Arata Isozaki. Electric Labyrinth
16 aprile 2003 - 24 agosto 2003
16 aprile – 24 agosto 2003
a cura di Hans Ulrich Obrist
Il 30 maggio del 1968, durante la conferenza stampa per l’inaugurazione della XIV Triennale di Milano, diverse centinaia di artisti, intellettuali e professori di architettura dell’Università di Milano presero d’assalto l’area della Triennale e la occuparono per i dieci giorni successivi.
Al termine dell’occupazione, questa storica mostra dell’architettura di avanguardia degli anni Sessanta era quasi completamente distrutta: le sale di Archigram, Saul Bass, Georges Candilis, Aldo Van Eyck, Arata Isozaki, Gyorgy Kepes, George Nelson, Peter e Alison Smithson e Shad Woods erano state trasformate in rovine.
La mostra non poté mai essere aperta al pubblico.
Come l’urbanista italiano Stefano Boeri dimostra nella sua analisi del fenomeno della Triennale: ” La moltitudine era il tema unificante della mostra; essa era dedicata alla ricerca di un’alternativa alla massificazione della società nel concetto di partecipazione alla produzione culturale nel rispetto dell’individualità.
La XIV Triennale mostrava un notevole interesse per il movimento di protesta che proprio allora stava prendendo corpo in Italia come altrove”. Malgrado questo, la mostra , progettata da Giancarlo De Carlo assieme a Marco Zanuso, Albe Steiner e Alberto Rosselli venne completamente distrutta. Ma da allora, questa esibizione invisibile, esperita e smantellata nello spazio di poche settimane da una massa autogestita di giovani appassionati e vandali, è diventata un nodo focale di intense passioni ed emozioni.
L’installazione di Arata Isozaki, certamente uno dei lavori più importanti della Triennale è stata ricostruita grazie al supporto di Castello di Rivoli, ZKM Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, Fundação de Serralves, Porto e presentata per la prima volta in occasione della mostra Iconclash.
Isozaki descrive il suo progetto per la Triennale con le seguenti parole: “Non ho potuto seguire l’inaugurazione a causa dell’occupazione dell’edificio da parte del movimento di protesta. All’epoca, movimenti di quel tipo, diretti contro l’establishment erano in pieno fermento anche in Giappone. Dal momento che simpatizzavo con queste proteste, avevo tentato di rifletterne i sentimenti nella mia opera. Mi era stato messo a disposizione un certo spazio per creare un ambiente, e avevo richiesto la collaborazione di alcuni artisti ed amici. Uno di loro era Koe Siyura – uno dei più importanti grafici giapponesi. Un altro era un fotografo, Shomei Tomatzu.
Inoltre, avevo invitato un compositore, Toshi Ichiyanagi, e gli avevo chiesto di creare una sorta di installazione sonora. La mia idea consisteva nella creazione di dodici grandi pannelli curvi sulla cui superficie in alluminio erano serigrafate diverse immagini. Scelsi stampe ukiyo-e con argomenti quali le storie di fantasmi e alcune tragedie, poi ho chiesto a Tomatzu di trovare immagini di repertorio sui bombardamenti atomici del Giappone. Quindi, avevo portato con me un filmato e alcune immagini di Hiroshima e Nagasaki. Queste includevano la famosissima immagine dell’ombra permanente creata su una parete dall’esplosione della bomba. Feci serigrafare queste immagini sui pannelli, che ruotavano su sé stessi nel momento in cui qualcuno passava attraverso un raggio invisibile ad infrarossi. Il movimento di rotazione portava all’improvvisa apparizione dell’immagine di un fantasma o di un cadavere, il che avrebbe dovuto, nelle mie intenzioni, coinvolgere lo spettatore nel movimento di queste strane immagini.
Quasi tutte avevano a che fare con la tragedia della guerra o la crisi della società. Allo stesso tempo, c’erano anche sezioni di parete, su cui avevo creato una specie di collage sulle rovine di Hiroshima e sulla megastruttura che sarebbero poi divenute in seguito. A sua volta, avevo visualizzato questa struttura come una specie di rovina: una struttura in rovina come memoriale delle rovine, che ho intitolato Rovine: la città del futuro. Ero particolarmente interessato a questa visione delle rovine del futuro. Avevo previsto la proiezione di numerose immagini della città del futuro sulle pareti. Cercavamo di mostrare in che modo la città del futuro avrebbe continuato a cadere in rovina. Questa serie di immagini veniva proiettata sui pannelli in movimento, e il loro movimento era accompagnato dagli effetti sonori creati da Toshi Ichiyanagi. Ho chiamato l’installazione “Labirinto Elettrico”.
Hans Ulrich Obrist