Enzo Cucchi

La figura del pittore è come un navigatore che dispensa immagini per stabilire una rotta. In questo complicato movimento di sentimenti, di umori e di emozioni, dove l’arte è prodotta dal vento delle onde e dalla nostalgia della terra, risiede il territorio magico della pittura di Enzo Cucchi. Nato in provincia di Ancona, trova nelle Marche e nei suoi paesaggi, le radici delle sua poetica centrata a riscoprire il valore dell’arte europea e mediterranea. Il suo mondo di immagini non vuole essere interpretato, ma vissuto, percepito attraverso i sensi, sentito prima che guardato, visto prima che compreso. Il suo immaginario è popolato di leggende, di figure misteriose, di sogni e di incubi ricorrenti, di tradizioni regionali, di detti popolari. Cucchi si sente un artista europeo nel sentimento della tradizione e nel rispetto che nutre per il disegno come disciplina, come pratica fondamentale all’origine della forma. La sua arte sconfigge la staticità, il suo mondo e la sua poetica sono in movimento, il suo è un viaggio sulla frontiera ideale d’Europa, tra le morbide colline marchigiane e l’orizzonte ideale del mar Adriatico. Egli affonda le radici dei suoi pensieri negli umori di questa terra, portavoce di altre culture, di antiche civiltà. Attraversa i linguaggi universali della storia dell’arte per restituirci la storia dei suoi sentimenti sotterranei. E’ questa relazione che instaura con l’interno con il suo mondo più intimo che ritroviamo nelle opere che appartengono alla collezione del museo. Il suo interesse per il segno di riscontra nei disegni che occupano gran parte della sua produzione artistica e si sviluppano come opere indipendenti e autonome. Considerati all’origine della forma, sono uno strumento imprescindibile per creare delle immagini, “non c’è tecnica, non ci sono altre discipline, se prima non c’è il disegno”. Questi condividono la stessa qualità visionaria dei dipinti, la stessa capacità immaginativa come testimonia La guerra delle regioni, 1981, dove una linea sintetica ed evocativa traccia due grandi figure enigmatiche che occupano l’intera superficie. Convive in quest’opera un aspetto solare e uno notturno. La struttura compositiva è semplice, ma l’orizzonte è popolato di inquietudini visionarie. In Cani con la lingua a spasso, 1980, è percepibile al tatto quell’inesprimibile bisogno di meraviglia che porta l’artista verso la pittura. Un’esigenza che diventa un vizio assurdo, un desiderio fortissimo, un’autentica ossessione, come egli stesso dichiara. Nel magma indistinto dei colori vive la traccia di un’energia intensa. Al centro della scena un gruppo di cani e una figura umana che emerge dalla massa pittorica. Non si avverte il bisogno di raccontare una storia, i suoi dipinti sono essi stessi delle storie. Non sente la necessità di descrivere un accadimento, di riportare con esattezza i fatti, all’interno dell’opera non ci sono dispositivi che ne costruiscano il senso, la narrazione è costruita attraverso i dettagli e si esalta nel valore cromatico della pittura. In Eroe senza testa, 1981, la presenza fisica dell’unica immagine si esalta nella dialettica instaurata tra le diverse tonalità dei colori, tra i bagliori delle tinte più accese e le ombre di quelle più cupe. C’è un aspetto eroico e uno tragico. E’ un modo di guardare alla realtà attraverso la propria cultura. In questa figura senza volto, un eroe sconosciuto, che sembra sorreggere con le braccia il peso del mondo, quasi fosse un Atlante contemporaneo, possiamo leggere l’amore di Cucchi per il mito, l’unica cosa che ritiene reale. Vitebsk/Harar, 1984, rappresenta lo strumento per un viaggio simbolico nell’universo della creazione. Un viaggio nell’arte, attraverso un pittore e un poeta, Kazimir Malevič e Arthur Rimbaud, un percorso nelle loro vite in due momenti critici delle loro esistenze. Vitebsk è il luogo dove nel 1919 viene mandato il pittore russo, allineatosi al governo, subito dopo la rivoluzione sovietica, e Harar, una città etiope in cui si reca nel 1880 il poeta francese per intraprendere un’attività commerciale, in seguito a una crisi artistica. Il valore psicologico delle ombre gioca in quest’opera un ruolo fondamentale. Cucchi isola le immagini alla minima apparizione, un teschio in basso a sinistra nell’estremità della superficie e una luna ottenuta per sottrazione di materiale. Tutto il resto è un paesaggio aspro, dai contorni poco accoglienti, pungente, atto a definire una terra inospitale, a interpretare due momenti difficili nelle loro vite. La pittura mette in scena un momento di esclusione, perché Cucchi crede nell’autenticità delle immagini, nel loro valore taumaturgico. Dagli anni Ottanta sperimenta all’interno delle sue opere l’utilizzo di tecniche che integrano la presenza di materiali diversi e non consueti. La deriva del vaso, 1984-1985, una barca naviga su una superficie rosso fuoco che sembra evocare un paesaggio dantesco. Elementi bianchi in gesso sono inseriti nella figurazione e richiamano l’attenzione sull’intensa pastosità materia del quadro. L’approdo verso il nulla, la deriva a cui l’imbarcazione sembra destinata per la mancanza di vele, evoca viaggi suggeriti dalle conoscenze letterarie dell’artista. Piogge sante, 1987, esposto per la prima volta a Basilea, si presenta come una grande tela sulla quale sottili aste si dispongono a raggiera a rappresentare la pioggia. Come sempre accade nelle opere di Cucchi la narrazione è solo lo spunto per un peregrinare fantastico all’interno della sua fantasia. Un neon, collocato sul retro del dipinto, si accende a testimoniare la presenza di un avvenimento miracoloso, ma il mistero deve restare non svelato e dare libero sfogo al flusso della creatività. Coraggio, 1998-1999, è un racconto per immagini in cui la storia si stempera nell’esuberanza dei colori e nella grandiosità del paesaggio montuoso, le cui cime sono illuminate da alcuni led. Sia che si tratti di elementi in gesso, di ferro, neon, legno, oppure di componenti elettrici, l’artista lavora la superficie come un tramite per suscitare associazioni e analogie che stimolino i sensi e l’immaginazione. Sipario di Senigallia, 1996, studio per il sipario realizzato in alluminio per il teatro La Fenice a Senigallia. Questa figura che guarda dall’alto i cinque simboli della città si ispira nelle fattezze a un’altra immagine ideata in precedenza, in occasione di una sua collaborazione nell’ambito delle scenografie per la Tosca, portata in scena a Roma al teatro dell’Opera nel 1990.
L’arte di Cucchi trova la sua dimensione nei detriti, negli oggetti aspri e lividi, nella deriva fantastica della creazione, nello straripamento e nell’isolamento delle immagini. E’ una nave senza vela dove il ritmo precipita e il disequilibrio regna. Un immaginario poetico in cui la paura e il fascino convivono. Dal suo passato emergono sussurri, frammenti di scene lontane che raccontano paesaggi e attraversamenti, allontanamenti, sprofondamenti e avvicinamenti, bagliori e ombre, luci e tenebre.

[G.C.]

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