Leonardo Caffo. Cos’è il pubblico?

Primo episodio

Trascrizione del primo episodio de La scomparsa del pubblico, nuova serie di podcast in cui Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza presso il Castello di Rivoli, ragiona sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità.

Manuela Vasco: Salve a tutti. Benvenuti al nostro appuntamento settimanale con Leonardo Caffo, attualmente filosofo in residenza nel nostro Museo, con il quale stiamo ragionando sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’Ufficio Comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi condurrò in questa nuova serie di podcast del Museo. Oggi a Leonardo Caffo, a cui diamo il benvenuto, vorremmo chiedere: ma il pubblico che cos’è? Pensiamo a ciò che è successo con il COVID-19, è davvero scomparso?

Leonardo Caffo: Innanzitutto grazie per questa domanda, perché la domanda sulla scomparsa del pubblico – e se il pubblico è davvero scomparso dai musei, per esempio anche dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea per colpa del COVID-19 – è forse la domanda più importante rispetto alla generica possibilità di ragionare sul pubblico. Tutto questo nostro conversare sul pubblico inizia da uno stimolo artistico che molto gentilmente mi fornisce di settimana in settimana la direzione del Castello di Rivoli, quindi Carolyn Christov-Bakargiev, che è la persona a cui devo anche la possibilità di essere filosofo in residenza. Questa volta le opere che mi ha dato per ragionare sulla scomparsa del pubblico sono estremamente emblematiche, perché da un lato ha pensato a questa stranissima opera concettuale, Lampada annuale, di Alighiero Boetti (Torino, 1990 – Roma, 1994) che è un’opera del 1966, di fatto è una scatola di legno e metallo in vetro con all’interno un dispositivo elettrico (una lampadina). È un’opera pensata in modo tale che una volta l’anno, per una dozzina di secondi, si illumina. Ma nessuno l’ha mai vista illuminata. L’idea dell’opera dove sta? Sta lì nell’attesa di questa illuminazione? Sta nel fatto che un pubblico la possa guardare davvero o nell’impossibilità dell’osservazione? Nessuno l’ha mai vista illuminata. Un’altra opera che invece la direttrice mi ha fornito per questa riflessione sulla scomparsa del pubblico è Progetto di morte per avvelenamento di Sergio Lombardo (Roma, 1939). Siamo nel 1971 e in questo caso c’è una piccola scatola in cartone firmata, datata e numerata con un pennarello e con un veleno sigillato. Il veleno dovrebbe essere nicotina. Vi è poi un bugiardino con la descrizione degli effetti della nicotina. Si può aprire questa scatola soltanto dopo la morte di chi avrà davvero assunto il veleno. È ovviamente una specie di grande emblematica scelta tra la vita e la morte. Nessuno ha mai letto il bugiardino perché nessuno ha mai scelto di morire – o di far morire – per leggere queste cose. Quindi, in un qualche modo, queste due opere sembrano essere già da sempre state pensate senza pubblico – o quantomeno la funzione del pubblico non è davvero l’accesso all’opera in quanto tale ma solo all’idea dell’opera o a una concettualizzazione dell’opera. Quando parliamo della scomparsa del pubblico, o se il pubblico è scomparso davvero, ovviamente di fatto stiamo pensando a quello che per esempio è avvenuto in questo ormai lungo anno di COVID-19 con l’apparente scomparsa dai musei, dai cinema, dai teatri, dagli stadi, dalle accademie e dalle scuole. E però, il motivo per cui parlo di “apparente”, è perché probabilmente è che l’idea di pubblico è completamente da riformulare, da ri-capire. E questo è un po’ anche lo scopo di questa mia prima risposta rispetto all’introduzione generale del programma di ricerca sul pubblico che faremo insieme al Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli. Mi viene in mente quella bellissima risposta che Marina Abramović dà a Hans Ulrich Obrist durante una delle loro tante conversazioni – che poi è riportata nel libro Vite degli artisti, vite degli architetti, 2017, di Obrist – in cui la Abramović dice che il suo oggetto fondamentale nell’arte è proprio il pubblico, che non ci abbiamo pensato abbastanza e che il pubblico è l’unico che completa i lavori, che l’arte è fatta solo per il pubblico, che deve servire la società e il pubblico, che dobbiamo allenare il pubblico. C’è questa idea appunto – che assomiglia molto a quella concezione che negli anni ‘60 aveva tirato fuori Umberto Eco con la nozione di “opera aperta” – che le opere d’arte e le opere del lavoro dello spirito artistico si completino soltanto con lo sguardo dell’altro. Dunque, lungi dall’essere un sapere minore, l’arte – come per esempio sosteneva Hegel nella filosofia dell’arte – non si occupa soltanto di un significato limitato dello spirito rispetto a quello della scienza della filosofia.

In realtà questo significato, come capì molti anni dopo Umberto Eco, è un significato multimediale che quindi dev’essere in qualche modo mediato dall’occhio che osserva quello che sta avvenendo. Ovviamente ciò che l’epidemia da Coronavirus ha mostrato –  e quindi capisco benissimo il senso della domanda – è la fine o quantomeno la destrutturazione di questo concetto basilare di cui parla la Abramović, cioè il pubblico. Fino a qualche tempo fa, per esempio qui in Italia, la Rai stava cercando del pubblico finto per saturare il vuoto delle poltrone al Festival di Sanremo. Poi sappiamo questo non è avvenuto ma pensiamo anche a quello che facciamo tutte le volte con le nostre dirette Instagram per cercare di supplire all’assenza del pubblico o le partite di calcio che sono state giocate dentro stadi circondati da animazioni, che mimano i comportamenti dei tifosi assenti pur di cercare di far finta che ci sia una alterità, o a tutti i talent show o i programmi televisivi che per saturare l’insopportabile vuoto degli applausi nei mesi della epidemia si sono dotati di finti applausi, finte comparse, eccetera eccetera. Però, la risposta alla domanda che mi è stata fatta è che il COVID-19 sembra essere stato solo un acceleratore di qualcosa che era già in corso da molto tempo. Perché quanto era già reale il pubblico dell’arte o dello spettacolo o in generale proprio il pubblico in quanto tale? In fondo, chiunque sia cresciuto con in tasca un varietà della televisione italiana sa benissimo che la maggior parte di questi varietà erano finti programmi sui tribunali, con processi che poi in realtà sono comparse, comparsate, attori – e spesso questo non era neanche dichiarato, ma anche quanto è irreale il pubblico “normale” che hanno i musei nei loro public program o nelle loro conferenze ecc. Sono spesso studenti d’arte cooptati a partecipare. O parliamo degli stadi, che cos’è il pubblico degli stadi? Un concetto inserito in un meccanismo biopolitico di controllo dei tifosi (le tessere del tifoso). Il pubblico ha a che fare con il concetto di riconoscimento, ovvero con l’idea di poter essere conosciuti da fuori perché è lo sguardo dell’altro che ti fa esistere come individuo, ti posiziona, ti giudica, ti applaude, contesta. In fondo, è anche lo sguardo dell’altro che ti fa esistere come opera. Per questo sono interessanti i due tentativi da cui siamo partiti, quello di Sergio Lombardo e quello di Alighiero Boetti, perché detonando questo meccanismo dello sguardo dell’altro inizia appunto la dimensione concettuale di queste opere che le rende interessanti. Spesso il pubblico è un concetto da rompere e da reinventare, non certo qualcosa che dobbiamo accettare in modo acritico, separato da una qualche parete che non si può osservare o contrattare. Il pubblico però sicuramente non è qualcosa di anonimo, come quello che oggi abbiamo davanti alle dirette dei social, in cui quello che conta sono i numeri. Ne parleremo quando parleremo magari del pubblico digitale di questa idea che conti la quantità e non la qualità di chi ti sta ascoltando. È un’idea concettuale molto strana. Mi sembra fondamentale prendere il presupposto di questa presunta scomparsa del pubblico più che altro per ragionare proprio su alcune tematiche di quello che potrebbe essere un nuovo pubblico, adesso che il COVID-19 ha accelerato questo processo, questa possibilità di essere spettatori delle cose nel mondo in cui eravamo prima. Vengono in mente alcune idee, che magari svilupperemo nelle prossime puntate, in modo tale che ci sia anche in attesa delle cose che diremo di settimana in settimana. Penso al pubblico del digitale, al pubblico non-umano, al pubblico del futuro, al pubblico delle attività culturali, ai pubblici di lingue minoritarie, ai pubblici di strada, ai pubblici dei ragazzi, pubblici degli adolescenti che spesso sono considerati in modo meno interessante dagli intellettuali, pubblici dei bambini molto piccoli o anche pubblici degli oggetti, cioè non le opere come spettatori ma le opere come spettatrici, che è una cosa estremamente interessante o i pubblici minerali. La domanda sulla scomparsa del pubblico da cui siamo partiti immagino abbia a che fare anche col fatto che ci manca questo sguardo dell’altro. Lo sostituiamo con dei suoi surrogati eppure anche questi in qualche modo sono surrogati di surrogati e diciamo, un po’ maldestramente, che oggi non possiamo fare niente a causa del COVID-19. Ma in realtà ciò che ci ha impedito di fare non è tanto l’essere attori ma proprio essere spettatori cioè l’essere pubblico. E infatti vorrei provare a parlare del pubblico come qualcosa di attivo, non come qualcosa di passivo, perché poi è proprio questo il vero punto, perché possiamo fare tanto. Io per esempio adesso sto parlando ma non so chi mi ascolterà. Posso parlare ma non so chi riceverà la mia voce. Non sappiamo infatti per chi facciamo questo, e quanto sarà adatto a noi nell’osservare questo fare.

Molte interpretazioni filosofiche anche di questa digitalizzazione – o di questa che potremmo chiamare la società della registrazione –  tendono a considerarci produttori di archivi. Ma penso per esempio al lavoro filosofico che recentemente ha sviluppato Giorgio Agamben nel suo bellissimo libro Quando la casa brucia, 2020. Ciò che è un archivio o una registrazione semplicemente non comunicano è la voce che si modifica, le relazioni che le parole hanno nello scambio vitale genuino puro, nelle emozioni, non qualcosa di immediato da un filtro o qualcosa che puoi appunto registrare può togliere e registrare. Quello che Agamben dice è che manca il dialetto –  che è un mondo molto romantico per me che la penso un po’ diversamente da Agamben in filosofia – manca l’ incontrarci, ci manca questo sguardo dell’altro. Lo sostituiamo con dei surrogati e alla fine viene fuori quella che vorrei chiamare qui, ed è un concetto a cui torneremo, “la prostituzione del pubblico”. Da quand’è che noi non siamo più realmente visti dall’esterno? Le quaranta persone che mi verranno a sentire quando farò una conferenza sul pubblico quando il mondo tornerà, per così dire, “normale” non appartengono forse a una bolla molto specifica che garantisce poi di fatto un effetto di un soliloquio non così diverso rispetto a quello che sto facendo adesso? La ricezione, per esempio, della ricerca accademica e scientifica appesa a riviste specialistiche che leggono in pochissime persone può davvero considerarsi pubblica? Allora la vera domanda è – e qui mi permetto di riformulare anche un po’ quello che mi è stato chiesto – a chi parliamo davvero? Sono domande che oggi, nella gestione di un eventuale speranzosa realtà post-COVID, sono attuali e decisive riguardo una presunta organizzazione di quello che viene. A chi parliamo davvero? Stiamo tutti costruendo parole prive di suono che viaggiano in un etere come se fossimo già morti? Penso per esempio allo sterminato campo delle arti contemporanee, che è quello a cui in qualche modo anch’io sono chiamato a riflettere con questa collaborazione, con questa residenza. Una riflessione su cosa significhi gestire un pubblico nell’epoca della scomparsa definitiva del significato più genuino di questa parola, ovvero il pubblico come l’incontro estraneo, l’altro incontrollabile qualcuno che poteva fischiare Carmelo Bene (Campi Salentina, 1937 – Roma, 2002) o Antonin Artaud (Marsiglia, 1896 – Ivry-sur-Seine, 1948). Mi viene in mente sempre in questo senso anche il tema dei musei, considerati solo delle banche dati. Pensate a quello che è successo appunto con la chiusura dei musei durante il coronavirus. I musei sono stati chiusi con più facilità dei centri commerciali. In un sempre più raro e difficile momento di genuina fruizione, che cos’è un’opera non vista o un’esibizione inaugurata e chiusa il giorno dopo? Qual è il significato che suona nel vuoto di una Manica Lunga di un museo? Ed è proprio con questo incontro improvviso, ingestibile e radicale, magari addirittura extra linguistico che dobbiamo davvero confrontarci. Il problema è concettuale e logico ma non è semplicemente un problema percettivo. Non è che quando si tornerà alla normalità e riavremo molte persone ai concerti, negli stadi, nelle conferenze o alle sfilate, allora potremmo dire “ok è tornato il pubblico” e il progetto di ricerca sul pubblico non ha più senso perché “back to the normality” e andiamo avanti. Certo, avremo la confusione. Il vuoto infernale diventerà magari un pieno infernale, come ai vecchi tempi. Però quale sarà lo sguardo dell’altro che davvero ci interroga? È questa la domanda fondamentale sul pubblico. Chi o cosa prenderà la nostra voce trasformandola in un’azione? Vogliamo davvero essere visti senza condizioni di controllo, che non comunicano la sensazione del comfort zone in cui costantemente ci troviamo, in cui al massimo alla fine di un incontro possiamo aspettarci un applauso? Forse è con questo incontro veramente improvviso che alla fine dobbiamo provare a confrontarci. Ma è appunto un po’ questa la risposta a una domanda come quella da cui siamo partiti, che è una risposta che è ancora a sua volta una domanda. Quando tutto tornerà come doveva, con quale incontro vorremo confrontarci? Con un incontro imprevisto o con un’altra e non meno artificiale Visione del pubblico degli avatar digitali che popolano gli stadi di oggi? La necessità è dunque a mio avviso – e provo a concludere – quella di articolare un nuovo e più radicale concetto di pubblico. E questa cosa non si può che fare cercando di smetterla di affrontare fenomeni complessi e spiegabili contemporanei attraverso l’uso di vecchie categorie. Questo è l’unico modo che ci permette di ragionare, per esempio, su quello che sta capitando adesso con gli NFT nel mondo dell’arte contemporanea o su quale sia l’interesse reale rispetto alla modifica e alla ricezione della produzione delle cose del mondo pubblico. Significa, dunque, sguardo imprevisto dell’altro. Questa è la prima definizione che voglio provare a dare. Uno sguardo non controllabile, non addomesticato. Uno sguardo che ci osserva e ci interroga davvero. Uno sguardo che ci fa sentire in qualche modo nudi e ci fa vergognare e che ci obbliga a dare conto e ragione e spiegazione delle cose che stiamo mostrando, delle cose di cui stiamo parlando, delle cose per cui stiamo operando. Certo, dunque, è ovvio –  e chiudo – che con il coronavirus il pubblico nel senso del “riempimento di una sala” è scomparso. Ma non era già scomparso da un pezzo, dato che l’unico pubblico a cui eravamo abituati in qualche strano modo era un altro da noi, troppo simile a noi, a uno specchio rovesciato?

Manuela Vasco:  Ringraziamo Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza nel nostro museo, con il quale stiamo ragionando  sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’ufficio comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi ringrazio per essere stati con noi ad ascoltare questo podcast, ricordandovi che i programmi del Castello di Rivoli sono realizzati primariamente con il contributo della Regione Piemonte. Ringraziamo inoltre la Fondazione CRT, la Città di Torino, la Città di Rivoli e i nostri partner Fondazione Compagnia di San Paolo e  Intesa Sanpaolo/Gallerie d’Italia. I programmi digitali sono realizzati anche grazie alla Fondazione Compagnia di San Paolo. Vi aspettiamo per la prossima puntata di questo avvincente podcast la settimana prossima con il filosofo Leonardo Caffo. Non vero l’ora!