Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli

1485 c.

Anno di accessione 1987

Tempera e oro su tavola, 89 x 59,8 cm

Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte

Deposito a lungo termine Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Inv. CC.22.P.SEL.1485.A19

Provenienza: Galerie Sanct Lucas, Vienna (1936, come Raffaellino del Garbo); Collezione Arens-Unger, Vienna (1936-1942, come Jacopo del Sellaio); Van Diemen-Lilienfeld Gallery, New York; Galerie Fischer, Lucerna (12-16 novembre 1974, lot. 1689, come Francesco Botticini); Collezione H. Buchardt, Zurigo; Harari & Johns Ltd, Londra (1985); Christie’s, Londra, 13 dicembre 1985 (lot. 91, battuto per 75.000 £, come Jacopo del Sellaio); Gianfranco Luzzetti, Firenze (1985-1987).

Bibliografia: Rivier 1987, pp. 49, 53; Pons 1992, pp. 33, 105, 106, 358.

La tavola raffigurante la Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli costituisce senza dubbio uno dei più alti esiti in  questa tipologia devozionale nell’intera attività di Jacopo di Arcangelo, detto «del Sellaio».

Ma oltre al valore prettamente storico-artistico, questo dipinto reca memoria di alcuni tra i più drammatici eventi del secolo XX, essendosi legato intimamente alla persecuzione della famiglia Unger e al sequestro della loro collezione da parte del regime nazista.

La tavola raffigurante la Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli costituisce senza dubbio uno dei più alti esiti in  questa tipologia devozionale nell’intera attività di Jacopo di Arcangelo, detto «del Sellaio». Allievo di fra Filippo Lippi, e in  eseguito aderente ai modi di Sandro Botticelli, il Sellaio fu un pittore assai prolifico e richiesto dalle numerose confraternite fiorentine, di cui fu membro, e dagli esponenti più abbienti della città per la decorazione di preziosi oggetti d’arredo. Ma oltre al valore prettamente storico-artistico, questo dipinto reca memoria di alcuni tra i più drammatici eventi del secolo XX, essendosi legato intimamente alla persecuzione della famiglia Unger e al sequestro della loro collezione da parte del regime nazista. Nei primi mesi del 1936 il dipinto fu acquistato come opera di Raffaellino del Garbo dal collezionista viennese Gustav Arens e affidato tempestivamente per un restauro all’Akademie der bildenden Künste, dove rimase fino alla morte di Gustav Arens nel marzo 1936. Il restauro fu eseguito sotto la supervisione dello storico dell’arte professor Robert Eigenberger, che corresse l’attribuzione del dipinto in favore di Jacopo del Sellaio. Al termine del restauro, l’opera fu trasferita direttamente in Esslinggasse 17, nel centro di Vienna, nell’appartamento della figlia maggiore di Gustav, Anna Unger, erede di metà della grande collezione d’arte del padre. Il quadro occupava un posto d’onore nella spaziosa sala da pranzo degli Unger, per la particolare gioia della loro figlia minore.

Nell’aprile 1938, a un mese esatto dall’annessione dell’Austria alla Germania, il cosiddetto Anschluss, il marito di Anna, Friedrich, fu arrestato in quanto ebreo con falsi pretesti politici e tutti i beni della famiglia vennero immediatamente confiscati. Due mesi più tardi, Friedrich fu liberato dal campo di concentramento di Dachau su pagamento di un ingente riscatto alla Gestapo, ma il suo rilascio non fu però privo di conseguenze, poiché coincise con l’espulsione dell’intera famiglia dal territorio austriaco. Trovato asilo temporaneo in Svizzera, con un ulteriore esborso gli Unger riuscirono a rientrare in possesso dei beni viennesi, ottenendo inoltre le autorizzazioni necessarie per inviarli a Parigi, dove la famiglia intendeva riparare. Oltre a una spropositata somma di denaro, ciò richiese anche la «donazione» di due dipinti della collezione al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Sia il Sellaio che un prezioso dipinto riferito a Tintoretto scamparono comunque a quest’ennesimo sequestro e presero la via di Parigi col resto della collezione. Qui, ad ogni modo, gli Unger non furono in grado di recuperare alcuna loro proprietà dal deposito della dogana a causa del mancato rilascio da parte delle autorità del permesso di residenza francese.

Emigrati negli Stati Uniti, Friedrich e Anna continuarono a dedicare i loro sforzi a un possibile trasferimento della collezione oltreoceano, fino a New York, tentando persino di organizzarne il trasporto attraverso Paesi neutrali, ma furono puntualmente ostacolati dalla burocrazia francese. La possibilità di recuperare la loro collezione si arenò definitivamente allorché l’entrata in guerra degli Stati Uniti interruppe ogni tipo di comunicazione con l’Europa. Fu solo dopo la liberazione della Francia che gli Unger appresero dell’implacabile azione dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR), ufficio preposto alla confisca dei beni appartenuti agli ebrei nei Paesi occupati: razziata la dogana parigina, i funzionari nazisti avevano meticolosamente inventariato ed etichettato i dipinti, spedendoli tramite ferrovia verso est, in Germania. Il rapido volgere dello scenario bellico dovette in certo qual modo interrompere tale operazione, permettendo alle forze armate statunitensi di recuperare gran parte delle opere, che, al termine del conflitto, furono restituite legittimamente alla famiglia e collocate nella nuova residenza di Berkeley, in California, a eccezione del Sellaio e del Tintoretto.

Per il resto della loro vita, Friedrich (morto nel 1954) e Anna (morta nel 1994) non smisero mai di cercare informazioni sulla sorte toccata ai due dipinti dopo la requisizione dell’ERR, senza tuttavia ottenere alcun risultato. A differenza del Tintoretto, tutt’oggi disperso, la tavola del Sellaio, dopo una non precisabile presenza nelle collezioni della Van Diemen-Lilienfeld Gallery di New York, riemerse nel novembre 1974, quando fu messa all’incanto dalla galleria lucernese Fischer (lot. 1689) sotto il nome di Francesco Botticini; undici anni dopo, nel 1985, passò con la giusta paternità presso l’ufficio di Christie’s a Londra, dove veniva venduta per conto di un collezionista svizzero con la mediazione della galleria Harari & Johns. Nel 1987 Rivier1, sulle pagine de «l’Oeil», la segnalava a Firenze presso l’antiquario Gianfranco Luzzetti, dal quale Francesco Federico Cerruti, completamente ignaro della originaria provenienza, l’acquistò in quello stesso anno per aggiungerla alla propria collezione. Solo nel 1999 la figlia di Friedrich e Anna Unger, Grete, fu messa al corrente dell’asta del 1985, senza però con questo riuscire a ottenere informazioni oltre all’acquisto da parte di Luzzetti.

Sebbene in un non documentato restauro, per ovviare alle fratture e all’imbarcamento del supporto, si sia intervenuti eseguendo un traumatico marouflage, la pelle pittorica, salvo qualche piccola lacuna e abrasione, si presenta ancora in ottimo stato: ciò è confermato dalla conservazione di parte delle decorazioni in oro rilevate su polsini, bordure, scollo e cintura nella veste della Vergine e dei sobri interventi in oro a missione che accompagnano lo svolgersi dei panneggi. L’inconsueta disposizione delle figure, nonché il bracciolo del faldistorio nell’angolo inferiore destro e l’appoggio irrisolto dei piedi del Bambino, tradiscono il fatto che la tavola tragga ispirazione da un’opera scultorea2. Con il rilievo marmoreo  oggi conservato presso il Museo Nazionale del Bargello (inv. sculture 116), opera di Francesco di Simone Ferrucci, la tempera condivide la posa eretta di Gesù, con la manina sinistra leggermente rattrappita, diteggiante, e il corpicino marezzato da vistose pliche cutanee, e, in maniera meno evidente, quella della Vergine, il cui abbraccio risulta molto più stretto e sentito. La fortuna di questa tipologia nell’orbita del Verrocchio, sotto cui opera il Ferrucci, è testimoniata da un gran numero di rilievi e dipinti, tra i quali spiccano la Madonna col Bambino di Berlino (Gemäldegalerie, n. 108), opera dello stesso Andrea, e quella di Francoforte (Städel Museum, n. 702), attribuibile all’umbro Piermatteo di Amelia. Fu infatti un’abitudine collaudata del Sellaio quella di prelevare singoli brani da artisti di maggior levatura e notorietà per rielaborarli e riproporli più volte nelle sue composizioni. Non stupisce quindi il sapore schiettamente botticelliano di questi due angeli melancolici, presenti pure in innumerevoli tondi con la Madonna col Bambino attorniati da esedre di analoghe creature angeliche; né lo sperticato allungamento della silhouette della Vergine, anch’esso frutto di attente riflessioni sui contemporanei testi del Filipepi.

Al confronto con opere dello stretto entourage sellaiesco si presta anche il san Giovannino a mezza figura: si veda per esempio il dipinto un tempo nella collezione parigina Lazzaroni (Fototeca Zeri, inv. 41399, 41400) e un altro passato in asta presso Sotheby’s Monaco il 14 febbraio 1983. Il rimando a una composizione verrocchiesca3, il tratto secco e preciso, sulla falsariga botticelliana, ma cedevole e raffinato nel rimpolpare carni sode e pelli levigate, il velo in cui s’avverte ancora un lontano ricordo lippesco, e quel Giovannino così fresco e palpitante, vicino a certi esiti ghirlandaieschi, fanno propendere per una collocazione dell’opera alla metà degli anni ottanta. A confortare una tale datazione, tra la Pietà già a Berlino, dipinta verso il 1483, e la Crocifissione e santi di San Frediano in Cestello (1490c.), concorrono il viso delicatissimo della Vergine, le sue mani lunghe ed eleganti, nonché l’attenzione del tutto particolare a certi effetti materici, come l’impalpabile camicina dell’Infante e il luccichio dello sguardo estatico di san Giovannino, forse il personaggio più sanguigno e vivace dell’intera opera.

[Davide Civettini]

1 Rivier 1987, pp. 49, 53.

2 Pons 1992, pp. 33, 105, 106, 358.

3 Ibid.