Dipingere la vita moderna

Dal 06 febbraio 2009 al 04 maggio 2008

a cura di Ralph Rugoff

La mostra indaga il rapporto che esiste oggi tra pittura e fotografia, riunendo i dipinti di ventidue artisti a partire dall’inizio degli anni Sessanta in poi. La nascita della fotografia a metà del Diciannovesimo secolo svolse un ruolo importante nel passaggio dalla pittura storica e accademica alla rappresentazione della realtà e della vita quotidiana. Tutti i dipinti qui esposti si ispirano alla fotografia ed esplorano la vita contemporanea: la politica e la storia, il lavoro, il tempo libero, lo spazio sociale, la famiglia e gli amici, lo spazio dell’individuo moderno. “L’amante della vita universale entra nella folla come in un immenso serbatoio di elettricità”, scrisse Charles Baudelaire nel saggio intitolato Le peintre de la vie moderne (Il pittore della vita moderna) apparso su “Le Figaro” nel 1863. Il poeta francese esortava il pittore moderno ad adottare come soggetto la vita effimera e in continuo mutamento delle nuove città.

Nel Diciannovesimo secolo, all’inizio di quella che un secolo più tardi sarebbe divenuta nota come “società dello spettacolo”, quando il mondo cominciava appena a riempirsi di immagini grazie alla fotografia, gli artisti esaltavano nei loro dipinti “l’istantaneità della vita”, rappresentata e catturata dagli scatti fotografici. All’inizio degli anni Sessanta, un secolo dopo la comparsa del saggio di Baudelaire, un’intera generazione di artisti si rivolgeva di nuovo alle immagini dei media e alla fotografia in generale per re-inventare una forma di pittura della vita contemporanea. Questi artisti offrivano, attraverso la loro arte, la consapevolezza e la coscienza di vivere in una società inondata da un enorme numero di fotografie, riprodotte continuamente dalla pubblicità e dai mass media. “Cinema, televisione, riviste e giornali immergevano l’artista in un ambiente totale, e quella nuova atmosfera visiva era fotografica,” dichiarò l’artista britannico Richard Hamilton nel 1969, ricordando il decennio appena trascorso. “Per qualche motivo non sembrava necessario rimanere aggrappati alla vecchia tradizione di contatto diretto con il mondo. Le riviste, o qualunque altro tramite visivo, potevano fornire uno stimolo altrettanto valido per la realizzazione di dipinti”. Per reazione alla moda dell’astrattismo che dominava da decenni, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta pittori come Hamilton, Andy Warhol, Gerhard Richter e Michelangelo Pistoletto mostrarono la fonte fotografica delle loro opere, e espressero la consapevolezza della loro possibile perdita di autorità sulla cultura visiva in una società in rapido mutamento. “Usando fonti fotografiche”, scrive Ralph Rugoff, curatore della mostra, “gli artisti riconoscevano implicitamente che non aveva più senso separare la creazione di quadri dall’incredibile abbondanza di immagini riprodotte meccanicamente, e con le loro opere indagavano, in misura diversa, come quell’onnipresente mezzo espressivo stesse alterando il nostro modo di vedere”. Modificando e introducendo cambiamenti nelle dimensioni, nella messa a fuoco e nella grana, gli artisti aspiravano a prendere distanza dalle immagini troppo familiari, fornendo così l’occasione di rivalutarne il significato. La fotografia, vista non più semplicemente come un promemoria, un aide-mémoire, diventava sia il soggetto che l’oggetto di quadri che rappresentavano la traduzione da un mezzo espressivo all’altro. Alla fine degli anni Settanta, Martin Kippenberger analizzograve; una nuova relazione tra fotografia, vita quotidiana e arte: osservando che si vive in un mondo inondato di immagini, durante il suo soggiorno a Firenze nel 1976, dipinse una tela al giorno, basandosi in modo del tutto casuale su cartoline, immagini prese dai giornali e istantanee creando così un archivio di “cattiva” pittura. Oggi, sempre più artisti come Franz Gertsch, Elizabeth Peyton, Marlene Dumas, Peter Doig, Wilhelm Sasnal e Luc Tuymans, scelgono di basare i loro dipinti su fotografie, immagini tratte dai mass media e da internet, istantanee scattate da una macchina fotografica o addirittura da un telefono cellulare. Tuttavia, la visione “meccanica” dell’apparecchio fotografico presente nelle opere degli anni Sessanta non è al centro dell’interesse di questi artisti, che preferiscono espandere l’aspetto “pittorico” e studiare gli effetti che il dipingere partendo da fotografie produce sulla soggettività. Scegliere la pittura nel contesto di una società traboccante di immagini digitali significa comprendere l’incapacità della fotografia – il conseguente fallimento – di rappresentare la complessità della vita contemporanea. Questi artisti, attraverso un procedimento di prelevamento dell’immagine dalla fonte originaria (giornali, televisione, cinema) di copiatura, di ritocco e di re-interpretazione personale, interrompono e rallentano il flusso di produzione delle immagini del nostro tempo, ampliando la durata dello sguardo sulla rappresentazione della vita moderna. Carolyn Christov-Bakargiev.

La mostra è curata da Ralph Rugoff, direttore di The Hayward ed è organizzata da The Hayward, Southbank Centre, Londra

Dal 06 febbraio 2009 al 04 maggio 2008