I Moderni

Dal 16 aprile 2003 al 03 agosto 2003

a cura di Carolyn Christov-Bakargiev

 

La mostra I Moderni presenta sculture, ambienti, dipinti, testi, suono, video e film creati da artisti di tutto il mondo.
Con opere di Haluk Akakçe, Ricci Albenda, Massimo Bartolini, Elisabetta Benassi, Tacita Dean, Tom Friedman, Liam Gillick, Arturo Herrera, Evan Holloway, Brian Jungen, Jim Lambie, Daria Martin, Julie Mehretu, Jun Nguyen-Hatsushiba, Jorge Pardo, Paul Pfeiffer, Susan Philipsz, John Pilson, Simon Starling, Sarah Sze, Piotr Uklanski, Gary Webb, e con una ‘Colonna sonora’ della mostra selezionata da Anthony Huberman comprendente suoni di Kim Cascone, Richard Chartier, Farmersmanual, Bernhard Günter, Testu Inoue, Massimo, Kaffe Matthews, Carsten Nicolai, Tu m’, Carl Michael von Hausswolff and Yasunao Tone, questa è una delle prime esposizioni internazionali a sottolineare i modi in cui gli artisti prendono le distanze da molta arte postmoderna che ha caratterizzato la fine del ventesimo secolo.

Il termine ‘moderno’ – e tutti i suoi derivati come ‘modernità’, ‘modernizzazione’ o ‘modernismo’ – ha cambiato di significato così spesso da quando è stato usato per la prima volta nell’antichità che è ormai impossibile definirlo esattamente. E’ un termine che continua comunque a essere usato ogni volta che si manifesta la consapevolezza di appartenere a un’epoca nuova. Obsoleta nei passati trent’anni, la nozione di ‘modernità’ – in gran parte associata con l’arte e la cultura da metà ottocento fino agli anni Sessanta del secolo scorso – ricompare nelle opere di una generazione di artisti contemporanei cresciuti dell’era digitale. I ‘modernisti’ guardavano in avanti e realizzavano esperimenti radicali nell’ambito della forma e del linguaggio. Una valorizzazione della sperimentazione formale e linguistica, nonché un senso di responsabilità verso il proprio agire ripropone oggi simili impulsi modernisti.

Ma perché definirsi ‘moderni’ nella nostra era digitale “postmoderna”? Anzitutto è la stessa era digitale a diffondere un rinnovato interesse per la modernità, coincidente con un entusiasmo tecnologico legato alle idee di progresso che ricordano il tardo XIX secolo. Inoltre il mondo digitale accorda grande importanza ai network e alle comunità, rivelando un’attrazione rinnovata per i modelli visionari delle utopie moderniste. La mente digitale è progettuale, spinge verso l’“azione”, verso la capacità di operare scelte, di avere un punto di vista e una visione prospettica. Paradossalmente, il relativismo postmoderno ha aperto la strada a una valorizzazione della “differenza” e delle diverse espressioni culturali del mondo. Ma questo nuovo interscambio culturale porta in primo piano l’impellente necessità, avvertita in molti contesti
postcoloniali, di riaffermare forme di modernismo. Infine, la situazione economica e politica mondiale rivela oggi tensioni inimmaginabili fino a dieci anni fa. L’incapacità da parte dei modelli relativistici postmoderni di affrontare il nuovo paesaggio che si profila all’orizzonte porta all’attenzione di chi opera nel campo della cultura una nuova urgenza, un bisogno di impegno già avvertito in altri momenti storici.
Il mondo digitale è internazionalista – come lo era quello dei modernisti – aspira a superare la dicotomia locale/globale e a muoversi in un universo più vasto di quanto non abbiano mai immaginato i primi modernisti.

Carolyn Christov-Bakargiev

Dal 16 aprile 2003 al 03 agosto 2003