Libri Books Bücher

Dal 29 aprile 2006 al 30 luglio 2006

a cura di Chiara Oliveri Bertola

 

Torino come Capitale Mondiale del Libro con Roma, per l’anno in corso offre al Castello di Rivoli l’occasione per riflettere sul rapporto tra gli artisti contemporanei e il libro attraverso la mostra Libri Books Bücher.

Il libro di artista è un oggetto d’arte particolare; lontano dall’essere un semplice contenitore di informazioni o un mezzo atto unicamente a documentare l’opera di un artista, è piuttosto una creazione, il luogo di un’esperienza autonoma che, trascendendo i limiti imposti dalla pagina e annullando i confini tra forma e contenuto, si trasforma in una vera e propria opera.
La mostra Libri Books Bücher, che si inserisce nell’ambito delle iniziative che accompagnano questo importante appuntamento, intende fornire una visione sul libro di artista.

La storia del libro come strumento della creazione artistica ha le sue radici all’inizio del secolo scorso nelle avanguardie storiche, grazie alle sperimentazioni in ambito futurista e Dada. I libri pubblicati fino ad allora si avvalevano della collaborazione degli artisti esclusivamente nel ruolo di illustratori; si trattava sostanzialmente di edizioni in tiratura limitata che nascevano dal desiderio di mantenere un prodotto esclusivo e di pregio. Pur seguendo di pochi anni le pubblicazioni di libri nati dalla collaborazione tra artisti, poeti e scrittori, i libri d’avanguardia se ne distaccavano sostanzialmente per la loro genesi concettuale. Infatti, l’atteggiamento degli artisti delle avanguardie si formava in maniera più autoreferenziale e il libro divenne un tramite per l’espressione delle loro idee e sensibilità. La maggiore facilità di diffusione rispetto alle tradizionali opere d’arte e il costo ridotto rendeva il libro uno dei mezzi privilegiati per la trasmissione della loro visione.
Parallelamente alle ricerche più sperimentali, un ruolo fondamentale occupava inoltre la nascita e lo sviluppo della poesia visiva nel Novecento, una forma letteraria molto vicina all’universo visivo che, attraverso l’attenzione rivolta all’aspetto estetico e concreto delle parole e non solo rivolto il loro contenuto, definiva ulteriori relazioni nel rapporto tra comunicazione visiva e scritta creando un nesso a distanza con gli artisti ed evidenziando una volta di più il clima di sperimentazione che accompagnava in quegli anni l’utilizzo della parola e del segno grafico in relazione alla pagina.

Dopo alcuni anni di minore interesse, una rinnovata attenzione verso il libro di artista si ha negli anni Sessanta, soprattutto grazie ad artisti di ambito concettuale. Uno dei primi esempi di questo tipo di operazione estetica può considerarsi l’edizione di Twenty-six Gasoline Stations (Ventisei stazioni di rifornimento di carburante, 1963) di Ed Ruscha. Attraverso la pubblicazione di ventisei immagini di altrettante stazioni di rifornimento di carburante e senza l’aggiunta di alcun tipo di testo esplicativo, il libro di Ruscha, lontano dall’essere semplicemente un volume di fotografie e libero da qualsiasi indicazione critica, si può definire un’opera d’arte in forma di libro. L’indagine concettuale sul rapporto tra forma e contenuto e l’interesse verso le relazioni tra significato dell’opera d’arte e sistema di comunicazione del linguaggio accomuna anche altri artisti concettuali che si servono della parola scritta come veicolo di espressione visiva utilizzando il libro quasi come un’estensione privilegiata per la comunicazione dei loro enunciati.

Non volendo entrare nel merito di una storia del libro di artista difficilmente riassumibile in una singola mostra, si è preferito in questa occasione compiere una scelta soggettiva invitando alcuni artisti che espongono al Museo a pensare a un possibile allestimento in grado di definire ulteriormente il loro rapporto con il libro.
I libri di Giulio Paolini (Genova, 1940), le cui pagine sono indagate dall’artista in termini di spazio e superficie, trovano così collocazione dentro diverse teche in plexiglass che, svelando le immagini attraverso la loro trasparenza, integrano i libri in un’installazione la cui nuova definizione spaziale nasce in relazione al luogo espositivo.
È invece una casetta, dipinta dall’artista, ad ospitare i libri di Nicola De Maria (Foglianise-Benevento, 1954) che, abituato a sperimentare tutte le potenzialità espressive del colore, crea una dimora per il pensiero, un luogo per la riflessione e la ricerca poetica, dove si libera lo slancio per immaginare la forma ideale dell’arte.
Autore di libri dalle forme particolari e spesso fuori formato, Enzo Cucchi (Morro d’Alba-Ancona, 1949), ha ideato per questa mostra quattro nuovi libri. Pur mantenendo la forma convenzionale del libro, l’artista ne sovverte il significato e l’utilizzo, realizzando i libri in resina e rendendoli in questo modo paradossalmente illeggibili.
La sensualità e la spiritualità presenti nelle sculture di Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo-Pescara, 1940), emergono anche attraverso i suoi libri che, sovente nati da collaborazioni con artisti o poeti, assumono il ruolo di un’opera unica, intima e privata. Le sensazioni tattili fortemente ricercate dall’artista si ritrovano anche in una serie di tavoli appositamente pensati per la mostra che, grazie alla loro forma e attraverso l’uso particolare del colore, sembrano ricreare le stesse sensazioni dei libri che vi sono esposti.
Per gli artisti concettuali per cui il significato e l’utilizzo della parola sono predominanti rispetto agli aspetti visivi, l’allestimento assume un’importanza minore, lasciando in questo modo spazio alla visione dei libri e del loro contenuto. Così, semplici teche a muro accolgono i libri di Lawrence Weiner (New York, 1942), trattati dall’artista come luoghi idonei per l’espressione del suo pensiero e i cui parametri vengono indagati in termini linguistici e visivi.
Uno spazio il più possibile neutro dipinto in grigio, ospita i libri di Joseph Kosuth (Toledo, Ohio, 1945). Campo di indagine privilegiato nella definizione del significato dell’arte, attraverso l’utilizzo del sistema di comunicazione della parola scritta, i libri sono posti in relazione con i manifesti, sempre realizzati dall’artista come veicolo di diffusione dei suoi enunciati.
Semplici tavoli contengono invece i volumi di Hanne Darboven (Monaco, 1941), quasi delle tracce del pensiero dell’artista la cui codificazione in un sistema matematico difficilmente decifrabile li avvicina a partiture musicali e la cui struttura, spesso diaristica, sembra volere sottolineare il passare del tempo.

Pur nella diversità dell’approccio e nella molteplicità dei risvolti che vengono approfonditi da ciascuno degli artisti in mostra, non si può fare a meno di notare che, per tutti loro il libro è pensato in termini di un supporto e di uno spazio che, parimenti a quello di una tela o di una sala espositiva, può essere utilizzato come luogo in essere per la manifestazione delle loro idee e per l’estrinsecazione della loro poetica, non ponendo quindi limiti e distinzioni tra libro e opera d’arte.
Trascendendo i vincoli imposti da pittura e scultura e sopravanzando le regole della tradizionale comunicazione artistica, il libro diventa così forma, materia e concetto, e si pone come veicolo di un nuovo sistema espressivo, più libero perché sostanzialmente nuovo e in continuo rinnovamento e i cui limiti imposti dall’ “oggetto libro” diventano un’occasione per la sperimentazione di una personale e autonoma forma d’arte.

Chiara Oliveri Bertola

Dal 29 aprile 2006 al 30 luglio 2006