Eva Marisaldi

Voliera, 1998, è stata realizzata in occasione della mostra La Ville, le Jardin, la Mémoire tenutasi a Roma negli spazi di Villa Medici. Il lavoro è stato originariamente concepito in funzione dello studiolo del cardinale Ferdinando de’ Medici, dove è stato esposto. L’artista si è ispirata alla natura dello studiolo, quale luogo appartato per incontri galanti, e alle decorazioni ad affresco che descrivono fiori, uccelli e insetti quale parte di un’eterna primavera.
L’installazione vuole offrire un confortevole ambiente dotato di tappeto e cuscini sui quali gli spettatori possono accomodarsi. Le scatole di cartone che pendono dal soffitto riprendono quelle usate nell’agricoltura biologica contenenti ferormoni. Questi afrodisiaci attirano gli insetti che, tratti in inganno, vengono così catturati. A Villa Medici le scatole contenevano effettivamente i ferormoni e numerosi insetti sono diventati parte integrante del lavoro e le loro danze amorose un invito agli spettatori. Anche quando gli insetti non sono parte attiva dell’installazione, l’ambiente proposto da Voliera mantiene intatto il suo fascino di luogo appartato. Una suadente musica, composta da Enrico Maria Serotti, si diffonde dal video trasmesso da un monitor posato a terra. Nel video il compositore è ripreso mentre suona circondato da uno stuolo di farfalle ricreato al computer. Al tempo stesso, il meccanismo della «trappola amorosa» incombe discretamente, esponendo i pericoli insiti nelle possibili ambiguità che si celano nei segni del linguaggio.
Le opere di Marisaldi, che includono performance, installazione e video, non offrono mai risposte univoche, privilegiando invece una molteplicità di soluzioni e significati. I rapporti interpersonali e soprattutto il processo di comunicazione e le inerenti difficoltà poste dai linguaggi dati sono l’ambito di molte ricerche dell’artista. Spesso il pubblico è invitato o posto nella condizione di portare il proprio contributo attivo alla realizzazione dell’opera. Marisaldi concepisce infatti ciascun lavoro come un processo aperto che talvolta coinvolge collaboratori e accetta anche forti componenti casuali. In questo modo, l’artista rende parte dell’attuazione dell’opera il suo stesso campo d’indagine.

[M.B.]

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