Dalla terra alla luna: metafore di viaggio (parte I)

Dal 04 aprile 2007 al 26 agosto 2007

a cura di Marcella Beccaria

4 aprile – 26 agosto 2007

 

Mario Airò, Giovanni Anselmo, Massimo Bartolini, Gabriele Basilico, Lothar Baumgarten, Alighiero Boetti, Jem Cohen, Enzo Cucchi, Roberto Cuoghi, Gino De Dominicis, Thomas Demand, Mario Giacomelli, Rebecca Horn, Roni Horn, Pierre Huyghe, William Kentridge, Anselm Kiefer, Kim Sooja, Mario Merz, Claes Oldenburg – Coosje van Bruggen, Charlemagne Palesatine, Giulio Paolini, Thomas Ruff, Thomas Struth, Grazia Toderi, Bill Viola, Yang Fudong, Gilberto Zorio.

 

Forza che può mutare il corso della storia, il viaggio è un ricco territorio simbolico capace di assumere diverse forme e unire in sé molteplici significati.

Dal nomadismo alle migrazioni, dalle avventure mitologiche ai pellegrinaggi, dalle crociate alle guerre di conquista, dal Grand Tour al turismo di massa, dalle esplorazioni scientifiche per terra e per mare, fino alla conquista dello spazio e ai viaggi virtuali, il concetto di viaggio cambia a seconda delle epoche, rispecchiandone desideri, ambizioni, paure e problemi.

Attività legata alla formazione individuale, all’accrescimento della conoscenza, all’affermazione o alla perdita del potere, o ancora alla drammatica necessità della fuga, in quanto esperienza comune e profondamente umana, in molte civiltà il viaggio rappresenta una fonte di riferimento continuo, un ampio campo metaforico impiegato per indicare la vita, la morte e l’aldilà.

Al tempo stesso, il concetto di viaggio include la libertà dei percorsi della mente e gli sconfinati ambiti della fantasia, sostituendo alla mobilità fisica l’ubiquità dell’immaginazione. Nell’arte, come nella letteratura e nel cinema, il viaggio è un tema che collega numerose ricerche e continua a ispirarne di nuove.

Rievocando il titolo del celebre romanzo di Jules Verne, che le recenti polemiche sull’effettiva conquista della Luna sembrano rendere ulteriormente profetico, la mostra Dalla terra alla luna: metafore di viaggio (parte I) presenta importanti opere di alcuni tra i protagonisti dell’arte contemporanea che nel viaggio hanno trovato fertile motivo di ispirazione.

Proponendo al pubblico un percorso inedito attraverso opere in gran parte appartenenti alla collezione del Castello, l’allestimento presenta in anteprima un ampio numero di nuove acquisizioni. Con l’intenzione di esporre adeguatamente l’ampiezza del progetto culturale che il Museo sta costruendo grazie al costante e generoso apporto della Fondazione CRT Progetto Arte Moderna e Contemporanea, la mostra è articolata in due parti (parte I dal 4 aprile, parte II dal 23 maggio). Se la condizione nomadica è la prima conosciuta dalla civiltà umana, è con Mario Merz che essa diventa motivo di ricerca poetica.

Anticipando una tendenza che oggi definisce il metodo di molti artisti, già alla fine degli anni Sessanta, Merz teorizza un parallelo tra l’artista e il nomade, sottolineando come entrambi siano mossi dalla costante necessità di spostarsi da un luogo all’altro e dotati della capacità di operare in rapporto a nuovi spazi. In quanto casa archetipica e architettura transitoria, Merz individua nell’igloo una forma artistica ideale. Coperto di juta e ampio come una vera tenda abitabile, Igloo (Tenda di Gheddafi), 1968-1981 (sala 18), è caratterizzato dalla presenza delle lance dipinte, altro elemento individuato da Merz come immagine dinamica.

Forza creatrice simbolica, il concetto di movimento è indagato da Gilberto Zorio secondo modalità che aprono nuove possibilità al linguaggio della scultura. Nelle sue opere, l’artista immette le condizioni per innescare trasformazioni fisiche, talvolta declinate in mutazioni di forma. Identificata quale vettore che ha attraversato la storia e caratterizzato civiltà appartenenti a epoche e luoghi diversi, la canoa è un elemento che ritorna più volte nel lavoro di Zorio. In Barca nuragica, 2000 (sala 18), una barca in giunchi intrecciati, tradizionalmente usata dai pescatori sardi, è predisposta dall’artista per iniziare un nuovo viaggio.

La centralità del concetto di viaggio ritorna in molte culture che definiscono la struttura della vita come cammino o passaggio temporaneo, considerando “passi” esperienze come l’ingresso nella vita adulta, il matrimonio o la nascita di un figlio. Metaforicamente, anche la morte è “trapasso” e, idealmente, il viaggio dello spirito può continuare in un’ulteriore esistenza ultraterrena. Interrogativi fondamentali sulla condizione umana, inseriti in un ampio contesto di respiro cosmico, attraversano la ricerca di Anselm Kiefer. In Cette obscure clarté qui tombe des étoiles (Questo oscuro chiarore che cade dalle stelle), 1996 (sala 18), l’artista indaga l’inarrestabile percorso della materia, dalla decadenza a una nuova nascita. Citando un verso scritto nel Seicento dal drammaturgo francese Pierre Corneille, Kiefer esalta la forza poetica dell’ossimoro “oscuro chiarore” che unisce in un’unica visione i concetti opposti di oscurità e luce, simboli di morte e vita.

Nell’epica antica, il viaggio è soprattutto prova, cimento, percorso circolare scandito da continui ostacoli e pericoli, dalla partenza fino all’agognato ritorno. Dall’Ulisse omerico, il viaggio trasforma chi lo compie e nessun eroe può dirsi tale a meno che abbia portato a termine un complesso itinerario attraverso il mondo terreno e oltre i confini soprannaturali. Il mito è l’ampio campo al quale si rivolge l’immaginario di Enzo Cucchi in Eroe senza testa, 1981 e in La deriva del vaso, 1984-1985. Vitebsk-Harar, 1984, unisce invece il riferimento a due città, mete di viaggi motivati da scopi diversi. Se infatti Vitebsk è per Malevic il luogo dove allinearsi al nuovo governo sovietico accettando nel 1919 un incarico in ambito amministrativo, la città etiope di Harar è la meta remota alla quale giunse nel 1880 Rimbaud, trasformatosi in commerciante di pelli e avorio, in seguito a una crisi di fervore poetico.

Per numerosi artisti, i viaggi rappresentano un modo per alimentare la propria ricerca e raggiungere nuovi motivi di ispirazione. Seguendo il proprio innato nomadismo culturale, nel 1971 Alighiero Boetti compie un primo viaggio in Afghanistan che eleggerà poi a sua seconda patria. A Kabul avvia la lavorazione delle mappe del mondo, planisferi ricamati a mano, dove ciascuna nazione è indicata dalla relativa bandiera. L’insieme della serie, viene a costituire un lavoro in progress, in quanto ciascuna nuova mappa rispecchia le progressive modifiche dell’ordinamento geo-politico, dovute a nuovi accordi, guerre o rivoluzioni.

La Mappa esposta (sala 20), è una delle due prime versioni monumentali realizzate da Boetti tra il 1971 e il 1973. Se l’altrove è sempre, prima di tutto, un’immagine della mente, in alcune sue opere Giovanni Anselmo esprime attraverso leggi fisiche come gravità, peso, movimento e oscillazione, la tensione verso luoghi ideali. Aghi magnetici, come espressione di forze che sembrano fornire una direzione, sono presenti in alcuni suoi lavori già alla fine degli anni Sessanta. Nel corso degli anni Ottanta, l’artista sviluppa inoltre il ciclo intitolato Verso oltremare, al quale appartiene l’opera esposta, formata da una lastra di granito e da un rettangolo blu dipinto su muro (sala 20). Come alla ricerca di un altrove non definito, mentalmente al di là delle pareti, l’opera indica un desiderio costante in quanto mai esaudito.

Nel corso di un’incessante indagine conoscitiva, articolata come itinerario capace di attraversare lo spazio e il tempo al di là delle leggi fisiche, Gino De Dominicis trova un ideale corrispondente in alcune concezioni religiose e filosofiche appartenenti a culture arcaiche, quella sumera in particolare. Protagonista della più antica composizione epica della storia dell’umanità, considerata una delle prime storie di viaggio conosciute, Gilgamesh è il mitico re di Uruk che compie un lungo e difficile viaggio per trovare il segreto dell’immortalità. L’esperienza del viaggio di ricerca è anche parte della leggenda indiana di Urvasi, creatura immortale amata da un uomo mortale. L’opera esposta (sala 21), realizzata nel 1988, è parte di un gruppo lavori ispirati all’ipotetica compresenza del re sumero e di Urvasi.

All’inizio dagli anni Settanta, la nuova tecnologia elettronica, attraverso le videocamere portatili, fornisce agli artisti un nuovo strumento per la conoscenza di se stessi e l’interpretazione del mondo. Il video diventa un mezzo per indagare la realtà e fissare il significato dei viaggi compiuti. In Island Song – Island Monologue (Canzone dell’isola – Monologo dell’isola), 1976 (sala 23) Charlemagne Palestine fissa la videocamera alla propria motocicletta e viaggia sulle strade di un’isola delle Hawaii. I suoni emessi dalla sua voce si mescolano all’incessante rombo del motore, trasmettendo l’euforia del viaggio e dell’idea di fuga. Accanto alla concretezza del movimento, il viaggio include anche una categoria della mente in base alla quale è possibile andare altrove senza muoversi, dedicando le proprie energie a ricerche eseguite al riparo della propria città o addirittura delle pareti domestiche. All’inizio dell’Ottocento, Goethe e Schlegel sono tra gli iniziatori di un metodo di analisi etnografica condotta dalla propria scrivania, o al massimo dalla biblioteca. Prima di dedicarsi a lunghi soggiorni tra le popolazioni del Sud America, l’artista Lothar Baumgarten si è ispirato a tale tradizione e ha realizzato una serie di opere tra cui Yurupari (Stanza di Rheinsberg), 1984 (sala 26), visione dell’America tropicale, inizialmente sviluppata dall’artista nel 1969, all’interno del proprio studio. In This Is a History of New York (Questa è una storia di New York), 1988 (sala 24) Jem Cohen compie un itinerario attraverso New York, la città in cui vive. Il video è strutturato come una successione di momenti indicati come preistoria, medioevo, era industriale, età della ragione e era spaziale.

A ciascuna sezione temporale corrispondono diversi quartieri della città, secondo un punto di vista che unisce l’elemento documentario all’interpretazione poetica. Se il potere della mente può rendere dinamica qualunque situazione, in Pavimento a occhi chiusi, 1997 (sala 25) Massimo Bartolini pone le condizioni per un’evasione mentale. Nella sua installazione, l’artista opera un rovesciamento tra la funzione del pavimento di sostenere e racchiudere lo spazio e quella potenziale della finestra di illuminare e comunicare con l’esterno. Creatrice di universi paralleli dominati da forze meccaniche, in Le Miroir du lac (Lo specchio del lago), 2004 (sala 22), Rebecca Horn utilizza dati dell’esperienza sensibile per suggerire un’avventura dell’immaginazione.

L’opera è data da un grande specchio basculante, superficie riflettente il cui movimento sembra ricreare l’immagine di un pozzo. La vertigine che ne consegue richiama le molteplici valenze che diverse culture attribuiscono al pozzo. Esso è infatti interpretato sia quale sintesi dei diversi ordini di cielo, terra e inferi, sia quale sorgente di vita, in quanto unione dei tre elementi – acqua, terra e aria. L’esperienza legata al passaggio dalla vita alla morte è indagata in più opere di Bill Viola. Isolde’s Ascension (The Shape of Light After Death) (L’ascensione di Isotta – La forma della luce dopo la morte), 2005 (sala 27 – cappella), appartiene a un recente ciclo di video installazioni che si riferiscono alla storia di Tristano e Isotta, epica medioevale travagliata da costanti fughe e spostamenti. Nel video, ambientato in una fluttuante dimensione acquatica, sono ripresi gli ultimi momenti di vita di Isotta. Coperto da un abito candido, il corpo della protagonista esala l’ultimo respiro, prima di intraprendere un ulteriore percorso ascendendo verso profondità sconosciute. Guerre e invasioni sono tra le cause che da sempre obbligano individui, famiglie e popolazioni intere ad abbandonare le proprie case, imbarcarsi in viaggi suicidi o attraversare confini proibiti.

La distruzione della guerra e l’inquietante sospensione della frenetica attività della vita quotidiana sono i tratti che emergono dalle fotografie di Beirut scattate da Gabriele Basilico (sala 28). Interessato ai paesaggi urbani, tra i tanti viaggi compiuti, Basilico si reca a Beirut nel 1991, quando le condizioni politiche sembrano favorevoli all’avviamento di un processo di ricostruzione. Nella video installazione Dengdai she de suxing / Waiting for the Snake to Wake Up (Aspettando il risveglio del serpente), 2005 (sala 29), Yang Fudong mette in scena una vicenda epica che potrebbe appartenere a qualunque epoca. Protagonista è un soldato in fuga, forse un prigioniero mandato allo sbaraglio, oppure un disertore catturato e punito dall’esercito di appartenenza. Le inquadrature di taglio cinematografico e la colonna sonora concorrono a creare un ambiente intensamente emotivo, rendendo palpabile la condizione di fragilità fisica e psicologica di ciascun essere umano. In Notti e nebbie, 1998 (sala 30), Mario Airò delinea l’immagine di un faro nella notte. Indispensabile guida per il navigante e indicatore di pericoli nascosti, il faro è reso in proporzioni ridotte, quasi a suggerire che la tranquillità del porto è ancora distante. Riflessione che esalta il valore poetico della luce in opposizione alla tenebra, l’opera è realizzata con materiali semplici, incluso un proiettore per diapositive, una silhouette in legno e una lampadina, componenti lasciati intenzionalmente esposti.

Le suggestioni provocate dall’opera aprono una fitta rete di riferimenti che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla storia dell’arte al vissuto quotidiano. Se per alcuni, il cosiddetto “orrore del domicilio” rappresenta una scelta esistenziale, per altri l’abbandono della propria casa è una costrizione violenta e drammatica. L’impatto psicologico dello sradicamento è uno tra i temi trattati da Kim Sooja. Esponendosi a esperienze per lei essenziali alla creazione delle sue opere, l’artista viaggia continuamente e spesso include nei suoi titoli la parola Bottari, termine che nella lingua coreana indica il fagotto annodato all’interno del quale si trasportano oggetti legati alla vita quotidiana. In Africa, su una spiaggia nigeriana il cui nome è legato alla tratta degli schiavi, ha girato Bottari Alfa – Beach, 2001 (sala 31). Nell’opera, l’inversione tra il cielo e il mare suggerisce la perdita delle coordinate più basilari, evocando il dramma di quanti, rapiti dal proprio mondo, sono stati costretti ad affrontare viaggi verso destinazioni ignote. La complessa vicenda del colonialismo e i fallimenti della cultura occidentale appartengono ai temi indagati da Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen in From the Entropic Library (Dalla biblioteca entropica) (sala 32).

Quando hanno ideato l’opera, gli artisti hanno ipotizzato un precedente narrativo e, pensando a un esploratore in viaggio in Africa con il suo bagaglio di cultura occidentale, hanno realizzato una biblioteca con libri e fasci di lettere. Come se fosse stata abbandonata in mezzo alla giungla, la biblioteca è irrimediabilmente erosa dal tempo e sul punto di soccombere a un disfacimento entropico. In Mbube, 2005 (sala 33), Roberto Cuoghi indaga le trasformazioni e le irrimediabili incomprensioni insite nell’incontro tra realtà economiche diverse. Con la propria voce e una serie di strumenti di fortuna, l’artista ha improvvisato l’interpretazione di una canzone, scegliendola in quanto “materiale” i cui viaggi raccontano una storia alquanto significativa. Se il brano è infatti una tra le canzoni di musica leggera più conosciute e diffuse a livello internazionale, meno nota è la sua storia. Scritta negli anni Quaranta dal sudafricano Solomon Linda, la canzone Mbube divenne immediatamente un successo nella patria del suo autore.

Negli anni Cinquanta i diritti del brano furono acquisiti da una compagnia discografica statunitense e appunto negli Stati Uniti la canzone fu più volte interpretata e modificata. A partire dagli anni Sessanta, con il titolo The Lion Sleeps Tonight, divenne un successo mondiale. Linda incassò 10 scellini per la vendita del brano e morì con 25 dollari sul conto in banca. Si stima che negli anni successivi la canzone abbia generato oltre 55 milioni di dollari ai discografici americani.

Marcella Beccaria 

Dal 04 aprile 2007 al 26 agosto 2007