Paloma Varga Weisz. Root of a Dream

Paloma Varga Weisz

Radice di un sogno

 

27 ottobre 2015 –  10 gennaio 2016

 

A cura di Marianna Vecellio

Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea propone al suo pubblico Root of a Dream (Radice di un sogno), prima mostra personale in un museo italiano dell’artista tedesca Paloma Varga Weisz (Neustadt an der Weinstrasse, 1966. Vive e lavora a Düsseldorf).

Attraverso un’iconografia articolata che mescola citazioni tratte dalla tradizione artistica rinascimentale italiana e gotica tedesca, riferimenti psicanalitici, memorie personali e una rilevante fascinazione per il corpo umano – specialmente quello femminile – l’artista crea complesse e poetiche installazioni capaci di condurre lo spettatore in una dimensione contemplativa a metà tra sogno e realtà. Il particolare uso di tecniche desuete – tra le quali l’intaglio nel legno, la policromia e la ceramica – si combina alla componente autobiografica aggiungendo un ulteriore livello simbolico alla narrazione. Nonostante affondino in un tessuto che richiama episodi personali, denso di rimandi alla pittura e scultura del Rinascimento così come alla tradizione popolare e all’artigianato, le opere di Varga Weisz si fanno memoria di una sensibilità condivisa e collettiva dai riferimenti di matrice europea, capace di raccontare i livelli più intimi della nostra esistenza. 

 

Tratto da una poesia di Paul Celan, Root of a Dream allude alla costante attenzione che Varga Weisz assegna al rapporto tra memoria, rimozione e riemersione del ricordo. Tale combinazione diventa nelle opere dell’artista espressione di una dimensione dell’essere frammentata, in cui il corpo da “intagliare” si fa porzione, l’identità travestimento e la memoria intermittenza.  Nella mostra troviamo riferimenti al padre dell’artista in un film muto, intitolato Deux artists (Due artisti), 1986. È proprio questo lavoro giovanile, e nel tema dell’identità in esso affrontato, una delle chiavi interpretative dell’intero percorso in mostra che Varga Weisz chiude con l’opera più recente, Lying man (Uomo disteso), 2014. Questa scultura diventa riflessione conclusiva sulla dimensione dell’essere scissi, mancanti e apolidi, condizione esistenziale dell’uomo e che oggi ritroviamo attuale più che mai nel dramma degli esodi di massa. 

 

Composta da un’ampia selezione di lavori, da quelli giovanili sino alle opere più recenti, la mostra presenta una serie d’importanti installazioni, alcune delle quali di grande formato giunte in prestito da prestigiose collezioni europee.

Il progetto espositivo fiorisce nella cornice delle sale auliche del Castello di Rivoli in una costruzione di dialoghi tra i lavori che, al pari di memorie intermittenti, in un succedersi di intimità e silenzio, affrontano i temi dell’abbandono, del trauma, della memoria, della nascita e dell’amore, celebrando il grande tema della vita umana.

 

 

La citazione

Tratto dall’omonimo quadro di Friedrich Wilhelm Otto Modersohn, pittore di paesaggio tedesco vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, Waldfrau (Donna della foresta), 2001 (sala 28), ne ricalca la riflessione sui difficili equilibri in amore. Sposato alla pittrice espressionista Paula Becker che intratteneva una relazione adultera con Rainer Maria Rilke, Modersohn si era autoritratto seduto sulle sue ginocchia, piccolo come un folletto. Varga Weisz cita direttamente il quadro e ne accentua gli aspetti più conturbanti, aggiungendo alla scena una terza figura minuta, eretta su un secondo tronco d’albero. Ai corpi, seppur piccoli, ma dolorosamente presenti nel loro essere mutilati da una visibile malattia cutanea – tema presente in un’altra opera in mostra intitolata Beulenmann (Uomo con bolle), 2003 (sala 25) – la donna al contrario appare come un fantasma e, sfuggendo la confortante immagine di amante/madre, risulta essere parziale. Essa infatti è composta unicamente di testa e mani e di un corpo di soli panneggi di stoffa. Una presenza perturbante che, tra animato e inanimato, ricorda sia il manichino metafisico che la bambola surrealista.

 

Dualismo e ambivalenza

Una delle opere più drammatiche dell’intero percorso di mostra Fallende Frau, Doppelköpfig (Donna che cade, con due teste), 2004 (sala 27), illustra il corpo fasciato da drappi di stoffa, di una donna dal doppio volto, colta nell’atto di cadere. Oltre a relazionarsi con Waldfrau, 2001, nel suo essere presenza fantasma, questo lavoro offre una riflessione sul tema della trasformazione insita nelle forme ambivalenti: l’opera si relaziona infatti con il tema della caduta ma anche dell’ascensione e, sospesa in una effimera condizione di attesa, diventa metafora della caducità e della morte così come della vita e della rinascita. Molte opere di Varga Weisz sono colte nell’atto di trasformarsi o in metamorfosi, Birth (Nascita), 2014 (sala 30), tema che sottolinea nuovamente la ricerca di identità e che ritrova nel corpo il suo luogo prediletto.

 

La fede e la morte 

Le dicotomia tra vita e morte, fede e laicità, gioco ed erotismo sono molto presenti in tutta l’opera dell’artista tedesca. Durante gli anni di formazione l’artista concettuale Gerhard Merz, suo insegnante all’Accademia, la incoraggiava a studiare i maestri della storia dell’arte, come Lucas Cranach, Piero della Francesca, Matthias Grünewald e Hans Holbein. Varga Weisz non è interessata all’aspetto religioso, piuttosto coglie da queste fonti le atmosfere melanconiche o la temperatura del colore, spogliandole degli aspetti più simbolici, e abbassandone il senso alla fugacità dell’essere. Spesso raffigurate ad occhi chiusi, le figure di Varga Weisz sono celate in un sonno.

Chor (Coro), 2004 (sala 22), è una grande installazione che, come indica il titolo, porta all’attenzione uno degli elementi principali all’interno di una chiesa, il coro.  

Composta di quattro grandi panche dal design brutalista, essa è popolata di piccole sculture lignee raffiguranti busti di uomini, donne e animali, abbigliati con costumi storici. L’opera dialoga con una quadreria di disegni ad acquerello, realizzati nel corso della trentennale carriera dell’artista e che approfondiscono i temi della vita, dell’abbandono, del sogno e della morte.

Ad accentuare l’aspetto perturbante delle sue opere, Varga Weisz si avvale della componente metafisica che l’artista coglie nuovamente nell’opera di Giorgio de Chirico, da cui apprende oltre all’uso del manichino, la relazione tra figura umana ed elementi architettonici classici, come si può osservare in alcuni disegni in mostra. 

 

Il perturbante

Tra le numerose opere in mostra ricche di elementi narrativi autobiografici, Ohne Titel (Kleines Fass) (Senza titolo – Piccola botte), 2012 (sala 23), appare anche una dall’aspetto più conturbante. Essa raffigura una botticella dal cui grembo fuoriescono le gambe di un giovane.

Il ragazzo in realtà è colto nell’atto di pulire l’interno della botte dai residui del vino, abitudine a cui era usa la stessa Paloma da bambina, figlia di una chimica del vino.

Il contrasto tra il colore e i materiali di cui sono fatti i due principali elementi dell’opera ne accentua l’aspetto sensuale mentre il becco della botticella emerge virilmente dal fianco della botte, andando a cadere proprio sopra le gambe del giovane quasi a voler ricomporre l’identità sessuale. 

Frammentazione, slittamento, erotismo e gioco si combinano in un’immagine che riporta all’attenzione un altro tema centrale del lavoro dell’artista e che in tedesco si riassume con l’espressione unheimlichkeit: parola che indica la compresenza di elementi apparentemente contrapposti come casa (heim) e sinistro (heimlich) e la cui combinazione caratterizza scene dall’atmosfera straniante.

 

Il taglio e il corpo

Se il corpo nel lavoro dell’artista tedesca è l’oggetto del taglio, la pelle è la sua superficie, il luogo e lo spazio di raccolta del segno. Nonostante l’atto dell’incidere possa sembrare violento, il corpo nelle opere di Varga Weisz è trattato anche con delicatezza e poesia. Che esso venga raffigurato malinconico, come nel caso di Kampfhund (Cane da combattimento), 2002 (sala 24), animale antropomorfizzato, in piedi sulle zampe posteriori, dotato di più occhi, colto nella sua solitudine al centro di un isola di trucioli; o che sia mutilato, frammentato, disgiunto, senza identità e senza luogo, come nell’uomo disteso in Leiche (Cadavere), 1999 (sala 22), o in Lying Man (Uomo disteso), 2014 (sala 31), esso è ciò attraverso cui entriamo in rapporto con il mondo. L’opera nella prassi di Varga Weisz, come per alcuni artisti la cui pratica è inscindibile dall’espressione formale, consiste nel suo stesso farsi. Spesso dolente o colto in trasformazione la raffigurazione sembra interiorizzare sentimenti, desideri e paure. L’(in)taglio, eseguito con precisione, affrontando il tema della ferita, agisce sulle dinamiche del trauma, offrendo un’ipotesi ricostruttiva.

Memoria e rimozione

 

La memoria

La relazione di Varga Weisz con il tema della memoria appare centrale sia nel lavoro, che presenta e possiede riferimenti diretti alla propria storia familiare, sia nella formazione di una specifica consapevolezza che ruota attorno al ruolo dell’artista sofisticato, colto e con una certa nostalgia per il passato.

“ La prima arte che mi colpì fu quella di mio padre, Feri Varga – racconta l’artista. Nato in Ungheria nel 1906 si era trasferito in Germania per mia madre alla metà degli anni ’50. Visse la maggior parte della sua vita in Francia. La nostra casa era piena dei suoi lavori. Vi erano grandi quadri astratti nella mia camera da letto che usavo guardare e nei quali mi divertivo a ritrovare il volto di un gatto o di un cane. Mio padre non si sentiva sereno con la sua origine borghese e usava raccontarci storie di quando aveva vissuto nel sud della Francia e conosceva Pablo Picasso, Henri Matisse e Jean Cocteau.”

In Deux artists (Due artisti), 1986 (sala 29), l’artista e il padre sono colti in momenti d’intimità; essi giocano a camuffarsi, avviando un processo di scambio d’identità che culmina con l’uso di maschere, protesi, nasi finti e cappelli, – veri e propri dispositivi attivi – per la costruzione di un’identità, che appare a tratti contraffatta a tratti incompleta. Se per Sigmund Freud il sogno rappresenta il mascheramento di un desiderio nascosto, la sua controparte, il disvelamento, consente il riemergere di un rimosso che si pensava perduto. Cosi il tema della radice alla quale Varga Weisz, sottolinea, è attaccato il sogno diventa spunto per un’ispezione immersiva nel passato personale della donna ma anche universale dell’uomo. 

La mostra fiorisce in una costruzione di dialoghi suggestivi di memorie intermittenti, in cui al riaffiorare del perduto, fa da contraltare la consistenza del ritrovato: come le due case di bambola, veri e propri ready-made, una delle quali Magazin (Magazzino), 2012 (sala 29), diventa mostruosamente grande tanto da incorporare il museo e il suo stesso visitatore.

 

Marianna Vecellio