Bertrand Lavier

Dal 18 ottobre 1996 al 12 febbraio 1997

A cura di Ida Gianelli, Giorgio Verzotti

Bertrand Lavier concentra la sua attenzione sul rapporto tra la realtà e gli strumenti

della rappresentazione, dal linguaggio verbale all’arte visiva, per riflettere sul concetto di artisticità e sui codici che lo legittimano.

Mettendo in questione i criteri che separano la sfera artistica e la vita quotidiana, Lavier adotta materiali appartenenti a entrambi gli ambiti per sostenere l’inafferrabilità del reale da parte del linguaggio che lo nomina, indagando il continuo scollamento tra gli oggetti e le parole che tentano

di definirli. Si instaura in questo modo un processo di destabilizzazione in cui le opere, anziché offrire un significato univoco, svolgono il ruolo di trappole logiche. Dall’inizio degli anni Ottanta, ricopre oggetti d’uso comune con dense pennellate di materia pittorica, dello stesso colore che caratterizza l’oggetto prescelto, verniciato in modo da rispettarne tutti i particolari. Viene così a crearsi una sorta di osmosi tra la pittura fluida e il solido su cui viene stesa. Inoltre,

la tautologia insita nell’operazione, sottrae drammaticità al gesto pittorico. Un diverso ribaltamento delle convenzioni artistiche avviene in opere che presentano quale oggetto scultoreo mezzi di trasporto sinistrati. Lavier ripropone in questo modo l’idea del ready-made, definendolo

ready-destroy per la drammaticità dell’evento evocato.

Realizzati a partire dal 1994, i ready-made primitifs sono lavori costituiti da oggetti d’uso comune posti su basi di ferro, simili a quelle che sorreggono i reperti delle antiche civiltà extraeuropee nei musei etnografici. L’uso del piedistallo come dispositivo di valore attua in queste opere un ribaltamento dei codici che legittimano le convenzioni culturali della società occidentale.

Karin Gavassa

Dal 18 ottobre 1996 al 12 febbraio 1997