Ludovica Carbotta
La produzione artistica di Ludovica Carbotta comprende scultura, installatine. disegno, suono, performance, scrittura, spesso combinate a formare opere complesse. Sin dagli esordi, i concetti di luogo e identità, di spazio privato e pubblico sono al centro della ricerca dell’artista. L’esplorazione fisica dello tra urbano è per Carbotta lo strumento per analizzare i modi in cui gli individui e relazionano agli ambienti che attraversano e abitano. L’artista descrive la sus reali in contesti di fantasia. In questa maniera Carbotta recupera li ruolo pratica come “fictional site-specificity”: ideare luoghi immaginari o calare lang dell’immaginazione quale strumento essenziale nella costruzione della conoscenza.
Profondamente influenzata dalla letteratura fantascientifica e dalle sue vision utopiche o distopiche, nonché da trattati di architettura, sociologia e filosofa, dal 2016 Carbotta lavora al progetto Monowe, una città immaginaria per un singolo abitante. Il nome deriva dalla combinazione tra le due parole “mono” (singolo “we” (noi in inglese), creando una contrapposizione con la parola greca polis, de significa città, la cui radice rimanda al concetto di moltitudine e comunità.
Progetto che si evolve e cresce nel tempo, e che includerà un film, Monowe nasce anche da una riflessione sulla condizione di isolamento che spesso contraddistingue il modo di vivere contemporaneo. Ispirata dalle teorie del filosofo Peter Pál Pelbart, l’artista sottolinea come questa condizione possa essere letta non solo in chiave negativa, ma anche come un momento di autocoscienza, autoaffermazione del se e autodeterminazione. Lo stato di isolamento, infatti, offre l’opportunità di superare e abbandonare regole, abitudini e norme date per scontate all’interno di una società, per stabilime di proprie. La solitudine può anche divenire una strategia per la sopravvivenza nel futuro. Monowe fa inoltre riferimento alle “gated communities”, aree residenziali esclusive delimitate e chiuse verso l’esterno, che seguono un modello autosegregativo e che possono diventare una prigione in cui l’unico individuo sceglie volontariamente di vivere.
Nei vari lavori che fanno parte del progetto Monowe, Carbotta si concentra di volta in volta su alcune delle strutture che compongono questa città, tra cui! museo, la fabbrica, il tribunale, la torre di controllo. Esse emergono come frammenti di un paesaggio in rovina, o al contrario come componenti di una città in costruzione, o ancora come parti di una città del futuro. L’abitante di Monowe sempre il protagonista, anche se la sua presenza rimane spesso sfumata, fantasmatica, tracciabile soltanto attraverso i segni lasciati dal suo passaggio.
Realizzati nel 2018, gli undici lavori nelle Collezioni del Castello di Rivoli insieme costituiscono l’installazione Monowe (trade fair). Le sculture che la compongono si ispirano agli strumenti e attrezzature di sicurezza ideati da prepper o survivalisti, progettati con l’obiettivo di salvarsi e preservare la propria esistenza in caso di apocalissi o emergenze future. Lifehi Jack è un giubbotto di salvataggio concepito per quando il corpo è troppo presente”, rallentarlo e favorire il raggiungimento di uno stato meditativo. Hanna Die, maniglie da usare per sostenersi e sentirsi più comodi, da applicarsi a parete, a pavimento o su arredi, utili per migliorare la sensazione di sicurezza del cittadino. Bobby, una trappola esplosiva, paradossalmente già esplosa, per proteggersi dall’intrusione di un ipotetico “altro”, che paradossalmente in Monowe non può esistere. Uno strumento ottico, Farfi Nally, che invece di avvicinare allontana gli elementi inquadrati. Totem e amuleti portatili, alcuni capaci di ricordare al cittadino cosa significhi avere un corpo, tra cui Phil Handem, per sentire il palmo di una mano, e Phil Scholder, per prendere coscienza dello spazio tra il lato del seno e il braccio. Infine, strumenti per la ricerca di conforto, come Essen Zadime, che consente di inalare sé stessi e ritrovarsi. [FL]