Nicola De Maria

Nicola De Maria descrive se stesso come «chi scrive un poema con le dita sporche di colore, mentre cane e gatto, chiusi nella tana del cuore, sono la pittura e la poesia che si battono per il trionfo dell’arte». L’analogia con la poesia è davvero la più indicata per le sue opere pittoriche, che sono la trasposizione lirica dell’universo interiore dell’artista. Ogni quadro o opera ambientale è la resa in colori accesi della predisposizione dell’artista a incarnare la figura del poeta, insieme a quelle del cantore e del narratore. Secondo De Maria, dovere dell’artista è infatti «trasformare gli incidenti e la brutalità del mondo in bellezza ed armonia, nell’infinita verità del bene» e il fine dell’arte «è evocare ciò che è invisibile, testimoniare l’opera suprema di Dio; quando l’artista partecipa alla creazione, la pittura porta la realtà verso l’assoluto». I riferimenti alla natura presenti nelle opere sono la memoria e la nostalgia dell’origine, espressa attraverso il linguaggio di una ritrovata innocenza. Più che resa figurativa del mondo visibile, ciascuna forma dipinta è piuttosto una personale visione dell’essenza altrimenti invisibile delle cose.

Le sue opere non accettano i confini tradizionali della tela pittorica: Nicola De Maria non impiega quasi mai cornici per i suoi quadri e talvolta ne dipinge i bordi e il retro. Allo stesso modo, le dimensioni delle opere variano dalla piccola alla grande scala e spesso la sua pittura diventa installazione che si espande a creare ambienti totali. Erede della grande tradizione della pittura ad affresco, Nicola De Maria è l’originale inventore di un linguaggio pittorico capace di animare soffitti e pareti di un impeto vitale, i cui colori non illustrano ma creano. L’artista crede fortemente nel «principio di improvvisazione» e ogni volta preferisce realizzare le sue opere senza progetto, inventandole direttamente sul luogo, accettando i rischi che ciò comporta. Nicola De Maria desidera infatti rispondere a questa urgenza espressiva celebrando «il trionfo dell’arte attraverso il lirismo della pittura». La sua capacità di sbaragliare le convenzioni pittoriche, rifiutando ogni sistema accademico, lo pone, alla fine degli anni Settanta, tra gli iniziatori del movimento della Transavanguardia.

I titoli delle opere dell’artista sono sempre di natura poetica e agiscono come chiavi capaci di fornire un’ulteriore via di accesso al mondo interiore. Mare, chiudere gli occhi, o mare, 1983, è un’opera su tela, caratterizzata da un’intensa campitura blu, accesa da compatte pennellate rosse e gialle. La profondità così evocata apre la tela alla dimensione di un’infinita distesa acquatica, rendendo tangibile l’immagine di un mare lontano, pensato e desiderato all’interno dello studio in un giorno d’estate.

La grande carta intelata I fiori salutano la luna, 1984, testimonia la rinnovata urgenza del disegno come insostituibile tecnica dell’avanguardia. Quasi si trattasse di un lungo papiro srotolato, l’opera reca su entrambi i lati l’immagine grafica di fiori dagli steli sottili, la cui presenza incornicia un paesaggio lunare dai colori acquerellati. Elemento ricorrente nella sua iconografia, i fiori sono assunti quali creature universali, capaci di condensare in sé le parti migliori del mondo e della natura. Nella sua personale visione, i fiori sono in contatto con i pianeti, e i loro movimenti avvengono in sintonia. Il Regno dei fiori, titolo che compare più volte nel suo lavoro, può, secondo l’artista, essere assunto quale titolo di tutta la sua opera, votata al desiderio di creare un sistema di vita migliorata.

Ogni opera di Nicola De Maria rappresenta l’ambizione «cosmica» dell’artista di abbracciare tutti i mondi possibili all’interno dell’opera, rendendo visibile il trascendente. Testa dell’artista cosmico a Torino, 1984-1985, è un solare ritratto interiore, dove i diversi elementi che lo compongono, dipinti come forme dalla geometria netta e con colori brillanti, sono presentati in una visione di unitario equilibrio, animato da un dinamismo continuo. L’artista descrive questa opera come una ricerca dei processi all’interno della propria mente, sottolineando l’incessante progredire che accomuna la scienza e l’arte.

[M.B.]

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