Leonardo Caffo: che ne è dei pubblici non allineati a una cultura dominante? I pubblici di altre culture?

Quinto episodio

Trascrizione del quinto episodio de La scomparsa del pubblico, nuova serie di podcast in cui Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza presso il Castello di Rivoli, ragiona sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità.

Manuela Vasco: Salve a tutti. Benvenuti al nostro appuntamento settimanale con Leonardo Caffo, attualmente filosofo in residenza nel nostro Museo, con il quale stiamo ragionando sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’Ufficio Comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi condurrò in questa nuova serie di podcast del Museo. Oggi a Leonardo Caffo, a cui diamo il benvenuto, vorremmo chiedere: che ne è dei pubblici non allineati a una cultura dominante? I pubblici di altre culture? Ci sono malintesi? E se sì, sono malintesi che generano nuove culture?

Leonardo Caffo: La domanda che mi fatte oggi è più complicata. È complicato capire cosa significhi “non allineato”. E anche se è semplice ridurre tutto il punto della cultura dominante a una specie di “lotta tra indigeni non indigeni”, ci sono una quantità di malintesi nelle nell’idea di “cultura” stessa – da cui poi viene termine “altra cultura” che non sarà probabilmente la puntata di questo podcast e di questa ricerca più lineare tra quelle che abbiamo girato [a risolvere la questione]. Però mi piace anche l’idea di trasmettere l’incertezza all’interno di questo podcast, perché non è un programma radiofonico ma una ricerca di filosofia e residenza nel vostro Museo, al Castello di Rivoli, che quindi avanza a tentoni. Ci sono delle cose su cui siamo più certi e altre in cui siamo più incerti. È forse l’atteggiamento del dubbio e dell’incertezza quando si parla di “altre culture” credo possa essere corretto. Cominciamo con il ricordare anche a chi ci ascolta, che magari parte ex abrupto dal quarto o dal quinto podcast, che abbiamo lavorato su che cosa sia il pubblico e che questa presunta scomparsa del pubblico con il COVID-19 in realtà era avvenuta già da prima. Non abbiamo un pubblico forte, un pubblico dell’alterità mostruosa che ci pone davanti. Abbiamo poi provato a indagare questi pubblici forti che normalmente cerchiamo di escludere dalle nostre azioni, dai nostri atti, cercando di avere dei pubblici selezionati, controllati – come avviene nel mondo dell’arte, del cinema, del teatro, della filosofia, della letteratura, della ricerca scientifica. Abbiamo parlato del pubblico non umano, degli animali, dei morti, del vegetale, del minerale, dell’oggetto. Abbiamo provato ad aprire, come una grande scatola di “non sensi” e di “falsi pregiudizi”, il pubblico cosiddetto “di genere”. Abbiamo indagato la differenza tra penetrare ed essere penetrati da una cultura e quindi il punto di vista di un pubblico che amplia completamente anche la prospettiva della scena. Anche il rapporto tra pubblico e scena è fondamentale in questa ricerca. Nella nostra idea infatti abbiamo richiamato il teatro di Antonin Artaud, ma avremmo potuto chiamare in causa anche Jerzy Grotowski contro magari altri intellettuali del teatro come Carmelo Bene e l’idea che il pubblico faccia la scena tanto quanto gli attori. Io sono un filosofo, non certo uno storico dell’arte quindi tutte le puntate partono da un confronto reciproco con Carolyn Christov-Bakargiev, la direttrice del Museo, che mi ha invitato a essere un filosofo in residenza e che mi offre la possibilità di ragionare su alcune opere connesse alla mia analisi e alla mia indagine sulla scomparsa del pubblico, sulla ricerca di una nuova tipologia di pubblico ma più precisamente – come un filosofo deve fare – su una ridefinizione e su una negoziazione della semantica della parola “pubblico”. Si tratta di capire se il modo in cui utilizziamo questa parola è corretto oppure non lo è. E tra i primi stimoli che mi ha fornito la direttrice del Museo per questa puntata di oggi – che se vogliamo è la puntata antropologica o quantomeno, visto che io non sono un antropologo, di antropologia filosofica, sulla ricerca nei confronti del pubblico – ha a che fare innanzitutto con una cosa che, per fortuna credo proprio in questi giorni, i nostri ascoltatori potranno anche andare a visitare grazie alla riapertura del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Parlo di una parte importante della mostra Espressioni, dove c’è un dialogo tra maschere molto diverse tra loro ma unite da un punto comune che in qualche modo è punto di partenza e base per la riflessione che vorrei fare oggi. Le Maschere Dogon del Mali, la grande meravigliosa maschera Fang del Gabon e – in una specie di dialogo secondo me sottilissimo e interessante – le opere di questo artista canadese ma indigeno di origine nord canadese Beau Dick, morto da poco, nel 2017. Quest’ultimo ha creato un’altra serie di maschere moderne, completamente interne al paradigma contemporaneo dell’arte, che in questa sala, in questo gioco di sguardi, di volti, di maschere, di persone – sappiamo che persona e maschera sono la stessa parola – parlano tra loro ma soprattutto ci guardano. Attraversando queste sale meravigliose della mostra Espressioni, siamo immediatamente visti da un pubblico: il pubblico di queste maschere indigene reali e indigene formali, ovvero interne alla a rilettura contemporanea di un artista che pure è legato a doppio filo con la storia delle cosiddette culture altre. Vi è già una enorme presunzione di identità – che al limite andiamo a vedere dopo – e ci troviamo osservati da dei prototipi di volti a cui noi attribuiamo non tanto la possibilità di guardarci, o di essere giudicati, o visti, o formati, come avviene appunto con la definizione di pubblico forte che abbiamo dato, ma gli attribuiamo in modo più o meno maldestro delle funzioni. Lo facciamo per esempio con la maschera Fang del Gabon, stupenda meravigliosa, a cui magari attribuiamo purezza, meraviglia, di un primitivo originario cui dovremmo tornare, di una moralità del buon selvaggio che riecheggia Rousseau. Ma – come ha spiegato anche la direttrice in alcune delle visite alla mostra che sono state possibili prima della sua chiusura – probabilmente siamo davanti a una maschera che assomiglia a quella del poliziotto, del controllore. Quindi tutto fuorché una visione edulcorata del buon selvaggio. Questa prima analisi “artistica” del concetto di alterità mi fa riflettere sull’idea, anche astrusa e atroce, che noi abbiamo del concetto di primitivo e del concetto di alterità. Anche solo nel dire “altre culture” stiamo definendo un recinto in cui c’è un pubblico primario – il pubblico dell’arte, il pubblico della cultura, il pubblico del capitalismo di fatto in cui guardiamo le cose e le capiamo, le comprendiamo, le sfidiamo, le analizziamo perché abbiamo gli strumenti per poter essere pubblico. Torna qui la nostra distinzione tra pubblico forte e pubblico edulcorato. Quest’ultimo è un pubblico estetico, quasi ornamentale, rispetto allo sviluppo della scena e poi dall’altro lato invece abbiamo questi pubblici incolti, questi selvaggi, queste altre culture a cui spesso concediamo la possibilità di essere tollerati e rispettati. Ma siamo noi a concedere il dominio reale di alterità. E questo è il grande punto d’analisi degli antropologi contemporanei che stanno cercando di cambiare completamente l’oggetto stesso dell’antropologia. Mi viene in mente una ricerca stupenda. In fondo è comunque pur sempre un podcast per un pubblico quindi ogni tanto mi permetto anche di dare dei consigli di lettura. Mi viene in mente la stupenda pubblicazione di Johannes Fabian, Professore emerito di antropologia ad Amsterdam, che ha scritto un libro stupendo – tra l’altro tradotto anche in lingua italiana – che si chiama Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia (1999). Noi occidentali costruiamo le nostre rappresentazioni degli altri riducendoli il più delle volte al ricettacolo di immobilità in uno spazio e in un tempo diverso separati dai nostri. Ed è qui il problema: se il tempo, lo spazio e le culture sono separate dalla nostra, quello che succede è che il pubblico non è diviso solo da una classica quarta parete ma proprio da una parete di incomunicabilità costante. È impossibile essere visti da queste presunte altre culture, mentre noi siamo convinti di poterle vedere. Nell’arte, i tentativi di dialogo tra pubblici e attori diversi sono stati fatti più volte. Sempre la Direttrice del Castello mi ha ricordato una mostra storica in questo senso. Siamo nel 1989 a Parigi, al Centre Pompidou, dove viene organizzata la mostra Magiciens de la terre, in occasione delle quale sono esposti cinquanta artisti per così dire “tradizionali”, occidentali, insieme a cinquanta artisti provenienti da cosiddette “altre culture indigene”, in un tentativo di dialogo. Ma questo tentativo ci direbbe Fabian, l’antropologo che abbiamo appena citato, è sempre un tentativo di riduzione della rappresentazione dell’altro attraverso uno schema che è quello nostro. Ed è qui che casca l’asino o diventa interessante questa puntata. Di fatto, noi stessi siamo un’altra cultura per l’altro. Questo dovrebbe creare un movimento simile a quello della rivoluzione copernicana di cui parla Kant nella Metafisica all’interno invece dell’ecologia dell’alterità, ecologia della cultura. Parlo dell’idea che non ci sia più un centralismo attraverso il quale individuare “il sol che muove le altre stelle”, ma cercare di provare a considerare tutti i pubblici e quindi anche tutti i soggetti che poi diventano pubblici, che sono pubblici di altri soggetti. Perché, in fondo, la questione sul pubblico è sempre una meta-questione, c’è sempre un osservato di un osservatore che osserva. Siamo come destinati a una periferizzazione totale delle cose. E questo significa che l’alterità, quando viene istituzionalizzata, è sempre una sorta di soggetto post-traumatico. Diventa alterità perché c’è stata una discriminazione, perché c’è stata una esclusione della possibilità di osservare la scena. Noi pensiamo sempre che la discriminazione dell’altro derivata dai razzismi, derivata dalle presunzioni etnocentriche, sia una presunzione che non consente all’altro di agire, di fare. Ma se siamo un po’ onesti, quello che viene primariamente impedito all’alterità presunta di una cultura dominante – come quella, per esempio, coloniale europea o nordamericana – è la possibilità di guardare le nostre stesse cose, di vedere delle cose. È sempre tolta la possibilità dello sguardo, la possibilità all’alterità di osservare il reale e di farlo, di crearlo insieme a noi. Non ci dimentichiamo che nella prima fase di queste ricerche, nelle prime puntate di questo podcast, abbiamo detto che il pubblico fa il reale tanto quanto l’attore. Siamo sul solco metaforico-intuitivo anche delle ricerche della fisica quantistica. Ma in fondo siamo dentro a un’idea della scena intesa come qualcosa in cui pubblico e attore si tengono tra loro in un modo molto più dettagliato e sottile di come normalmente vengono separati. Non dobbiamo però fare l’errore di pensare che occuparsi nell’arte o nella filosofia – o in questa strana ibridazione tra arte e filosofia in cui operiamo con questa ricerca che stiamo conducendo – e sia semplicemente una volontà di andare in un radicale, eccessivo e molto spesso non intellettualmente chiaro, politicamente corretto. Inserire un po’ di alterità all’interno delle nostre riflessioni per dare un tono all’ambiente, e dire “ma noi abbiamo pensato un po’ agli indios, abbiamo pensato un po’ agli asiatici, e abbiamo pensato un po’ gli africani siamo a posto così”. In fondo ci sono delle mode nell’arte che adesso si sono letteralmente diffuse, talvolta corrette altre no. Parlare in continuazione degli artisti Sami finlandesi per far vedere altri modi di osservare le cose. In realtà, se noi prendiamo l’alterità sul serio dobbiamo capire anche le derive e i problemi di sguardi diversi che creano una stessa scena ma poi la implicano, la modificano in modo alternativo. Per esempio, mi viene in mente – ed è una cosa che è sempre stata stimolata e che di fatto deriva dal dialogo con la Direttrice – che un grandissimo artista Sam Durant nella dOCUMENTA(13) curata proprio da Carolyn Christov-Bakargiev, creò questa scultura destinata a rappresentare la forca americana contro i nativi. Si chiamava Scaffold (2007) spostata e poi inserita al Museo di Minneapolis. Quello che probabilmente San Juan non si aspettava – cosa che per esempio non era avvenuta nella dOCUMENTA(13) – era che, ricontestualizzando l’opera nel Museo di Minneapolis, quello che era un tributo alla sofferenza che avevano provato i nativi diventasse profondamente offensivo per i nativi. Quest’ultimi consideravano incredibile e avvilente che venisse rappresentato, musealizzato, cristallizzato il loro enorme dolore e il dolore degli antenati. Questo è un sintomo della presunzione morale del riconoscimento delle alterità, che è un’operazione tipica nell’arte contemporanea. Durant è un genio ma questo è un esempio eclatante di che cosa significhi l’impossibilità reale di essere compresi da pubblici che sono gettati in una cultura profondamente diversa dalla nostra. Non significa però che noi siamo la cultura identitaria formale in cui si è sviluppato lo spirito della cultura, dell’intelligenza e del raziocinio mondiale – la tipica presunzione delle scienze europee di matrice husserliana. Ma la possibilità di dialoghi tra pubblici e attori diversi si gioca su una partita estremamente più radicale di quella di un semplice riconoscimento, di quello che appunto ancora una volta Fabian chiama la “creazione dell’altro” o che per esempio un grande filosofo italiano, Franco Rella, chiamava il “mito dell’altro”. Si tratta non tanto di riconoscere l’altro per quello che, per quello che fa e anche per il pericolo che può mostrare osservando le nostre stesse cose, ma una creazione di un mito della alterità su cui poi viene “sbattuto” l’oggetto che abbiamo davanti. Nell’arte contemporanea oggi è pieno di persone che in qualche modo ragionano sul pubblico, sia da prospettive indigene o alternative, come per esempio Maria Thereza Alves, ma anche da prospettive in cui si creano letteralmente dei pubblici nuovi per l’arte. Penso a un’altra artista che, come Alves, è legata a doppio filo con il Castello di Rivoli, ovvero Marinella Senatore. Quest’ultima crea di fatto dei nuovi pubblici dell’arte, in una specie di engagement, di coinvolgimento continuo di comunità di persone che normalmente sono esterne al mondo dell’arte contemporanea. E infatti, quando noi parliamo di “altre culture”, dobbiamo dimenticarci secondo me – e provo a rispondere piano piano chiudendo alla domanda che mi è stata fatta – all’idea che queste altre culture siano soltanto gli indigeni ma che le “altre culture” poi siano anche interne alla nostra città. Per esempio, a Torino ci sono altre culture a cui non frega assolutamente niente dell’arte e magari invece interessa di andare a vedere la partita allo Juventus Stadium. E queste sono “altre culture” in modo non così diverso, radicale, di quanto sia un’altra cultura raccontata appunto da Davi Kopenawa Yanomami, lo sciamano di anomalie che ci racconta come concepiscono una cosmogonia nell’osservare, dell’essere pubblico, dell’essere di fronte alle meraviglie della natura. E noi ci chiediamo – per ripartire da dove siamo arrivati – come noi guardiamo la maschera Fang del Gabon, come lei ci guarda, come lei ci osserva. Ma non ci chiediamo mai come per esempio nel Mali possa essere percepita la Monna Lisa e quanto la Monna Lisa possa essere perturbante per una cultura Mali, esattamente come perturbante, strampalata e interpretabile per noi sia una maschera come quella Dogon. Ed è questo probabilmente uno dei punti più interessanti della domanda che mi hai fatto questa volta. Non solo ci sono malintesi ma sono gli stessi malintesi che poi generano culture di culture, pubblici di pubblici. Osservazione di diversi pubblici che spesso non sono straordinari o meravigliosi come normalmente l’antropologia cerca di dire tipo “scoprite l’alterità, è tutto molto bello”. Questa è fra le cose più gravi che possano esistere. Pubblici altri sono stati – qui ci ragionavo in uno dei momenti della mia residenza con Carolyn Christov-Bakargiev – sono anche i talebani che, nel 2011 più o meno, vanno a distruggere i cosiddetti Buddha del Bamiyan del VI secolo. Essi considerano che essere pubblico di questi Buddha, che sono lì da molto prima di loro, poteva ridefinire in modo terribile il concetto di divino, il concetto di divinità, quindi in qualche modo trasmettere una forma di impuro. In realtà il “pubblico dell’altro” può essere anche un pubblico che brucia l’opera o può essere un pubblico come i talebani per i Buddha del Bamiyan. Dobbiamo capire che – se vogliamo essere seri e anche essere “al di là del bene e del male” come diceva Friedrich Nietzsche – nel momento in cui apriamo la scatola dell’alterità, del pubblico altro, di cosa può significare essere vista da una cultura che noi davvero non possiamo comprendere – nel senso più profondo al di là della rappresentazione costruita di cui parla Fabian – potremmo essere davanti anche a un pericolo. Potremmo essere davanti anche all’idea che, talvolta, non essere guardati dall’altro può essere un bene e non un male. Ma qui c’è un capovolgimento dell’antropologia dell’arte tutto da fare e tutto da inventare.

Manuela Vasco: Ringraziamo Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza nel nostro Museo, con il quale stiamo ragionando  sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’ufficio comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi ringrazio per essere stati con noi ad ascoltare questo podcast, ricordandovi che i programmi del Castello di Rivoli sono realizzati primariamente con il contributo della Regione Piemonte. Ringraziamo inoltre la Fondazione CRT, la Città di Torino, la Città di Rivoli e i nostri partner Fondazione Compagnia di San Paolo e  Intesa Sanpaolo/Gallerie d’Italia. I programmi digitali sono realizzati anche grazie alla Fondazione Compagnia di San Paolo. Vi aspettiamo per la prossima puntata di questo avvincente podcast la settimana prossima con il filosofo Leonardo Caffo. Non vero l’ora!