Janet Cardiff e George Bures Miller

Janet Cardiff esplora l’emozione, la memoria, l’intimità e il mondo privato del parlare e dell’ascoltare. Formata nell’ambito delle arti visive in Canada alla fine degli anni Ottanta, l’artista manifesta un particolare interesse per il suono e la relazione tra l’udito e gli altri sensi. A partire dall’inizio degli anni Novanta, Cardiff ha realizzato numerose «passeggiate sonore» e installazioni. Si tratta di opere interattive in cui si è invitati a toccare e ascoltare, e sono in parte determinate dalla personale percezione della realtà e in parte dai riferimenti dell’artista alla narrativa e alla memoria collettiva del cinema.
Le sue opere, incluse le collaborazioni con George Bures Miller, oscillano continuamente tra ciò che accade e ciò che si immagina, tra esperienza reale e proiezioni, fantasie e desideri individuali. L’artista costruisce paesaggi di suoni che si sperimentano indossando le cuffie e ascoltando voci e suoni preregistrati nello stesso luogo, ma in un momento diverso e precedente, con un sistema stereo «binaurale». La voce di Cardiff ha un ruolo importante all’interno di queste opere ed è sovrapposta a frammenti di film, canzoni e altri suoni.
The Paradise Institute (Istituto Paradiso), 2001, è frutto di una collaborazione tra Cardiff e Bures Miller e rappresenta la loro installazione più ambiziosa. Realizzata originariamente per il Padiglione Canadese della 49a Biennale di Venezia, dove è stata premiata, l’opera consiste in una struttura di legno all’interno della quale gli spettatori si possono accomodare, trovando una balconata con diciassette poltrone. Come in un vecchio cinema, una balaustra divide lo spazio da quello di uno schermo in «iperprospettiva». The Paradise Institute combina la scultura, la performance, il video e il suono. Il presente e il passato si sovrappongono e suggeriscono possibili futuri. Una volta entrati in questo cinema in miniatura, e indossate le cuffie, si assiste a un video di tredici minuti in bianco e nero che simula un film in pellicola. La narrazione è ambigua e il finale «aperto»: un uomo è legato a un letto in un luogo di internamento e una ragazza, probabilmente un’infermiera, cerca di salvarlo da un disastro imminente, mentre un terzo personaggio recita la parte del «cattivo». L’effetto è quello di un thriller frammentario, al confine con la fantascienza. Lo spettatore oscilla continuamente tra gli eventi che accadono sullo schermo e ciò che avviene nella mente dei personaggi. Inoltre, la colonna sonora del film si mescola ad altri suoni preregistrati che sembrano accadere intorno allo spettatore, nello spazio delle poltrone in cui si è seduti, così da fondere finzione e realtà apparente.
The Paradise Institute esplora la natura complessa e vertiginosa della soggettività in un mondo tecnologico, nonché il nostro costante bisogno di trovare una riconciliazione tra presenza e perdita dell’io, memoria ed esperienza, sensazioni e immaginazione.

[C.C.B.]

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