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La violenza di genere ai tempi della pandemia. Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence

8 marzo 2021 dalle 16:00 alle 18:00

Link per accedere allo streaming QUI
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La violenza di genere ai tempi della pandemia
Mascarilla 19
Codes of Domestic Violence
Il Castello di Rivoli presenta un programma prodotto dalla Fondazione
In Between Art Film il giorno 8 marzo in occasione della Festa della Donna
Lunedì 8 marzo 2021, ore 16 – 18

Streaming digitale in diretta dal Teatro del Castello di Rivoli

Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea ospita Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence un progetto a cura di Leonardo Bigazzi, Alessandro Rabottini e Paola Ugolini, prodotto da Fondazione In Between Art Film.

In occasione della ricorrenza dell’8 marzo, il Museo propone un incontro sul tema della violenza di genere con il Direttore del Castello di Rivoli, Carolyn Christov-Bakargiev, la fondatrice e Presidente di Fondazione In Between Art Film e ideatrice di Mascarilla 19Codes of Domestic Violence, Beatrice Bulgari, il Direttore Artistico di Fondazione In Between Art Film, Alessandro Rabottini, la curatrice Paola Ugolini e gli artisti Silvia Giambrone (Agrigento, 1981), Elena Mazzi (Reggio Emilia, 1984), MASBEDO (Nicolò Massazza, Milano, 1973; Iacopo Bedogni, Sarzana, 1970) e Adrian Paci (Shkodër, Albania, 1969).

Chiuso al pubblico in presenza, in ottemperanza alle disposizioni per il contenimento della diffusione del Covid-19, l’incontro che si tiene lunedì 8 marzo dalle ore 16 alle 18 nel Teatro del Museo con partecipanti in sede sarà trasmesso online. In particolare, verranno proiettati quattro film d’artista che offrono prospettive diverse sul dramma della violenza domestica nell’inedito scenario dell’isolamento mondiale acuito dalla pandemia: Domestication (2020) di Silvia Giambrone, Muse (2020) di Elena Mazzi, Vedo rosso (2020) di Adrian Paci e Daily Routine (2020) di MASBEDO.

Dopo il saluto e l’introduzione, Alessandro Rabottini presenterà il progetto della Fondazione In Between Art Film e la conversazione a cui prenderanno parte la curatrice Paola Ugolini e le artiste Silvia Giambrone ed Elena Mazzi in presenza, oltre che MASBEDO e Adrian Paci da remoto.

Gli altri film realizzati per questo progetto sono:
Espacios Seguros (2020) di Iván Argote (Bogotá, 1983); Flowers blooming in our throats (2020) di Eva Giolo (Bruxelles, 1991); Sunsets, everyday (2020) di Basir Mahmood (Lahore, 1985) e Lacerate (2020) di Janis Rafa (Atene, 1984).

La Fondazione In Between Art Film nasce a Roma, su iniziativa della fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari, per diffondere la cultura delle immagini in movimento e per sostenere gli artisti, le istituzioni e gli organismi di ricerca internazionali che esplorano il dialogo tra le discipline e i territori di confine tra cinema, video, performance e installazione. Nominati all’interno del team il Direttore Artistico Alessandro Rabottini e i curatori Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini. Su iniziativa della sua fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari, la Fondazione In Between Art Film intende contribuire al dibattito artistico internazionale, approfondendo la riflessione sulla natura, il ruolo e le potenzialità delle immagini in movimento nel nostro presente.

L’evento è realizzato in collaborazione con

 

SCHEDE FILM e BIOGRAFIE

Silvia Giambrone
Domestication,
2020
Video 2K, 15’ [estratto 5’]
Courtesy l’artista, Studio Stefania Miscetti, Galleria Marcolini, Richard Saltoun Gallery e Fondazione In Between Art Film

L’opera di Silvia Giambrone di natura prettamente politica, evidenzia e denuncia le modalità dell’assoggettamento femminile attraverso l’impiego di modelli culturali che riguardano il corpo, il comportamento atteso e la manipolazione dell’immaginario. Le sue opere sono un potente dispositivo per riflettere sia sull’addomesticamento alla violenza, che sul tabù che circonda questa pulsione, sulla capacità di poter assoggettare gli altri usando una grammatica affettiva e relazionale socialmente accettata e a cui siamo talmente assuefatti da non riuscire più a riconoscerla come tale. Silvia Giambrone nel video Domestication ha utilizzato come palinsesto concettuale il Saggio di educazione e istruzione dei fanciulli, scritto dal teologo svizzero Johan Sulzer nel 1748 che muove dal presupposto che “l’educazione non è altro se non apprendimento dell’obbedienza”. Un’obbedienza ottenuta con la coercizione sia fisica che psicologica tanto che questo tipo di pedagogia oggi viene definita dagli studiosi della materia Pedagogia nera. Questo doloroso insieme di regole, che per secoli ha costituito l’ossatura dell’educazione impartita ai bambini, ha generato una serie di strascichi culturali e comportamentali che, ancora oggi, vengono ritenuti da educatori e psicoterapeuti responsabili per l’attitudine alla violenza che caratterizza le relazioni umane. In un interno domestico due attori, un uomo e una donna, che hanno introiettato il paradigma della violenza all’interno della loro relazione si muovono in maniera evocativa e poetica. I due protagonisti, sono sempre ripresi da soli in quell’ambiente comune, come se fossero uno la proiezione o il ricordo dell’altro, e gli oggetti che entrambi utilizzano diventano i segni tangibili della loro effettiva presenza. Oggetti di uso comune che però se guardati attraverso la lente deformante della violenza diventano potenzialmente pericolosi e sinistri, oggetti che diventano quindi sia i testimoni che gli strumenti di una violenza simbolica. Il confine fra vittima e carnefice è sfumato al punto da rendere difficile definire chi dei due incarna quei due ruoli, tutto il video è pervaso da una tensione che è sempre sul punto di scoppiare perchè ormai incistata non solo nello spazio domestico ma anche nella psiche dei suoi abitanti. Il registro visivo è un’alternanza di ritmi ossessivi e disturbanti con dei momenti quasi onirici nonostante la credibilità dell’ambiente e dei personaggi.

Silvia Giambrone (Agrigento, 1981; vive e lavora tra Roma e Londra)
Silvia Giambrone lavora con performance, installazione, scultura, video, suono. La sua ricerca è incentrata sulle forme sotterranee di assoggettamento. Negli ultimi quattro anni vince numerosi premi e partecipa a numerose conferenze e residenze in Europa e Stati Uniti. È ambasciatore per Kaunas Città Europea della Cultura 2022. Vince il Premio VAF 2019. Alcune tra le sue mostre più significative includono: Pandora’s Boxes, CCCB Museum, Madrid (2009); Eurasia, Mart, Rovereto (2009); Moscow Biennale: Qui vive? (2010); Flyers, Oncena Biennal de la Havana (2012); Re-Generation, Museo Macro, Roma (2012); Mediterranea 16 (2013); Let it go, American Academy in Rome (2013); Critica in arte, Museo MAR, Ravenna (2014); Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, Museo MAG, Riva del Garda (2014); A terrible love of war, Kaunas Bienale, Lituania (2015); ‘Suite Rivolta’, Museu de Electricidade, Doclisboa’s Passages, Lisbona (2015); Every passion borders on the chaotic, Museo Villa Croce, Genova (2016); W Women in Italian Design, Triennale Design Museum, Milano (2016); Archeologia domestica Vol. I, IIC, Colonia (2016); Time is out of Joint, La Galleria Nazionale, Roma (2017); Corpo a corpo, La Galleria Nazionale, Roma (2017); Terra mediterranea: in action, NiMAC, Nicosia, Cipro (2017); Il corpo è un indumento fragile, Museo Novecento, Firenze (2018); Young Italians 1968 – 2018, Istituto Italiano di Cultura, New York City (2018); SHE DEVIL Remix, Museo Pecci, Prato (2018); Wall-eyes. Looking at Italy and Africa, Keynes Art Mile, Johannesburg (2019); Wall-eyes. Looking at Italy and Africa, Città del Capo (2019); Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione, Galleria d’Arte Moderna, Roma (2019); La Correzione, Galleria Marcolini, Forlì (2019); VII Premio Fondazione VAF, Mart Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (2019); VII Premio Fondazione VAF, Stadtgalerie Kiel, Germania (2019); Italia. I racconti (in)visibili, Styles Regional Gallery, Gyumri, Armenia (2019); Italia. I racconti (in)visibili, Centro Cultural Las Condes, Santiago del Cile (2019); Feminism in Italian contemporary art, Richard Saltoun Gallery, London (2019); Sovvertimenti, Museo Novecento, Firenze (2019); Io dico io, La Galleria Nazionale, Roma (2020); Level 0, Museo del Novecento, Milano (2020). Lavora con Richard Saltoun Gallery a Londra, Galleria Marcolini a Forlì e Stefania Miscetti Studio a Roma.


MASBEDO

Daily Routine, 2020
Video 4K, 11’ [estratto 5’]
Courtesy gli artisti e Fondazione In Between Art Film

MASBEDO è un duo artistico la cui pratica si articola in video, film, performance e installazione, fino ad arrivare a collaborazioni nel campo della regia teatrale e lirica. Attraverso un vocabolario formale che attinge alla dimensione simbolica delle immagini in movimento, gli artisti esplorano l’universo delle relazioni umane nei loro aspetti più profondi, legati spesso ai temi dell’incomunicabilità e della distanza psicologica. La protagonista di Daily Routine abita una casa spoglia fatta di vetro e cemento, all’interno della quale pochi arredi minimalisti punteggiano uno spazio altrimenti vuoto. Dall’imbrunire fino alla notte, la sua solitudine è interrotta da una sequenza di gesti ordinari cui sembra essere ormai assuefatta: controllare le telecamere di sicurezza, fumare, prepararsi la cena e allenarsi su una cyclette ellittica. Diventa presto evidente come questa architettura severa e trasparente sia, in realtà, uno strumento di controllo: tutto è visibile dall’esterno e uno sguardo lontano sembra registrare ogni movimento che avvenga all’interno di questa struttura del dominio. Il silenzio che grava su questa casa è interrotto solo da poche, perentorie comunicazioni telefoniche, quasi fossero istruzioni che non richiedono risposte: una voce maschile si assicura che tutto sia sigillato ed esprime soddisfazione per la perfezione degli arredi. Attraverso una estrema economia di azioni e narrazione, i MASBEDO trasformano la telecamera in uno strumento ossessivo del dominio maschile, mettendo in scena di quest’ultimo il delirio narcisistico, l’ansia di controllo e l’espressione della violenza attraverso la più quita forma di oggettificazione della propria partner. In Daily Routine l’abuso non ha bisogno di manifestarsi in gesti improvvisi ed eclatanti: esso si è, infatti, sedimentato nella dinamica relazionale di coppia, impregna i muri e si riflette sulle ampie vetrate, abita i silenzi e scandisce con ritmo infernale l’allenamento fisico, fino a penetrare nei gesti stessi della nutrizione. Ed è proprio nell’aspetto meccanico dell’esercizio fisico che si esprime la dimensione più sottile e agghiacciante di quest’opera, che della violenza evoca il basso continuo e il battito costante.

MASBEDO sono Nicolò Massazza (Milano, 1973) e Iacopo Bedogni (Sarzana, 1970)
Vivono a Milano, lavorano insieme dal 1999 e hanno sviluppato la loro arte nell’ambito specifico della videoarte e dell’installazione video. Da un punto di vista contenutistico la loro ricerca affronta, tra gli altri temi, il paradosso dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione. Ciò ha condotto alla realizzazione di opere di sapore più intimistico e, viceversa, a opere dall’esito antropologico-sociale-politico. Da un punto di vista formale i MASBEDO hanno un approccio pittorico nella realizzazione dei loro video e perseguono l’obiettivo di coinvolgere lo spettatore gestendo lo spazio creato dal video concependo l’immagine in movimento in modo installativo e immersivo. Il lavoro dei MASBEDO è una sintesi di teatro, performance, spazio, architettura e video/cinema e la dimensione narrativa legata all’immagine in movimento trova nell’installazione video una sua spazializzazione. Loro opere sono state esposte in musei, biennali e istituzioni di tutto il mondo, tra cui: 2019 – ICA Istituto Contemporaneo per le Arti Milano, Palazzo Dugnani Milano; 2018 – MAMM Multimedia Art Museum Moscow, Manifesta12 Palermo, Kunstlaboratorium Vestfossen Oslo, Centre Pompidou/Forum des Images Paris, Haus der Kulturen der Welt Berlin; 2017 – Marta Herford; 2016 – Reggia di Venaria Reale Torino, Museum of Contemporary Art Zagreb, Nomas Foundation Roma, Blickle Foundation Stuttgart; 2015 – MART Rovereto, Changjiang Museum of Contemporary Art, Art Basel Film Hong Kong Arts Centre; 2014 – Fondazione Merz; 2013 – Leopold Museum Vienna, MAMBA Museo de Arte Moderno de Buenos Aires; 2012 – Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino; 2011 – Art Unlimited Basel, MAXXI Roma, OK Offenes Kulturhaus Linz, EMAF European Media Art Festival Osnabrück; 2010 – Center for Contemporary Art Ujazdowsky Castle Warsaw, CAAM Centro Atlántico de Arte Moderno Las Palmas, Kaohsiung Museum of Fine Arts Taiwan; 2009 – Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía Madrid, 53. Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia; 2007 – Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci Prato, Tel Aviv Museum of Art; 2006 – CCCB Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, DA2 Domus Artium 02 Salamanca, Hangar Bicocca Milano.


Elena Mazzi

Muse, 2020
Video 4K, 13’ 30’’ [estratto 5’]
Courtesy l’artista, galleria Ex Elettrofonica e Fondazione In Between Art Film

La poetica di Elena Mazzi riguarda il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Seguendo un approccio prevalentemente antropologico, la sua analisi indaga e documenta l’identità sia personale che collettiva relativa a uno specifico territorio mettendo in evidenza le diverse forme di scambio e trasformazione. Elena Mazzi nel video Muse accompagna per mano lo spettatore nell’incubo della violenza di genere attraverso la bellezza straniante delle statue greco-romane conservate nell’Antiquarium della Domus Grimani a Venezia. Il video inizia con delle inquadrature di particolari di interni come se quelle sale fossero ancora vissute mentre una voce narrante ci porta nell’intimità della persona che abitava, o forse ancora abita, quelle stanze solitarie. Il ritmo visivo cambia quando la camera comincia ad inquadrare particolari anatomici dei corpi e dei volti di uomini e donne dell’antichità, corpi restaurati, rimessi insieme, tagli e suture nel marmo, dettagli su mani dalle dita mozzate, gambe e corpi che si susseguono, mettendo in relazione statue maschili e femminili da diverse angolazioni, con luci naturali che tagliano gli sguardi. Sono statue trafugate da altri luoghi, in un’epoca di crudo colonialismo che stride con il perfetto equilibrio estetico in cui sono allestite. Sono corpi che ci raccontano storie lontane, di relazioni amorose, di violenza, di mito, di saccheggio, di morte e di rinascita. La voce narrante ci parla di stupri, di rapimenti e di dei violenti che non esitano a trasformarsi per poter raggirare le loro prede sessuali, esseri umani disarmati e bellissimi sia uomini che donne. Il testo è stato costruito selezionando alcuni miti in cui la violenza è il fulcro del racconto e inserendolo in una narrazione più ampia che mette in relazione quel passato mitologico con la contemporaneità mettendo in evidenza come certe dinamiche comportamentali si ripetano ancora oggi sempre uguali. Questa narrazione visivamente potente ci porta in un mondo violento, quello del mito, fatto di sopraffazione e dominazione e in cui questa violenza viene agita direttamente da un Dio iroso e desiderante.

Elena Mazzi (Reggio Emilia, 1984)
Elena Mazzi dopo gli studi presso l’Università di Siena e lo IUAV di Venezia, ha trascorso un periodo di formazione al Royal Institute of Art (Konsthögskolan) di Stoccolma. Partendo dall’esame di territori specifici, nelle sue opere rilegge il patrimonio culturale e naturale dei luoghi intrecciando storie, fatti e fantasie trasmesse dalle comunità locali, nell’intento di suggerire possibili risoluzioni del conflitto uomo-natura-cultura. La sua metodologia di lavoro, vicina all’antropologia, privilegia un approccio olistico volto a ricucire fratture in atto nella società, che parte dall’osservazione e procede combinando saperi diversi. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive, tra cui: Whitechapel Gallery di Londra, BOZAR a Bruxelles, Museo Novecento di Firenze, MAGA di Gallarate, GAMeC a Bergamo, MAMbo a Bologna, AlbumArte a Roma, Sonje Art Center a Seoul, Palazzo Ducale a Urbino, Palazzo Fortuny a Venezia, Fondazione Golinelli a Bologna, Centro Pecci per l’arte contemporanea a Prato, 16° Quadriennale di Roma, GAM di Torino, 14° Biennale di Istanbul, 17° BJCEM Biennale del Mediterraneo, Fittja Pavilion durante la 14° Biennale d’Architettura di Venezia, COP17 a Durban, Istituto Italiano di Cultura a New York, Bruxelles, Stoccolma, Johannesburg e Cape Town, Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Ha partecipato a diversi programmi di residenza in Italia e all’estero. È vincitrice, tra gli altri, della 7° edizione dell’Italian Council promosso dal Ministero dei Beni Culturali, del XVII Premio Ermanno Casoli, Premio STEP Beyond, Premio OnBoard, VISIO Young Talent Acquisition prize, premio Eneganart, borsa Illy per Unidee, Fondazione Pistoletto, nctm e l’arte, premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, premio Lerici Foundation, Movin’up.


Adrian Paci
Vedo rosso, 2020
Video, 11’ 38’’ [estratto 5’]
Testo e voce Daria Deflorian
Courtesy l’artista, kaufmann repetto, Peter Kilchmann Gallery e Fondazione In Between Art Film

Sin dalla fine degli anni Novanta, Adrian Paci ha sviluppato una pratica artistica che contempla video, film, pittura, fotografia e installazione. Centrale nel suo lavoro è il tema della dislocazione, che Paci affronta attraverso la rappresentazione dei flussi migratori globali e, con linguaggio poetico e metaforico, trattando la trasformazione delle immagini tra cinema e pittura, la natura cangiante della memoria personale e il rapporto tra immagini in movimento, storia e realtà. In Vedo rosso le immagini sono pressochè assenti: lo schermo è saturo di un rosso palpitante che, solo per alcuni istanti, è interrotto dalla comparsa di un occhio. La scelta, quasi paradossale, di affrontare il dramma della violenza domestica attraverso la negazione dell’immagine rivela una sorta di “impossibilità” del racconto: il rosso, infatti, è quello di un dito che ostruisce la telecamera del telefonino, una sorta di errore, di disturbo della registrazione delle immagini che sovente accade. È come se l’obiettivo del cellulare non riuscisse a riprendere l’ambiente domestico e fosse continuamente frustrato, ricacciato in una dimensione claustrofobica. Gli occhi che fanno una fugace apparizione sono frammenti di ritratti filmici di rifugiate siriane che Paci ha girato a Beirut nel 2018: anche qui siamo di fronte a un movimento – quello migratorio e legato alla salvezza – che viene negato, insieme con la possibilità, spesso sottratta ai rifugiati, di raccontare la propria storia al di là delle semplificazioni prodotte dei media. Un testo originale scritto e interpretato dall’autrice teatrale e attrice Daria Deflorian fornisce la struttura narrativa: qui il potere del racconto trasforma l’assenza di immagini in uno spazio drammaturgico e di ascolto cui lo spettatore non può sottrarsi, e che trasmette tanto la complessità e le contraddizioni dell’abuso quanto la vischiosità di certe relazioni. Vedo rosso è una polifonia per colore e voce, una tessitura che intreccia tre forme di isolamento, di costrizione e di negazione tanto spaziali quanto interiori e che tematizza sia il limite – fisico, psicologico, individuale e collettivo – sia il desiderio del suo superamento.

Adrian Paci (Shkodër, Albania, 1969)
Adrian Paci ha studiato pittura nell’Accademia di Belle Arti di Tirana. Nel 1997 si è spostato a Milano dove vive e lavora. Durante la sua carriera artistica ha avuto mostre personali nelle varie istituzioni internazionali come Galleria Nazionale dell’Arte, Tirana (2019), Krems Kunsthalle (2019), Museo Novecento, Firenze (2017); MAC, Musée d’Art Contemporain de Montréal (2014); Padiglione d’Arte Contemporanea – PAC, Milano (2014); Jeu de Paume, Parigi (2013); National Gallery of Kosovo, Prishtina (2012); Kunsthaus Zürich, Zurigo (2010); Bloomberg Space, Londra (2010); The Center for Contemporary Art – CCA, Tel Aviv (2009); Museum am Ostwall, Dortmund (2007); MoMA PS1, New York (2006) and Contemporary Arts Museum, Houston (2005). Tra le varie mostre collettive, i lavori di Adrian Paci sono stati esposti nella 14esima Biennale di Architettura – La Biennale di Venezia (2014); nella 48esima e nella 51esima edizione della Mostra Internazionale – La Biennale di Venezia (rispettivamente nel 1999 e 2005); nella 15esima Biennale di Sydney (2006); nella 15esima Quadriennale di Roma, dove ha vinto il primo premio (2008); nella Biennale de Lyon (2009); e nella quarta i Biennale di Salonicco (2013). I suoi lavori si trovano in numerose collezioni pubbliche e private come Metropolitan Museum, New York, Museum of Modern Art, New York, Musée d’Art Contemporain de Montréal, Centre Pompidou, Parigi, Israel Museum, Gerusalemme, MAXXI, Roma, Fundació La Caixa, Barcellona, Moderna Museet, Stoccolma, Kunsthaus Zürich, Zurigo, UBS Art Collection, Londra, Museum of Contemporary Art, Miami, New York Public Library, New York, Solomon Guggenheim Foundation, New York, Seattle Art Museum, Seattle. Adrian Paci insegna pittura e arti visive presso la Nuova Accademia di Belle Arti, NABA, Milano. Ha insegnato materie artistiche all’Accademia Carrara di Belle Arti, Bergamo, 2002-2006, IUAV, Venezia, 2003-2015, e ha tenuto lezioni e laboratori d’arte in varie Università, Accademie e Istituzioni artistiche in vari paesi del mondo.


Iván Argote
Espacios Seguros, 2020
Video 2K, 19’ 55’’ [estratto 5’]
Courtesy l’artista, Galerie Perrotin, Galería Vermelho, Galería Albarrán Bourdais e Fondazione In Between Art Film

La ricerca di Iván Argote è incentrata sull’indagine dei sistemi complessi che regolano le relazioni tra individui e le modalità con cui la storia, i ruoli sociali e il potere si riflettono sulle strutture delle città e dello spazio pubblico. Le sue opere sono realizzate con una grande varietà di mezzi tra cui: video, fotografia, scultura, disegno e installazione. In Espacios Seguros (Spazi sicuri) Argote connette idealmente due città che sono legate alla sua biografia: Bogotá, dove è nato e cresciuto, e Parigi, dove si è formato come artista e dove vive. Due contesti molto diversi tra loro su un piano politico, economico e sociale, ma dove la violenza contro le donne è presente con numeri e dinamiche tragicamente simili. L’artista riprende nel suo quartiere le scritte del collettivo di attiviste anonime “collage feminicides”, che denunciano, attraverso frasi concise e con un’identità grafica semplice ma immediatamente riconoscibile, la diffusione della violenza di genere e dei femminicidi in Francia. Lo zoom della telecamera concentra lentamente il punto di vista sui collage, mentre intorno la città procede con i suoi ritmi abituali, colpevolmente indifferente al dramma che le frasi rivelano. Argote sposta così il terreno del confronto dallo spazio domestico a quello pubblico, costringendoci a riflettere sulla normalizzazione della violenza e sul paradosso di un problema apparentemente nascosto, ma in realtà perfettamente visibile. Alle immagini dei collage si sovrappone la voce di Diana Rodriguez Franco, “Secretaria de la Mujer de Bogotá” (Segretaria della donna di Bogotá), il ministero della città che si occupa di implementare politiche pubbliche per la prevenzione e il supporto alle donne vittime di violenza. Nell’intervista, realizzata dall’artista, la funzionaria racconta come ha sviluppato il programma Espacios seguros in risposta al crescente numero di casi di violenza domestica durante la pandemia di COVID-19. I testi, le immagini e i suoni, seppur in lingue diverse, creano una grammatica comune che sottolinea la gravità della situazione e la necessità di agire subito.

Iván Argote (Bogotá, 1983; vive a Parigi)
Le opere di Iván Argote esplorano il rapporto tra storia, politica e costruzione delle nostre soggettività. I suoi film, le sculture, i collage e le installazioni in spazi pubblici tentano di generare domande su come ci relazioniamo con gli altri, con lo stato, con il patrimonio e le tradizioni. Le sue opere sono critiche, a volte anche anti-establishment, e affrontano l’idea di portare sentimenti alla politica e la politica ai sentimenti con un tono forte e tenero. Tra le mostre personali di Iván Argote si segnalano: Juntos Together, ASU – Arizona State University Art Museum, Tempe (AZ); Tenerezza radicale, MALBA, Buenos Aires, 2018; Deep Affection, Perrotin, Parigi, 2018; Somos Tiernos, Museo Universitario del Chopo, Messico, 2017; Somos, Galeria Vermelho, San Paolo, 2017; La Venganza del Amor, Perrotin, New York, 2017; Sírvete de mi, sírveme de ti, Proyecto Amil, Lima, 2016; Strengthlessness, Standard High Line, New York, 2016; Un’idea di progresso, SPACE, Londra, 2016; Cómo lavar la losa coherentemente, NC Arte, Bogotá, 2016; La puesta en marcha de un sistema, Galeria ADN, Barcellona, 2015; Reddish Blue, DT Project, Bruxelles, 2015; Scriviamo una storia di speranze, Galeria Vermelho, San Paolo, 2014; Strengthlessness, Galerie Perrotin, Parigi, 2014; La Estrategia, Palais de Tokyo, Parigi, 2013; Sin heroísmos, por favor, CA2M, Madrid, 2012. Ha anche partecipato a numerose mostre collettive, biennali e festival cinematografici tra gli altri: 2019 – Desert X, Coachella Valley, California; Poéticas de la emoción, Caixa Forum, Barcellona; 2018 – La strada. Dove si crea il mondo, MAXXI, Roma; How to See [What Isn’t There], The Burger Collection Hong Kong at Langen Foundation, Neuss, Germania; Wonderland, High-line, New York; Regreso al futuro, Casa Encendida, Madrid; Hybrid Topographies, Deutsche Bank Collection, New York; 2017 – Bienal Sur, Buenos Aires & Bogotá; Continua Sphères Ensemble, Le Centquatre-Paris, Parigi; Du Verbe à La Communication, Carré d’Art, Nîmes; A Decolonial Atlas, Vincent Price Art Museum, Monterey Park, California; Monumentos, anti-monumentos y nueva escultura pública, Museo de Arte de Zapopan, Zapopan; Future Generation Art Prize, PinchukArtCentre, Kiev & Venice Biennale; 2016 – Bread and Roses, Museum of Modern Art, Varsavia; Festival Hors Pistes, Centre Pompidou, Parigi & Malaga; Ideologue, Utah Museum of Contemporary Art, Salt Lake City; Dear Betty: Run Fast, Bite Hard!, GaMEC, Bergamo; 2015 – Intersections, Cisneros Fountanals Foundation, Miami; 5th Thessaloniki Biennale, Salonicco; Levitate, Museums Quartier, Vienna; L’éloge de l’heure, MUDAC, Losanna; 2014 – Buildering: Misbehaving the City, Blaffer Art Museum, Houston & CAC Contemporary Arts Center, Cincinnati; Colonia Apocrifa, MUSAC, Léon; The Part In The Story…, Witte de With, Rotterdam; Utopian Days – Freedom, Total Museum of Contemporary Art, Seoul; All about these…, National Gallery of Arts, Tirana; Festival Hors Pistes, Centre Pompidou, Parigi; 2013 – Los irrespetuosos, Museo Carrilo Gil, Città del Messico; 2012 – 30th Sao Paulo Biennial, San Paolo; Girarse, Joan Miró Fundation, Barcellona.


Eva Giolo

Flowers blooming in our throats, 2020
16mm trasferito su supporto digitale, 8’ 42” [estratto 5’]
Courtesy l’artista, Fondazione In Between Art Film e Elephy

Eva Giolo è un’artista visiva che impiega strategie documentarie per indagare storie personali e familiari, con uno sguardo intenso e sensibile sul mondo femminile. Nella sua pratica utilizza spesso riprese in 16mm e found footage provenienti da archivi di home video e dal suo privato. Filmato in 16mm subito dopo il lockdown dovuto alla pandemia di COVID-19, Flowers blooming in our throats è un ritratto cinematografico intimo e poetico dei fragili equilibri che regolano la quotidianità nel contesto domestico. L’artista riprende un gruppo di donne, con cui condivide legami di amicizia, mentre nelle loro case eseguono piccole azioni seguendo le sue indicazioni. Giolo sceglie di percorrere un confine labile dove i gesti rimangono simbolicamente ambigui, espressione di una violenza non immediatamente riconoscibile. Mani che cercano di sostenersi e di sottrarsi, ma anche di stringere e colpire, in un gioco sottile di suoni e riferimenti che alimenta il senso di tensione e disagio nello spettatore. Una conversazione gestuale, composta da sequenze visive che si ripetono, in cui il tempo è scandito dalla rotazione di una piccola trottola, anch’essa instabile e precaria come gli equilibri in una relazione affettiva. L’artista utilizza ripetutamente un filtro rosso sull’obiettivo, creando un dispositivo concettuale che sfrutta un elemento di astrazione per occultare e trasfigurare le immagini. L’inserimento meccanico del filtro nell’obiettivo diventa così una simulazione di un atto violento, che immediatamente cambia la nostra percezione della memoria di uno stesso gesto già visto in precedenza. Questa compresenza di opposti si ritrova anche nel titolo che metaforicamente associa alla bellezza di un fenomeno naturale, e implicitamente all’amore, il rischio di trasformarsi in un impulso soffocante.

Eva Giolo (Bruxelles, 1991)
Eva Giolo è un’artista audiovisiva, il suo lavoro cinematografico mostra una propensione a catturare storie familiari, proprie o altrui. Usando le strategie documentarie, dipinge i suoi ritratti e crea una finestra su mondi interni invisibili e privati. Eva Giolo ha conseguito il suo diploma alla Royal Academy of Arts (KASK) di Ghent, proseguendo i suoi studi presso il Media Arts Departement del KASK e presso il Kanazawa College of Art in Giappone. Ha completato la sua educazione musicale all’Institute of Contemporary Music di Londra. Tra le esposizioni più recenti si segnalano: GEM, L’Aia (Vordemberge-Gildewart Award 2020); Brakke Grond, Amsterdam (Folding Figures 2019); Palazzo Strozzi, Firenze (VISIO: Moving Images After Post-Internet 2019); Arthaus Movie Theater, L’Avana (Arthaus Artist Residency 2019); Nona, Mechelen (Cedric Willemen Award 2019); FIDMarseille, Marseille (Expanded Trails 2019); M HKA, Anversa (Failures of Cohabitation, 2019); Kunsthalle Wien, Vienna (Antarctica. An Exhibition about Alienation 2018); Rencontres International Paris/Berlin (Haus der Kulturen der Welt 2018); Visite Film Festival, Het Bos, Anversa (Homeless Movies 2018); Imagine Science Film Festival, New York (Memory Error, 2017); TAZ#17, Ostenda (On the look out, 2017); Côté court, Parigi (Art vidéo #2, 2017); International Film Festival Rotterdam (Deep Focus, 2017); Blaa Galleri, Copenhagen (Unfold II, 2016); Huis Van Alijn, Ghent (Homeless movies, 2016); BOZAR, Brussels (Hommage, 2016); Courtisane Film Festival, Ghent (Notes on Cinema, 2016/2019); Ishibiki Gallery, Kanazawa (Mu, 2014); In Out Film Festival, Gdansk (II część, 2014). Eva Giolo ha vinto il VAF Wildcard per il film sperimentale (2016) e il Cedric Willemen Award nel 2019. È stata nominata per il VG Award 2020. È stata residente post-lauream presso l’HISK (2018-2020) e ha ottenuto una residenza artistica presso WIELS che si è tenuta nell’estate 2020. È un membro fondatore di Elephy.


Basir Mahmood
Sunsets, everyday, 2020
Video, 14’ 55’’ [estratto 5’]
Courtesy l’artista e Fondazione In Between Art Film

Formatosi come scultore, Basir Mahmood utilizza il video e la fotografia per riflettere sui meccanismi di costruzione del linguaggio cinematografico e per confrontarsi con il valore estetico e politico della realtà quotidiana. Sunsets, everyday è il risultato di una ricerca iniziata dall’artista immaginando il processo, sia fisico sia cinematografico, che genera le immagini di violenza domestica. Durante il lockdown alcune vittime hanno coraggiosamente utilizzato i social media per condividere fotografie dei loro volti, per incoraggiare altre donne a denunciare. Le ferite e i segni sui loro corpi erano l’unica prova tangibile dei colpi e del dolore che avevano subito, e per l’artista sono state il punto di partenza per riflettere su tutto quello che accade lontano dal nostro sguardo. Mahmood ha quindi commissionato a un team di produzione cinematografica in Pakistan di ricreare e filmare in sua assenza una scena ripetuta di violenza domestica, seguendo le sue istruzioni e alcune immagini di riferimento. Mentre la troupe principale era impegnata a lavorare, due cameramen avevano l’indicazione di filmare in continuo l’intero processo e gli elementi del set nei minimi dettagli. Questa metodologia di lavoro a distanza, da lui spesso utilizzata, attiva una riflessione su un piano concettuale sul ruolo dell’artista e sulla sua autorialità, rendendolo testimone e osservatore della sua stessa opera. La messa in scena della violenza è quindi ciò che genera le immagini sullo schermo, ma l’atto in sé è quasi del tutto negato allo spettatore. Sono infatti visibili solo stretti primi piani e piccole porzioni di corpi femminili. L’artista rifiuta così qualsiasi spettacolarizzazione e si concentra invece sul processo cinematografico e sui codici del suo linguaggio. Un metacinema della violenza i cui protagonisti sono tecnici e membri della troupe sottoposti alla richiesta estenuante di ripetere la scena per 16 ore consecutive di riprese. Il set stesso è indagato dalla telecamera con uno sguardo forense, e gli oggetti che lo compongono sono portati sullo stesso piano di valore delle persone. Testimoni forzati della violenza che si consuma di fronte a loro. La riproposizione quasi ossessiva degli stessi gesti, come la pulizia del pavimento, diventa così espressione della quotidianità della violenza. Un atto che si ripete attraverso una tragica continuità. Tutti i giorni, inevitabile come un “tramonto”.

Basir Mahmood (Lahore, Pakistan, 1985)
Basir Mahmood ha frequentato a Lahore la Beaconhouse National University. Nel 2011 ottiene una borsa di studio presso l’Akademie Schloss Solitude a Stoccarda, in Germania. Tra il 2016 e il 2017 gli viene assegnata una Research-Fellowship di due anni presso la Rijksakademie van beeldende kunsten di Amsterdam. Il suo lavoro riflette le tematiche sociali e storiche che riguardano anche il suo ambiente personale. Nei suoi video, film e fotografie, Mahmood unisce pensieri, scoperte e intuizioni intrecciando sequenze poetiche e differenti forme di narrazione. Dal 2011, le sue opere sono state esposte in numerosi musei e istituti culturali tra cui si segnala: The Garden of Eden, Palais de Tokyo, Parigi, 2012; III Biennale Internazionale di Mosca, Mosca, 2012; Broad Museum, Michigan State University, East Lansing, 2012; Asia Pacific Time of others, Museum of Contemporary Art Tokyo, Tokyo, 2015; Biennale di Yinchuan, Yichuan, 2016; Abraaj Group Art Prize Show, Dubai, 2016; Contour Biennale 8, Malines, 2017; Tableaux Vivants, Fondazione Etrillard, Parigi, 2017; 10a Biennale di Berlino per l’arte contemporanea, Berlino, 2018; Freedom of Movement, Stedelijk Museum, Amsterdam, 2018 e Biennale Internazionale di Innsbruck, 2020. Mahmood ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per il suo lavoro. Recentemente è stato selezionato come finalista del prestigioso Paulo Cunha e Silva Art Prize, una mostra che include le opere dei sei finalisti tenuta presso la Galeria Municipal do Porto nel giugno 2020. Il suo lavoro è presente in diverse collezioni private, le sue opere sono state acquisite dalla collezione Queensland Art Gallery di Brisbane, in Australia, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam e dal Centre National des Arts Plastiques di Parigi.

Janis Rafa
Lacerate, 2020
Video 3.2K, 16’ 20’’ [estratto 5’]
Courtesy l’artista, Martin van Zomeren Gallery e Fondazione In Between Art Film

Janis Rafa lavora prevalentemente con il linguaggio cinematografico attraverso lungometraggi, video-essays e video-istallazioni. Le sue opere sono spesso permeate da elementi di realismo magico ed esplorano il potenziale simbolico della relazione tra umani e altre specie, riflettendo su temi universali come mortalità, coesistenza e coscienza ecologica. Lacerate fonde elementi realistici con una dimensione onirica e simbolica, per raccontare il gesto estremo di una donna che da vittima si trasforma in carnefice. Ispirata dall’iconografia delle rappresentazioni pittoriche di storie mitologiche e bibliche, come Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi, Rafa decide tuttavia di rivelare il momento successivo all’azione di vendetta – o di difesa – quando il dramma si è già consumato. Il film è costruito come una serie di mise-en-scène in cui l’ambiente domestico, illuminato solo con luce naturale, è dominato da un branco di cani che si muovono nervosamente aggredendo mobili e oggetti. L’interno della casa è uno spazio mentale, violato e lacerato come un corpo che ha subito violenza. Frutta, cacciagione e resti di cibo sono disposti come nature morte, con elementi allegorici che richiamano alla caducità della vita e alla perdita dell’innocenza. Un ecosistema sospeso e ostile, in cui la brutalità subita da altre specie si trasferisce per osmosi agli esseri umani. L’artista immagina che la muta da caccia e gli altri cani, forse posseduti dalla coppia e testimoni degli abusi subiti negli anni, siano tornati come fantasmi dal passato. Storicamente simboli di fedeltà verso il padrone, nel film i cani si ribellano diventando guardiani della donna, per sostenerla e proteggerla nel processo di liberazione dal suo persecutore. A scatenarsi è quindi la parte irrazionale e animalesca dell’inconscio, che tuttavia permette alla donna di tornare in controllo delle proprie scelte, e di salvarsi.

Janis Rafa (Atene, 1984; vive e lavora ad Amsterdam e Atene)
Ha completato la sua formazione all’Università di Leeds (2002-2012) con un dottorato sulla videoarte ed è stata residente alla Rijksakademie (2013-2014). Nel 2019 ha presentato la sua prima mostra personale al Centraal Museum di Utrecht. Di recente ha completato il suo primo lungometraggio, Kala Azar (2020), che è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Tiger Competition dell’International Film Festival di Rotterdam, vincendo l’AFK award per la migliore (co)produzione olandese. Il film sarà presentato in anteprima negli Stati Uniti al MoMA nella sezione New Directors/New Films e al Lincoln Center (New York). Uscirà nei Paesi Bassi nell’agosto 2020. Le opere di Janis Rafa sono state esposte a Palazzo Medici Riccardi (2017), Centre d’art contemporain Chanot (2017), Kunsthalle Munster (2017), Museum Voorlinden (2017), EYE Film Institute (2016), Kunstfort Vijfhuizen (2016), Palazzo Strozzi (2015), Museo statale di arte contemporanea di Salonicco (2011), Manifesta 8 (2010). Le sue opere sono state proiettate in festival cinematografici come: IFF Rotterdam, Netherlands Film Festival, BFI London, Viennale IFF e Rencontres Internationales (2016, 2010). Il suo lavoro fa parte delle collezioni dello Stedelijk Museum e della collezione del Centraal Museum di Utrecht.