Dan Graham

Le prime opere realizzate da Dan Graham a partire dalla metà degli anni Sessanta, nascono in risposta all’arte del periodo e ad alcuni aspetti del sistema artistico. Dopo una breve esperienza come direttore di una galleria commerciale, durante la quale si trova a diretto contatto con l’allora nascente movimento del Minimalismo, decide di utilizzare per la presentazione delle proprie opere pagine di riviste a larga diffusione. Rispetto al contesto offerto dai tradizionali luoghi deputati all’arte, è infatti attratto dalla più stretta relazione con il tempo reale offerta dalla stampa, i cui contenuti si devono rinnovare ogni giorno, settimana o mese, presentando ai lettori una temporalità che non aspira all’eternità dell’arte. Pubblica così, su pagine altrimenti destinate alla pubblicità, lavori di natura concettuale, che sovvertono la logica Pop di adottare immagini prelevate dal contesto mediatico e dalla cultura di massa e che riflettono sull’idea di arte quale prodotto economico.
Interessato alla complessa relazione esistente tra l’opera d’arte e l’osservatore, a partire dagli anni Settanta, Graham inizia a utilizzare performance, video e film. Attraverso la performance, che il video può documentare in tempo reale, l’artista indaga nuove definizioni del concetto di pubblico, sollevandolo dalla tradizionale posizione di semplice osservatore dell’evento. In questo senso, Graham, anche quando espone se stesso, sperimenta modalità che permettono al pubblico di trovarsi in posizione analoga e ugualmente importante a quella del performer. La rilevanza data al processo visivo quale elemento fondante del contenuto e del significato dell’opera è sviluppata nei film che produce tra il 1969 e il 1974. In essi, attraverso la sua dichiarata presenza nell’ambito dell’opera, la telecamera asserisce la preminenza dell’atto visivo. È tuttavia il video, spesso presentato nel contesto di strutture simili a modelli architettonici, il mezzo che permette all’artista di analizzare con maggiore libertà le tematiche relative alla visione e alla sua relazione con le dimensioni spaziali e temporali. In diverse installazioni presentate nel corso degli anni, impiega telecamere collegate a monitor che permettono al pubblico di vedere la propria immagine percependola in un tempo e uno spazio sfalsati rispetto a quelli durante i quali è avvenuta la registrazione. Le categorie relative a presente, passato, futuro, sono in questo modo riesaminate, così come, grazie all’impiego di vetri e specchi, i concetti di interno/esterno e pubblico/privato sono più volte posti sotto esame. Soprattutto, fondamentale diventa il ruolo del pubblico, senza il quale non ci sono le condizioni per l’esistenza dell’opera d’arte. Nei lavori di Graham, l’osservatore infatti corrisponde spesso a chi è osservato, ed entrambi sono soggetto e oggetto dell’opera. A sua volta, da tradizionale oggetto il lavoro artistico diventa un processo fluido, aperto al mondo circostante e capace di interagire e avere parte attiva nell’ambito dello scambio sociale.
Queste tematiche sono ulteriormente approfondite dall’artista nei padiglioni che produce a partire dal 1980. Costruiti in metallo e vetro, essi sono caratterizzati da un’estetica che intenzionalmente rimanda all’architettura modernista e alla scultura minimalista, sottoponendo entrambe ad una profonda indagine critica. I padiglioni di Graham, spesso situati all’esterno come vere costruzioni indipendenti, funzionano come strutture percorribili. L’uso di vetri più o meno opachi o riflettenti, contribuisce a rinnovare l’indagine dell’artista relativa ai confini tra la presunta identificazione di interno quale dimensione privata ed esterno quale luogo pubblico, rinnovando la questione relativa alla definizione dell’opera d’arte e il suo contesto. [M.B.]

Elenco opere

Past Future Split Attention (Passato futuro attenzione divisa), 1972
Video, bianco e nero, sonoro, 17’03”
Acquistato con il contributo di Compagnia di San Paolo
All’interno di uno stesso spazio, due persone che si conoscono parlano al microfono: un uomo predice il comportamento dell’altro, mentre l’altro uomo rievoca comportamenti passati del conoscente. La performance che il video documenta rappresenta una delle indagini dell’artista sugli aspetti psicologici dello spazio e del tempo.

Performer / Audience / Mirror (Performer / pubblico / specchio), 1975
video, bianco e nero, sonoro, 22’52”
Acquistato con il contributo di Compagnia di San Paolo
In tempo reale, l’artista descrive al pubblico i propri gesti e poi descrive il pubblico stesso. Successivamente, si pone di fronte a un muro specchiante e ricomincia le due descrizioni guardando la realtà riflessa.

Minor Threat (Minaccia minore), 1983
video, colore, sonoro, 38’18”
Acquistato con il contributo di Compagnia di San Paolo
Con stile documentario, l’artista documenta un concerto dei Minor Threat, un gruppo di Washington, DC che fa musica hardcore, un genere di musica analoga al punk ma a differenza di esso peculiare alle zone suburbane. Il video espone l’aggressività che il concerto scatena e rappresenta un capitolo dell’approfondita indagine sulla musica popolare e le sue implicazioni rituali che l’artista ha condotto in alcuni suoi lavori.

Rock My Religion (Il rock, la mia religione), 1982-1984
colore, bianco e nero, sonoro, 55’27”
Acquistato con il contributo di Compagnia di San Paolo
Facendo uso di testi scritti, materiale sonoro e visivo, l’artista intende dimostrare la stretta relazione tra la religione e il rock. Il video rievoca innanzi tutto la storia degli Shakers, setta religiosa fondata da Ann Lee, una donna che riteneva di essere l’incarnazione femminile di Cristo. In particolare, l’artista si sofferma sui loro riti comunitari, che includevano danze praticate in stato di trance, ritenute pratiche necessarie alla guarigione dell’anima. Questi riti, che hanno rappresentato un importante aspetto della cultura americana, vengono posti in parallelo con l’ideologia del rock’n’roll degli anni Cinquanta e del rock degli anni Sessanta.

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