La residenza Sabauda

Storia

DALLA FONDAZIONE AL SEICENTO, IL CASTELLO MEDIOEVALE DIVENTA UNA RESIDENZA DUCALE. 

Il Castello di Rivoli, è situato all’imbocco della Valle di Susa sulla sommità della Collina Morenica, ultima propaggine dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana. Sin dall’ XI secolo si registra la presenza di una struttura fortificata, importante presenza lungo il tracciato valsusino della via Francigena. L’edificio, edificato dai vescovi di Torino, ben presto passa ai Savoia, facendolo divenire, con il passare dei secoli, uno dei primi gioielli della Corona di Delizie, il complesso di dimore costruito dalla fine del ‘500 a Torino e nei suoi dintorni, riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1997. Rivoli fu, nel Medioevo, una delle capitali della corte itinerante sabauda, usato come importante scenario per incontri politici, matrimoni, come quello di Bianca di Savoia e Galeazzo Visconti e sontuose feste. Nel 1560, Emanuele Filiberto di Savoia scelse Rivoli come residenza temporanea, in attesa di stabilirsi definitivamente a Torino. Per trasformare l’edificio e renderlo all’altezza della corte ducale, venne chiamato l’ urbinate Francesco Paciotto, importante ingegnere militare, artefice dei progetti, negli stessi anni delle Cittadelle di Anversa e Torino. Oltre ai lavori alla struttura, egli realizza anche un giardino terrazzato e un ninfeo ipogeo, recentemente restaurato. Le decorazioni delle sale, volte ad esaltare i membri della dinastia, vengono realizzate da pittori del calibro del Morazzone e di Isidoro Bianchi. Sarà il suo successore, Carlo Emanuele I, nato a Rivoli nel 1562, si dice, alla presenza di Nostradamus, a far trasformare, dall’architetto Castellamonte, l’edificio in residenza e a far costruire la Manica Lunga, singolare struttura lunga 140 metri e larga 6, per ospitare la sua importante collezione di quadri. Il ruolo di Rivoli viene ribadito nel Theatrum Sabaudiae voluto da Carlo Emanuele II, ideale manifesto,  per far conoscere alle corti europee le meraviglie del suo piccolo stato, con ben due tavole, fra i pochi edifici di committenza ducale ad avere quest’onore.

IL ‘700 :IL GRANDE PROGETTO DI FILIPPO JUVARRA Il complesso viene fortemente danneggiato nel 1693 dall’esercito francese, comandato dal Maresciallo Nicolas de Catinat, seguendo il destino di altri importanti edifici : quali, tra gli altri, il Castello di Avigliana, l’Abbazia di San Michele della Chiusa e la Reggia della Venaria. La rinascita di Rivoli diventa un espresso desiderio di Vittorio Amedeo II, che chiamerà dapprima Michelangelo Garove e poi, nel 1718 Filippo Juvarra. Il periodo storico è molto importante per i Savoia, siamo al termine della Guerra di Successione Spagnola, che vedrà il Duca Vittorio Amedeo II assurgere alla corona del Regno di Sicilia, che nel 1720 diverrà Regno di Sardegna. Rivoli è parte integrante dei disegni del monarca, secondo la quale, il Castello doveva diventare una grande residenza in grado di rivaleggiare con quelle appartenenti alle grandi dinastie europee, divenendo testimonianza indiscussa del nuovo status e della posizione assunta dai Savoia nel panorama politico europeo. Collegato fisicamente, visivamente e simbolicamente grazie allo “stradone”, oggi corso Francia, progettato da Michelangelo Garove, con il cuore della città, a  Palazzo Reale e poi alla collina e alla Basilica di Superga, simbolo della vittoria sui francesi del 1706 e della nuova dignità regia della dinastia. Vittorio Amedeo II fece di Rivoli il teatro di importanti eventi riguardanti la sua vita pubblica e privata : la sua salita al trono, nel 1684, la sua abdicazione del 1730 e nolente la sua dolorosa prigionia l’anno seguente. Questo avvenimento, le alterne fortune economiche e politiche dei Savoia e del Regno, ma anche i diversi interessi dei suoi successori, fecero sì che dell’imponente progetto juvarriano ne fosse realizzato soltanto un terzo. La possibilità di ammirarlo nella sua completezza ci è ancora oggi data dal pregevole modello ligneo, fortunatamente conservatosi, opera dell’ebanista di corte Carlo Maria Ugliengo, e che presenta l’edificio, ormai privo della Manica Lunga, che doveva essere abbattuta, due edifici del tutto identici che attorniano una parte centralecom l’atrio e la grande sala centrale, mai realizzata. Un’altra importante testimonianza proviene da sei grandi tele, realizzate dai migliori vedutisti dell’epoca, tra cui Giovanni Paolo Pannini, che presentano il Castello come ideale quinta scenica per la vita di corte, con giochi tra dame e cavalieri, l’arrivo della carrozza del re e gli stessi Juvarra e Pannini intenti a discorrere lungo le scalinate che avrebbero dovuto digradare verso l’abitato di Rivoli lungo la collina. A differenza di altri progetti portati a termine dalla sua équipe sia a Torino che nei dintorni, a quello di Rivoli non viene più eseguito.  

LA NUOVA STAGIONE DI RIVOLI : I DUCHI D’AOSTA Sarà necessario attendere il 1793, per far si che un nuovo architetto, Carlo Randoni, riprenda in mano le sorti del Castello. Il committente è Vittorio Emanuele duca d’Aosta, che riceve in appannaggio l’intero complesso nello stesso anno. Il contesto storico non è certamente dei migliori, scosso dalla Rivoluzione Francese, a tre anni dall’armistizio di Cherasco che porterà i Savoia a trattare con il generale Bonaparte e la loro conseguente partenza verso l’esilio sardo. Nonostante la situazione non certamente rosea, viene intrapresa a Rivoli una nuova campagna decorativa, che, senza riprendere il progetto juvarriano, si concentra al secondo piano dell’edificio, permettendo al duca di risiedere nel Castello. Gli ambienti, a cui attesero i più importanti  ebanisti e  frescanti del tempo, sono accoglienti e di bellezza composta, con uno stile che si avvicina al Luigi XVI, ma che si rivolge alle nuove tendenze più vicine a quello di Robert Adam e  di Leopold Pollack, architetto attivo a Milano. Durante la parentesi napoleonica il Castello e il territorio di Rivoli vengono assegnati al titolo del principato della Moschowa e donati dall’Imperatore al cugino, Maresciallo Ney, come attesta una lettera datata 8 febbraio 1813.  In questo periodo vengono trasferiti a Torino arredi, opere scultoree e pittoriche. La Restaurazione vede del 1814 il ritorno dei Savoia con sul trono, Vittorio Emanuele, e Rivoli diventa residenza reale, il cantiere riprende, senza però nessun intervento sostanziale. I soggiorni della corte si fanno sempre più rari e alla morte del re nel 1824, la vedova Maria Teresa fa trasferire gli arredi principali nella Residenza Reale, oggi Villa Cristina, ad Altessano.

DAI SAVOIA ALLA CITTA’ DI RIVOLI. L’edificio e i terreni di pertinenza, passano alle quattro figlie, perdendo di interesse e rappresentando una voce di spesa alquanto onerosa, nonostante il frazionamento e l’affitto da cui si ricava una rendita di 2.000 lire annue. Per adattare gli spazi, e soprattutto la Manica Lunga che diviene sede del 50° Reggimento di Fanteria il Comune di Rivoli contrae un mutuo, che comprende anche le vecchie scuderie situate nel Borgo Nuovo. Finalmente nel 1882 viene emanato il Regio Decreto che autorizza l’acquisto da parte dell’Amministrazione Comunale del Castello, il prezzo pattuito è di 100.000 lire, per le quali viene aperta una “Pubblica Sottoscrizione” e l’atto di vendita verrà stipulato nel 1883. Il Comune, divenendo proprietario, fa spostare nella zona sud-est del secondo piano del Castello la biblioteca civica oltre che arredi e il modello dell’Ugliengo, il resto viene messo a disposizione dell’Esercito . Gli eredi lasceranno i quadri, le sculture e le suppellettili rimaste “con obbligo in perpetuo di non allontanarli dal suddetto Reale Castello”. La residenza, gioiello di Casa Savoia per 5 secoli, diviene definitivamente caserma, iniziando così un lento declino, interrotto dall’organizzazione di mostre a fine ‘800 visitate che riportarono, sebbene per un breve tempo, la Corte al Castello, immagini di altri tempi, con signore dal cappello piumato, le prime grandi automobili, la Birreria Bosio accanto al grande glicine che ancora oggi fa bella mostra di se lungo la facciata della Torre Sud, come un ulteriore legame con il passato dell’edificio. Dopo questo momento di ritorno agli antichi splendori la residenza ad essere lasciata a se stessa, ulteriormente danneggiate e stravolta dagli usi impropri fatti nel frattempo, dall’occupazione durante la Seconda Guerra dell’esercito tedesco, dai bombardamenti alleati sino ad arrivare agli anni ’60 utilizzato come alloggio di fortuna per sfollati e senza tetto. Murature intrise di umidità, mancanza di infissi che permettevano alla pioggia e al vento di penetrare liberamente all’interno danneggiando affreschi, pavimenti e arredi lignei, la decomposizione dei materiali che permetteva alla vegetazione di annidarsi in profondità facendo sgretolare le strutture che diedero il via a una serie di crolli.

UNA NUOVA TAPPA : I RESTAURI DI ANDREA BRUNO Per i festeggiamenti dell’Unità d’Italia si accende una timida speranza di portare a nuova vita l’edificio ormai abbandonato a se stesso, purtroppo, però i fondi destinati dal Ministero si rivela troppo esigui per poter procedere con i lavori. Sarà necessario attendere il 1979, dopo gli ennesimi crolli, quando il governo regionale, la Soprintendenza e l’architetto Andrea Bruno danno il via ai lavori di restauro del Castello conclusisi nel 1984. con la riapertura al pubblico.

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