso espositivo (Sala 32). Qui Paolini si interroga sul concetto di divenire e sull’inesauribile mistero dell’opera d’arte che, anche quando fatta di immagini apparentemente leggibili, non svela la sua origine e non può conoscere il proprio destino.

La mostra celebra l’ottantesimo compleanno dell’artista.

Sala 18 – “Le Chef-d’oeuvre inconnu”

 Tratto dal celebre racconto di Honoré de Balzac, il titolo della mostra personale di Giulio Paolini “Le Chef-d’oeuvre inconnu” è anche il titolo della grande installazione che accoglie i visitatori nella sala che apre il percorso espositivo. L’installazione prende le mosse da Disegno geometrico, 1960, una tra le opere che connotano l’evoluzione dell’arte contemporanea.

Definito dall’artista come il suo “primo (e ultimo quadro)”, Disegno geometrico è una tela rettangolare dipinta di bianco, sulla quale Paolini ha “scelto di copiare, nella giusta proporzione, il disegno preliminare di qualsiasi disegno, cioè la squadratura geometrica della superficie”. Le linee diagonali che individuano il centro sono delineate con inchiostro rosso. Utilizzando il compasso, l’artista ha segnato con inchiostro nero le mediane. Nella sua apparente semplicità, l’opera affronta profonde questioni ontologiche relative allo statuto dell’arte, inclusa la possibilità di liberare il quadro da un’eterna condizione di sudditanza rispetto ad un’immagine data, riconoscendolo invece come un’entità a sé stante. “La squadratura geometrica della superficie – dice l’artista – è un dato di fatto, un’immagine preesistente, anonima e neutra”. Per Paolini, la squadratura “Non si poneva come soggetto del supporto su cui la tracciavo, ma era un modo per qualificare il supporto su cui agivo: per qualificarlo come presenza assoluta ed indeterminata, non come veicolo di un’immagine data per sempre”.

A partire dal tracciato di Disegno geometrico, Paolini articola l’intero luogo espositivo nel quale è allestita l’opera. La Sala 18 del Castello che ospita Disegno geometrico diventa una sorta di versione tridimensionale dell’opera stessa, resa tangibile e amplificata a misura ambientale. Il pavimento, le pareti e lo spazio aereo ospitano gli elementi che costituiscono lo schema compositivo di Disegno geometrico, dalla struttura del rettangolo, alle diagonali rosse, fino ai punti di squadratura originariamente segnati con il compasso.

Nella sala, le lunghe linee segnate a terra corrispondono alla traccia delle diagonali del quadro, mentre ciascuno degli otto punti di squadratura è scandito dalla presenza di un cavalletto da pittura con una teca trasparente. Ogni teca accoglie frammenti cartacei di schizzi e ritagli provenienti dallo studio dell’artista a Torino, nel quale Paolini archivia i materiali che ispirano il suo lavoro in base al soggetto e alla provenienza. Oltre allo stesso Disegno geometrico, le quattro pareti della sala presentano altrettante possibili varianti dell’opera, proponendo diverse possibili tipologie di squadratura di una superficie rettangolare. Appesa dall’alto e installata al centro della sala definito da un nono cavalletto vuoto, è presente un’ulteriore teca. Aperta in modo da rivelare il proprio coperchio, sfondo e passe-partout cartaceo, essa è priva di contenuti. Come Disegno geometrico, opera che non presenta immagini ma in potenza le accoglie tutte, la teca aperta fluttua nello spazio come un’idea indeterminata, non vincolata da un’unica risoluzione. La sua presenza porta a nove il numero delle teche e relativi cavalletti presenti in Le Chef-d’oeuvre inconnu. Nove sono anche le lettere che compongono il nome di Mnemosine, dea della memoria e madre delle nove Muse, le divinità da lei generate con Zeus che, nella mitologia greca, erano custodi del sapere e delle arti. 

Sala 33 – Vertigo

Prodotte dagli anni novanta al presente, le opere in questa sala sono raccolte dall’artista intorno al titolo Vertigo e accomunate dal concetto di “accadimento”, intenzionalmente in bilico tra visioni tendenti a macrocosmi siderali e situazioni riferibili al microcosmo della vita quotidiana.

A destra, l’opera A occhio nudo, 1998, consiste nella fotografia al negativo del bagliore di una stella, ottenuta dall’artista attingendo alle numerose immagini a carattere astronomico da lui raccolte. In prossimità di questo riferimento a un tempo e ad uno spazio lontanissimi, l’artista posiziona la nuova opera Omega (1948-2018), 2020, che si presenta come un astuccio portagioielli, appoggiato su riproduzioni di fotografie stampate su carta da lucido che ritraggono Paolini stesso, inclusa un’immagine scattata nel giorno della sua Prima Comunione. Al suo interno, il cofanetto contiene un orologio e ulteriori immagini, alcune delle quali arrotolate in modo da non rivelare il proprio soggetto, ma da fungere da sostegno all’orologio stesso. “L’orologio da polso Omega – dice Paolini – mi fu donato nel 1948, e dovette seguire le vicende della mia esistenza per settant’anni, fino all’anno 2018. Quel quadrante ha dunque visto avvicendarsi per tanto tempo i diversi episodi che hanno composto la mia vita; oggi, messo a riposo, resta il testimone più autorevole di questo arco di tempo”.

Vertigo, 2020, l’opera che dà il titolo all’intera sala, è formata da una foto di un cielo stampata su tessuto, bancali, cornici, tele, telai vuoti e due fotografie di dettagli dell’opera stessa. I vari elementi sembrano fuoriuscire dinamicamente dall’antico camino presente nella sala, quasi fossero entità che già preesistono all’intervento dell’autore.

Nella ricerca di Paolini spesso ricorrono immagini e riferimenti al luogo nel quale sono installate le opere, duplicando la realtà con il suo doppio raffigurato. Promemoria consiste in nove tavole le cui scene sono ambientate nelle sale del Castello di Rivoli. Nelle tavole il Castello diventa un museo-teatro immaginario, dove, al posto delle opere, sono ospitati protagonisti dell’arte e della letteratura. Chino sulla macchina da scrivere, il primo personaggio in alto a sinistra è Luigi Pirandello, seguito nelle tavole successive da ulteriori ospiti illustri, tra cui Raymond Roussel, Marcel Duchamp (con lo stesso Paolini), Lucio Fontana, Fausto Melotti, Giorgio de Chirico, Italo Calvino, Salvador Dalì e Fernando Pessoa, figure le cui opere o scritti accompagnano da tempo l’artista.

Questo museo d’invenzione sovrasta Dall’Aurora al Tramonto, 2020, nuova opera anch’essa evocativa del Castello. L’opera si riferisce al Padiglione dell’Aurora, messa in scena realizzata da Paolini nel 1999 sul palcoscenico del Teatro del Castello. Similmente all’originale, l’opera è una struttura che rivela al suo interno frammenti e riproduzioni di opere. In questo caso, l’insieme è traslato in dimensioni da tavolo, condensando il padiglione in una sorta di microcosmo, denso di idee e progetti: “un’eco del passato – dice l’artista – che formula oggi una riflessione sull’idea di misura, di pieno e di vuoto, di tutto e niente, esibendone le infinite possibilità combinatorie”.

Il centro della sala è occupato da Senza più titolo, 2010, una pedana sormontata da cubi di plexiglas che a loro volta ospitano un colonnato in gesso. Le colonne, alcune mancanti, altre frammentarie, delimitano una sorta di cella trasparente, piantonata da quattro miniature di carabinieri in alta uniforme. Quest’area centrale accoglie fogli trasparenti con disegni. Una mano a grandezza naturale sembra trattenere alcuni di essi, visualizzando, pure nella leggerezza del disegno, il costante tentativo di fissare, definire l’opera d’arte che, tautologicamente, è Senza più titolo.

Con No comment, 1991, il macrocosmo esterno si relaziona nuvamente con il dettaglio dell’interno. L’opera consiste in una lavagna luminosa che reca sulla sua superficie una planimetria della stessa sala in cui è esposta, con indicata la posizione della lavagna e, sovrapposta, l’immagine a colori di una porzione di cielo. Come una duplice affermazione, innegabile, eppure visibile solo idealmente, l’opera concerne se stessa nell’ambiente espositivo e proietta l’immagine che reca verso il cielo reale.

Sala 32 – “Fine” senza fine

Per la terza ed ultima sala della mostra l’artista ha sviluppato il concetto di “Fine” senza fine, quasi a rimandare nel tempo la possibilità di un ragionamento conclusivo.

Sul lato destro è installata “I would prefer not to”, 2020. Il titolo cita la formula che connota Bartleby, lo scrivano, che nel racconto (1853) di Herman Melville si ostina a rispondere “preferirei di no” alle richieste del suo datore di lavoro. Bartleby è evocato da Paolini ponendo in relazione una riproduzione fotografica e un leggio con copie di appunti autografi. A terra è posato un foglio con la frase “I would prefer not to”, scritta a mano dall’artista. La fotografia è tratta da un autoritratto (1747-1749) di Sir Joshua Reynolds, nel quale il pittore protegge il proprio sguardo con la mano destra, dettaglio riprodotto da Paolini a sottolineare che, tra gli strumenti dell’arte, lo sguardo è il più importante.

Il modello in persona, 2020 è un’installazione che si compone di un elemento fotografico e di parti scultoree. Posata su un cavalletto da pittura, la fotografia ritrae uno scorcio dell’atelier dell’artista a Torino. Nella fotografia si scorgono elementi dell’arredo quotidiano e riproduzioni di opere d’arte, incluso un autoritratto (1758-64) di William Hogarth. Di fronte al cavalletto è allestito un calco in gesso, riproduzione di un bronzo dello scultore Vincenzo Gemito, a sua volta riconducibile a una statua ellenistica raffigurante Narciso, rinvenuta a Pompei nel 1862. Alludendo nascostamente a queste relazioni che inanellano una sequenza di copie, Paolini identifica la scultura nel suo lavoro come “il modello”, riferendosi alla possibilità che ciascuna opera d’arte discenda da una precedente, secondo una successione di cui non è possibile scorgere il punto di inizio.

“Così come non è dato constatare l’origine dell’immagine che ora osserviamo, allo stesso modo non potremo vedere quanto accadrà in seguito”, dice l’artista. “Il divenire continuo della storia dell’arte – aggiunge – si svolge attraverso successive mutazioni della cifra segreta e assoluta dell’opera”. Il mistero dell’arte, la sua tendenza a contemplare sé stessa, è il tema di “Fine” senza fine (Vis-à-vis), 2020, l’opera che dà il titolo alla sala, composta da due fotografie e, al centro, da frammenti in gesso di un torso femminile. La fissità dell’insieme suggerisce l’idea di una muta conversazione, un dialogo rispetto al quale lo stesso autore è anzitutto spettatore.

L’immagine di un’immagine (Plotino) e L’immagine di un’immagine (Narciso), entrambe 2020, concernono due diverse interpretazioni del concetto di immagine attraverso riferimenti all’antico filosofo Plotino e al mito di Narciso, citati attraverso riproduzioni fotografiche elaborate a collage dall’artista. Principale esponente del neoplatonismo, Plotino rifiutò di essere ritratto, ritenendo che già il corpo fosse un’immagine e che non si dovesse ricercare un’ulteriore immagine, anche se più duratura. Personaggio della mitologia greca, Narciso è invece un bellissimo giovane che si innamora del suo stesso riflesso e, che in una versione del mito, si piega sulla sua immagine fino a lasciarsi morire.

“Il catalogo è questo”, 2020, è un tavolo sul cui piano trasparente è presente un cofanetto che, come un libro non ancora rilegato, rilascia una serie di fogli disegnati. Il titolo si riferisce a un’aria del Don Giovanni (1787) di Mozart. Al posto dell’elenco delle conquiste amorose, l’opera propone disegni che concernono la relazione, cara a Paolini, tra lo spazio raffigurato e la superficie sulla quale è tracciata tale raffigurazione. Come spiega l’artista “È come l’inventario delle pagine di cui un catalogo consiste. Su ogni pagina ho elencato a matita le possibili moltiplicazioni che questa porzione di carta potrebbe conoscere”.

Al centro della sala è allestita Deposizione, 2018-20, opera il cui titolo rimanda alla specifica iconografia della storia dell’arte nella quale il corpo di Cristo è calato dalla croce. Elaborando il concetto di caduta, l’opera è composta da una valigia che, dall’alto, lascia andare a terra un frac da uomo, con il fiore che era all’occhiello, camicia e guanti bianchi. L’indumento rimanda alla memoria di chi l’ha indossato, corpo assente di cui non è dato conoscere l’identità. Come un evento ipotizzato prima che accada, l’opera può essere interpretata come il progetto per una “uscita di scena”.

Testi di Marcella Beccaria dal catalogo di prossima pubblicazione Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2020