Emilio Vedova

Emilio Vedova si dedica dagli anni Trenta a una pittura e a un disegno figurativi che annunciano già l’urgenza emotiva tipica di tutta l’opera dell’artista. Lo confermano gli oli che elabora fra gli anni Trenta e i Quaranta, con i quali guarda a Goya, Daumier, Rouault. Negli anni Quaranta aveva fatto parte del gruppo Corrente, un importante momento di opposizione all’arte ufficiale dell’epoca, e nel secondo dopoguerra diviene un protagonista del fronte astratto della polemica contro il realismo. Vedova è uno dei rappresentanti più significativi di quella tendenza pittorica detta Informale che si è imposta in Europa e negli Stati Uniti negli anni Cinquanta. Da quel momento l’artista si è sempre mantenuto fedele a questa scelta espressiva estrema, di radicale rifiuto e superamento non solo dell’immagine definita, ma della forma stessa, se per forma si intende un attestato di identità fissa. In questa scelta c’è la forte volontà di testimoniare la tensione dell’individuo posto di fronte all’ingovernabilità della pulsione inconscia e calato in una società con cui è in conflitto. Vedova sceglie una pittura fondata sul gesto puro, libero da impedimenti, e sul puro colore, capace di esprimere il proprio autonomo potenziale significante. Tutta la pittura di Vedova può essere ricondotta a questa dialettica costantemente cangiante fra gesto-segno e colore, fra funzioni diverse di segno e colore, all’interno della vera e propria dialettica di lotta che l’artista instaura fra sé e l’opera. Questo rapporto conflittuale avviene però, come è evidente in ogni sua opera, all’insegna della più profonda sapienza: sapienza della composizione, senso dello spazio e del segno pittorico, rapporto fra i colori, e senso della forma.
L’opera Da dove… (1984-1), 1984, è parte di un ciclo pittorico che l’artista realizza fra il 1983 e il 1984. La forma per Vedova è un’ipotesi che vediamo articolata sotto i nostri occhi, e il titolo stesso sottolinea un carattere precipuo di tutto il suo lavoro: il gesto vuole delineare ipotesi di forma originarie, tocca l’origine magmatica del linguaggio. A ogni elemento è concesso il tempo di un’apparizione momentanea, e ogni opera è il succedersi di momenti diversi, dove è però già evidente il differenziarsi delle funzioni. Funzioni attribuite al colore e alle sue relazioni con il gesto. Se i bianchi e i gialli recano una forte componente luminosa, se il rosso mantiene la carica violenta a cui, anche a livello di inconscio, associamo questo colore, tutto questo interagisce sempre con un ordine che, sia pure irrazionale, è indirizzato a strutturare. Quest’ordine è delegato alla forza del nero, al suo peso, alla decisione delle pennellate che ordinano la superficie in scansioni spaziali. La vischiosità del nero sembra imporsi in primo piano e costruire una struttura fluttuante, corposa, fatta di grossi segni obliqui convergenti verso la figura ovoidale posta in alto. Questo rapporto o lento movimento può essere letto anche all’opposto, come il silenzioso deflagrare della figura dall’alto verso il basso. Le ipotesi formali di Vedova non sono unidirezionate, né lo potrebbero essere.
Di umano ’85 – II, 1985, è una tela scandita da una struttura chiasmica, organizzata sulle diagonali del quadrato. Una decisa pennellata nera, ricca di materia, si apre al centro del quadro in un turbine di bianchi e grigi che accentuano il movimento semicircolare che anima l’opera. Al centro, emergono, tra i neri e i grigi, una zona di colore bruciato e poche pennellate viola che segnano l’impronta della corporeità livida e profondamente terrena della condizione umana.

[G.V.]

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