Leonardo Caffo. Cosa significa fare qualcosa per un pubblico del futuro e non del presente?

Ottavo Episodio

Trascrizione dell’ottavo episodio de La scomparsa del pubblico, nuova serie di podcast in cui Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza presso il Castello di Rivoli, ragiona sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità.

Manuela Vasco: Salve a tutti. Benvenuti al nostro appuntamento settimanale con Leonardo Caffo, attualmente filosofo in residenza nel nostro Museo, con il quale stiamo ragionando sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’Ufficio Comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi condurrò in questa nuova serie di podcast del Museo. Oggi a Leonardo Caffo, a cui diamo il benvenuto, vorremmo chiedere: cosa significa fare qualcosa per un pubblico del futuro e non del presente? Come si parla al pubblico a venire?

Leonardo Caffo: Innanzitutto ancora una volta grazie per queste domande, che di settimana in settimana mi permettono di approfondire questo progetto di ricerca sulla scomparsa del pubblico e sulle sue nuove aggettivazioni, in un dialogo costante tra l’arte e la filosofia. Prima di rispondere ed entrare all’interno del tema “cosa significa fare qualcosa per il pubblico del futuro, non attuale e come possiamo parlare a un pubblico a venire” – ovvero la domanda che mi fai oggi, Manuela – ricordiamo come sempre un po’ il contesto entro il quale ci stiamo muovendo. Sono un filosofo in residenza, che poi di fatto vuol dire che è la filosofia – impersonificata dalla mia umile persona – che è in residenza al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Un’intuizione che ha avuto la direttrice Carolyn Christov-Bakargiev con cui andiamo tendenzialmente a confrontarci su alcune aggettivazioni dell’idea del pubblico. Che cosa significa l’alterità che ci osserva? Quale pubblico è scomparso con il COVID-19? Quale è ricomparso adesso che il COVID-19 di sembra essersi momentaneamente messo in pausa e musei come il nostro hanno riaperto?  Abbiamo affrontato numerosi temi che sono appunto dei temi di cui il podcast è un risultato finale ma che in realtà implicano una ricerca continua e costante sulle diverse facce e sfumature che il pubblico può avere. Sin dall’inizio, sin da quando abbiamo parlato del fatto che il pubblico era già scomparso da un pezzo, sia quando abbiamo parlato di un pubblico digitale fino alle ultimissime puntate in cui ci siamo dedicati alla memoria storica – al pubblico del passato, per così dire, facendo riferimento all’Angelus Novus nella rilettura di Walter Benjamin e poi soprattutto quando ci siamo dedicati al pubblico degli oggetti abbiamo sostenuto, abbiamo lavorato a una tesi: il pubblico forte, quello vero, quello reale, quello che ti osserva in quanto tale, che ti modifica, che ti struttura, che ti condiziona, che ti obbliga in qualche modo a essere attore e non soltanto parte di una realtà che ti trascende, ma essere il vero e proprio attore, il presentatore di tesi, teorie, oggetti ed eventi è il pubblico più atteso, il pubblico più inaspettato. Ci siamo addirittura lasciati con l’idea che gli oggetti delle nostre stanze, gli oggetti dell’arte, gli oggetti e il design in qualche modo siano una forma di pubblico forte. La domanda che mi fate oggi – e su cui mi sono preparato durante la settimana – è una domanda che fa il paio con il nostro penultimo podcast sul pubblico della memoria storica o del passato. Cosa significava parlare a un passato? A quale passato? A chi e per come? Nel momento in cui ci chiediamo cosa significhi parlare a un pubblico del futuro ci sono in ballo alcune importanti questioni. Come sempre partiamo dalla filosofia, poi cerchiamo di capire qualcosa sull’arte, poi riavvolgiamo e cerchiamo il senso dell’evoluzione del podcast di questa giornata. In questi giorni, così complessi per le riaperture dei musei, ci stiamo confrontando lievemente meno con la direttrice però l’input è sempre lo stesso: c’è l’arte da un lato e la filosofia dall’altro. “Futuro” in filosofia vuol dire un sacco di cose ma una distinzione importante secondo me rispetto a cosa significhi se un “pubblico del futuro” esiste e cosa significhi parlare a un pubblico che verrà, è quello che fa Jacques Derrida – filosofo che abbiamo citato moltissimo in relazione al pubblico non umano, soprattutto nell’ aggettivazione animale del pubblico. Jacques Derrida in una serie di ricerche sul concetto di futuro distingue tra il “futuro” e quello che lui chiama “l’avvenire” in francese che noi potremmo tradurre nella nostra lingua come “progresso”. Il futuro – ci dice Jacques Derrida – non è qualcosa che in questione. È evidente che il domani esisterà. Potrebbe essere molto diverso dall’oggi, potrebbe non sorgere il sole – nonostante il pensiero induttivo ci obbliga a pensare che domani sorgerà il sole – potrebbero non esserci più la specie umana o l’arte, ma in qualche modo il futuro non è in questione. Il futuro c’è, esiste, anche in una visione relativistica del tempo o circolare come quella di Friedrich Nietzsche o di destituzione del tempo classico, come quello della fisica contemporanea, se per “futuro” intendiamo il tempo che segue al tempo presente, avverrà. Il vero punto è il progresso, ovvero il futuro moralmente ed esteticamente orientato. Quel futuro che viene attraversato. Quel futuro che ci fa pensare maldestramente – in una teoria progressista – che il domani sarà meglio dell’oggi o comunque l’idea che in qualche modo la terra dei nostri figli – come si dice anche all’interno di cornici spesso moralistiche – dovrà essere migliore di come l’abbiamo lasciata. In realtà, questa distinzione tra futuro e progresso e questo detto un po’ popolare sulla terra che è in prestito a coloro che verranno non in dono da coloro che sono venuti, di fatto ci porta all’idea di che cosa significa essere osservati da chi ancora non c’è? Nella filosofia angloamericana, un po’ più tecnica, si parla di un concetto, ovvero la “trans-generazionale”. È un concetto dell’antologia sociale, delle filosofie, delle scienze sociali, con cui cerchiamo di capire tutti quegli oggetti – soprattutto appunto del dibattito sociale, del dibattito politico, del dibattito artistico e del dibattito concettuale che sono fatti oggi per domani, ovvero per essere ancora in vita domani. Se ci pensiamo i monumenti sono lì non come memento del presente ma sono lì per qualcuno che diverrà e che li vedrà dopo. Il monumento è esso stesso la prova provata che il pubblico del futuro è un pubblico che entra prepotentemente nel dibattito. Attenzione però a sentirsi nel futuro. Pensiamo al movimento artistico e letterario degli inizi del ventesimo secolo che cade appunto sotto il termine di Futurismo. Se pensiamo a quello che era il Manifesto dei pittori futuristi del febbraio 1910 – quello che viene chiamato in letteratura il primo Futurismo – lo slogan che troviamo – che magari ci fa sorridere perché sono passati più di 110 anni – era: “Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro.” Se noi per futuro ci rimettiamo a pensare al futuro di oggi rispetto a ieri o al nostro futuro o al pensare che il nostro futuro sarà meglio di quello del passato – che poi in realtà del nostro presente – non capiamo esattamente il punto. Una cosa è parlare al futuro, che ancora una volta gira la questione del pubblico come la giravano appunto i futuristi su chi produce l’azione, su chi produce la scena. Un’altra cosa è pensare di poter essere davvero osservati dal futuro, esattamente con quella finzione metaforica e stilistica che ha governato tutta la nostra ricerca sulla scomparsa del pubblico in questi mesi di filosofia in residenza al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Cercare di capire – esattamente come cercavamo di capire cosa possa significare che un animale ci guardi, non che noi guardiamo un animale o che pensiamo che un animale ti guardi (perché anche l’attribuzione di soggettività è una grande proiezione di egoismo) – cosa possa significare che il futuro che ci guardi. Faccio degli esempi di opere che i visitatori del nostro Museo possano andare a guardare. L’opera di Maurizio Cattelan Charlie don’t surf del 1997 è una citazione tratta dal famosissimo film di Francis Ford Coppola Apocalypse Now che è relativa a quella scena in cui gli americani attaccano e distruggono un villaggio vietnamita per arrivare a una spiaggia e poi cavalcare le onde con i loro surf. Cattelan ovviamente utilizza questa citazione per andare a esplorare le infinite declinazioni della crudeltà della nostra specie. Quest’opera è un manichino con fattezze infantili, con fattezze da bambino in età da scuola elementare probabilmente, seduto sul suo banco. Sembra diligente, tranquillo nel suo essere a scuola ma in realtà è costretto in una situazione estremamente forzata, in una situazione di totale immobilità perché le sue mani sono trapassate da matite che lo inchiodano al banco. Questo qui secondo me è un bellissimo esempio di che cosa significhi parlare al futuro. Cattelan non a caso cita questa scena di Apocalypse Now dove il futuro – magari dei bambini, delle persone che sarebbero state i futuri pubblici adulti del villaggio vietnamita – è barattato, distrutto per fare surf sulle onde. Come fa il linguaggio del futuro, che dovrebbe in qualche modo comunicare con il pubblico del futuro. Questo linguaggio è l’educazione e anche l’educazione scolastica, è lì che noi formiamo il pubblico del futuro. C’è una sciocchezza dietro questa cosa – e lo abbiamo un po’ visto con cosa significhi il pubblico dei giovani, che cosa possa significare essere guardato dai giovani, riconoscere ai giovani, agli adolescenti, un punto di vista – come se il pubblico dei ragazzi, dei bambini, non fosse già di per sé un pubblico bastevole e bisogni attendere che diventi un pubblico adulto per poter avere un vero sguardo, per poter osservare davvero il reale. Facciamo finta per astrazione, per metafora, di pensare che effettivamente l’educazione sia un modo per formare il pubblico del futuro. Cattelan si chiede a che prezzo, che tipo di educazione, quale scuola, che tipo di costrizioni, che genere di libertà noi stiamo dando? A prezzo di cosa la stiamo andando a barattare? Cerchiamo di fare dei piccoli passi avanti rispetto a quella che era anche la definizione di pubblico che ho cercato di dare nelle volte precedenti a partire da questa più generale analisi di che cosa significa parlare per il futuro. La scomparsa del pubblico sta nel concetto di produzione di sapere, che è una cosa fondamentale in un territorio di ricerca come quello che stiamo compiendo qui facendo dialogare la filosofia e l’arte in modo estremamente limitante. è un modo per suggerire di non fare questo di non fare quest’altro di limitare la volontà di potenza in questa direzione o in un’altra. L’astrazione per il pubblico, pensare che esista un solo tipo di pubblico e quindi manipolare la stessa parola “pubblico”, significa di fatto obbligare a far funzionare la presenza dell’articolazione del significante “pubblico” in modo puramente intellettuale. Cosa penseranno di me se sapessero? Cosa sarà di me se faccio questo? Chi potrebbe osservarli se facessi quest’altro e il passo successivo spesso è astrarre un tipo di pubblico del futuro estremamente moralista, da cui noi pensiamo di dover essere osservati e giudicati per le nostre gesta in qualche modo eroiche o moralmente indirizzate, mentre in realtà cercare di parlare al pubblico al contrario di quello che normalmente si pensa ha a che fare con col famoso monito – qui citiamo questo libro bellissimo lo abbiamo già fatto in una delle ultime puntate – di Louis-Ferdinand Céline Viaggio al termine della notte in cui dice “Parlare al futuro è parlare ai vermi”.

Il pubblico del futuro è l’unico pubblico che non esiste tra quelli di cui abbiamo parlato in queste puntate. Contraddicendomi, e creando una contrazione con la domanda che mi hai fatto all’inizio, il pubblico del futuro non è un vero pubblico perché il pubblico del futuro è spesso un’astrazione volta a rimandare ciò che avremmo potuto fare oggi a domani. Le crisi che avremmo potuto rivolgere oggi vengono rivolte a un pubblico del futuro che dovrà sbrigarsi tutti questi problemi. Uno dei pensieri filosofici che ha influenzato moltissimo anche l’arte contemporanea che forse più si adagia alla risposta contro intuitiva che questa volta vi sto dando, è quello che viene chiamato l’accelerazione. Ne esistono di vari tipi esistono accelerazionismi di sinistra e di destra, esistono accelerazionismi non a caso legati al movimento futurista di Depero, di Martinetti, di Cangiullo, degli anni degli anni Venti. Diciamo così, la semplificazione dell’idea che dato che comunque il futuro è in pericolo il futuro è pericoloso e pericolante per tutte le crisi ecologiche e per tutte la crisi sociali a cui siamo opposti, tanto vale accelerare la produzione di sapere, accelerare la produzione cultura, accelerare la produzione economica per avvolgere il futuro in una specie di presente imminente in cui – ecco la parola chiave – si anticipa un presunto domani nel qui e ora. Non credo che l’arte e soprattutto l’arte contemporanea e l’arte di oggi debba rivolgersi al futuro. L’arte contemporanea sta al futuro e al progresso in una relazione sofisticata che per me è descritta da queste parole: l’anticipazione e l’anticipazionismo. Non è che sta cercando di “parlare ai vermi” come direbbe Céline, cioè a coloro che verranno dopo di noi o che ci mangeranno per l’appunto. Ma sta cercando di far vedere oggi nel qui e ora nell’unico tipo di tempo presente nonostante la ovvia esistenza del futuro che dicevamo all’inizio del “che cosa potrebbe capitare domani se”; “che cosa succederà domani nel momento in cui”; “che cosa possa significare esemplificare qui e ora diritti non ancora acquisiti, faccende non ancora risolte, oggetti non ancora inventati”. Questo ha a che fare moltissimo anche con la volontà di detonare con il paradosso del contemporaneo di cui parla Giorgio Agamben nelle bellissime pagine di “Che cos’è il contemporaneo” in cui dice “com’è possibile ingabbiare in un museo un’opera contemporanea dal farla archeologica un’opera che è orientata al futuro diventa immediatamente orientata al passato”. Ovviamente i musei sono dispositivi molto complessi e articolati ed è perfettamente possibile – paradosso teorico a parte – utilizzare un museo come sistema aperto in cui l’opera non è indagata, ma semplicemente fruita. Ma se per un attimo restiamo all’interno di quella circolare che è il paradosso evidenziato da Agamben, eccolo il pubblico del futuro a cui forse dobbiamo rivolgerci e parlare. Un pubblico del futuro che ci osserva ci osserva costantemente ci osserva quotidianamente e si aspetta e si chiede che cosa avverrà che cosa succederà. Siamo dunque noi stessi. Noi pensiamo di essere il presente ma in realtà in un modo molto particolare, molto articolato siamo il futuro. Forse non il futuro della poetica interventista o autoritaristica del futurismo classico – che poi come dire è immediatamente sfociato in movimenti che in qualche modo, pur prendendo le distanze all’ideologia fascista, erano legati a una forma più reazionaria che rivoluzionaria – ma un futuro che ci appartiene nel momento in cui grazie all’arte e attraverso l’arte riusciamo a prendere le parole della filosofia così vaghe e così lontane, così davvero “orientate ai vermi” e in realtà posizionarle attraverso l’immagine nella meraviglia del tatto del qui e ora.

Manuela Vasco: Ringraziamo Leonardo Caffo, attualmente Filosofo in Residenza nel nostro Museo, con il quale stiamo ragionando  sull’idea di pubblico, sulla sua scomparsa, sulle sue diverse caratterizzazioni e qualità. Sono Manuela Vasco dell’ufficio comunicazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti e vi ringrazio per essere stati con noi ad ascoltare questo podcast, ricordandovi che i programmi del Castello di Rivoli sono realizzati primariamente con il contributo della Regione Piemonte. Ringraziamo inoltre la Fondazione CRT, la Città di Torino, la Città di Rivoli e i nostri partner Fondazione Compagnia di San Paolo e Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia. I programmi digitali sono realizzati anche grazie alla Fondazione Compagnia di San Paolo. Vi aspettiamo per la prossima puntata di questo avvincente podcast la prossima settimana con il filosofo Leonardo Caffo.