Franz Kline

Dal 20 ottobre 2004 al 30 gennaio 2005

a cura di Carolyn Christov-Bakargiev

Franz Kline (1910–1962), tra i più importanti pittori del ventesimo secolo, è stato un protagonista del movimento noto nel periodo postbellico come Espressionismo Astratto o Action Painting, una delle ultime grandi correnti artistiche del periodo modernista che si sviluppò a New York negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso.

Analogamente alle loro controparti europee, che partecipavano a movimenti come CoBrA, Art Brut e Informel, Kline e gli altri appartenenti al gruppo espressionista astratto quali Jackson Pollock, Willem de Kooning e Mark Rothko, consideravano l’attualità dell’esperienza un elemento centrale della loro arte, rappresentando ciò che accade nella psiche soggettiva e considerando l’esperienza stessa come un atto estetico.

Intorno al 1950, mentre emerge la nuova società dei consumi postbellica, Kline semplifica radicalmente la pittura, mira a forme di comunicazione più profonde di quelle che si sviluppano nella cultura popolare, e crea espressioni pittoriche in bianco e nero che sono sperimentazioni dei rapporti tra le percezioni fenomenologiche dei nostri corpi nello spazio e le nostre risposte emozionali a tali percezioni.

Analogamente a molti artisti moderni e agli scrittori d’avanguardia, anche Kline dichiara esplicitamente il proprio “No” al Positivismo, al Razionalismo, alla vita borghese e al conformismo. Nella sintesi di Kline stesso: “Invece di tracciare un segno che puoi interpretare, tracci un segno che non puoi interpretare”. La sua arte offre, e contemporaneamente nega, significato e rilevanza. Kline ha creato opere bidimensionali di grande effetto emozionale, la cui struttura spaziale architettonica e dinamica ha offerto enormi possibilità alle successive generazioni di artisti, dai post-minimalisti agli esponenti dell’Arte Povera, che dagli anni Sessanta in poi hanno esplorato esperienze estetiche simili mediante strutture tridimensionali nello spazio reale.

Questa esposizione raccoglie cento opere di Kline, tra cui una selezione dei più importanti dipinti di grandi dimensioni e una serie di studi preparatori ai dipinti stessi. A quasi quarant’anni di distanza dall’esposizione retrospettiva organizzata per Kline dal Museum of Modern Art di New York e presentata a Torino nel 1963, questa è la prima esposizione europea che offre una visione completa sia delle sue prime opere realiste, sia dei suoi lavori astratti più importanti, in bianco e nero e a colori. Passando dal piccolo olio Locomotiva del 1942 al grande, travolgente bianco e nero Dipinto (Orizzontale II) del 1952; dall’opera astratta di transizione ’47Serie n. 4 del 1947 al complesso e fortemente drammatico Siegfried, 1958, nel quale i grigi sono nuovamente “spazializzati” tra i segni bianchi e neri; dal policromo Re Oliver del 1958 ai lavori austeri dell’ultimo periodo, tra cui Iris nero e Croce d’ardesia del 1961, fino all’ultimo quadro di Kline, Dipinto rosso, 1961, questa mostra vuole ribadire e evidenziare l’importanza dell’opera di Kline e la sua attualità.

Benché associato negli anni Cinquanta alla scuola pittorica di New York, la cosidetta New York School, Kline non è originario di New York. Nato nel 1910 in una zona mineraria della Pennsylvania occidentale, dopo la morte del padre Kline trascorre parte dell’infanzia in collegio e nell’adolescenza si distingue nell’attività sportiva e nel disegno, dimostrando particolare interesse per la caricatura. Alla fine degli anni Trenta si trasferisce in Inghilterra per studiare arte e acquisisce una conoscenza solida e diretta dei maestri europei, da Rembrandt a Manet. Tornato negli Stati Uniti e nel 1938, si stabilisce con la prima moglie, Elizabeth Vincent Parsons, a New York, dove sopravvive grazie a lavori vari e disegnando ritratti nei bar ricevendo in cambio birra. Alcune delle sue prime opere grafiche indicano un’attenta considerazione del disegno rinascimentale italiano e alcuni dipinti esplorano la luce degli ambienti interni, con uno stile che si ispira a quello di Vermeer. Come appare evidente da questi primi lavori, l’approccio di Kline non deriva dall’astrazione formalista dell’avanguardia artistica di inizio secolo, ma al contrario dal Realismo e da un impulso a celebrare la vita in tutte le sue manifestazioni e a rappresentare la condizione umana in uno dei periodi più cupi della storia occidentale. Negli anni Quaranta Kline comincia a frequentare con regolarità locali come il Cedar Bar, dove si riuniscono quasi tutte le sere gli artisti, e stringe amicizia in particolare con de Kooning.

Questa mostra presenta una serie rara di schizzi che si sviluppano dal figurativo all’astratto, rappresentanti una figura solitaria sulla sedia a dondolo o seduta da sola vicino al tavolo con la testa bassa. Sono ritratti di Elizabeth, tra le opere più toccanti del primo periodo di Kline, che si trasformano successivamente nei dipinti completamente astratti. Le figure sulla sedia a dondolo suggeriscono un interesse sia per la struttura organizzata sia per il movimento, la destrutturazione e la disorganizzazione dinamica, che diventeranno gli elementi caratteristici dei futuri lavori astratti. Questi piccoli dipinti indicano una consapevolezza del dolore e in particolare del dolore psicologico. Si tratta di una metafora esistenzialista della condizione della vita moderna: la futilità del suo dinamismo, un movimento costante che risulta comunque come immobilità e assenza di progresso da un punto all’altro.

Intorno al 1947, senza aver particolarmente sperimentato l’astrazione europea del primo secolo ventesimo, né il Surrealismo, né gli sviluppi post-cubisti o le riprese dell’astrazione negli anni Venti e Trenta, Kline passa dai dipinti realisti alla realizzazione di composizioni astratte, con complessi orditi curvilinei e composizioni gestuali estese all’intera superficie della tela. Dopo alcuni anni di tali opere di transizione, che fanno ipotizzare il clima generale dell’Espressionismo Astratto, Kline sviluppa tra il 1949 e il 1950 il proprio stile personale fatto di grandi iconici rettangoli e quadrati in bianco e nero, attraversati da larghe pennellate di colore a olio, quello usato in quel periodo dagli imbianchini.

Benché Kline presenti al pubblico la sua cifra personale dopo de Kooning o Pollock, a partire dalla sua prima esposizione personale tenuta presso la Charles Egan Gallery di New York nel 1950, la sua fama si sviluppa rapidamente e con forza. Kline è tra i fondatori del Artists Club nel 1949 nonché organizzatore del famoso Ninth Street Show (1951). Nel 1955, anno in cui le sue opere vengono incluse in un’esposizione di gruppo al Whitney Museum, viene riconosciuto come uno dei più importanti esponenti dell’Espressionismo Astratto.

Verso la metà degli anni Cinquanta Kline reintroduce il colore nella sua tavolozza in bianco e nero, inizialmente solo accennato e nascosto sotto il nero, poi con tracce e pennellate sempre più evidenti. Sidney Janis diviene il suo principale gallerista e organizza per l’artista quattro personali dal 1956 al 1961, oltre all’esposizione alla memoria del 1963. Kline espone anche in Europa, particolarmente in Italia: la prima mostra personale europea è tenuta alla Galleria La Tartaruga di Roma all’inizio del 1958, e Kline espone in primavera anche alla Galleria del Naviglio di Milano. Partecipa alla Biennale di Venezia del 1956 e di nuovo nel 1960, quando viaggia in Italia e gli viene assegnato un premio. Nel decennio precedente la sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1962, subito prima del cinquantaduesimo compleanno, le opere di Kline sono incluse in importanti esposizioni di gruppo quali The New Decade: 35 American Painters and Sculptors al Whitney Museum of American Art di New York (1955), 12 Americans al Museum of Modern Art di New York (1956), e nell’esposizione itinerante The New American Painting (1958), organizzata dall’International Program del Museum of Modern Art, che è presentata a Basilea, Milano, Madrid, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Parigi e Londra. Kline espone inoltre in ogni edizione della mostra Carnegie International a Pittsburgh dal 1952 al 1961.

Kline viene associato all’arte gestuale dell’Action Painting in quanto le sue opere appaiono esprimere momenti di emozione intensa e immediata. Tuttavia la natura costruita dei suoi dipinti, nei quali il bianco è dipinto sopra il nero e viceversa, e le composizioni che ingrandiscono attentamente i minuscoli schizzi a inchiostro e gouache dipinti sulle pagine dell’elenco telefonico – negano questa classificazione troppo semplice. Più di altri Actions Painters, Kline ha esplorato la fenomenologia dell’emozione come qualcosa di intimo: i suoi grandi dipinti colpiscono il nostro senso della vicinanza, esercitano una pressione, suscitano la sensazione di un’esperienza “ravvicinata” ed urgente, e quindi dell’inevitabile “qui e ora”, attraverso un’organizzazione disorganizzata, un equilibrio squilibrato e in genere una struttura dinamica del quadro.

Carolyn Christov-Bakargiev

La mostra è realizzata grazie a REGIONE PIEMONTE, COMPAGNIA DI SAN PAOLO, FONDAZIONE CRT.

Dal 20 ottobre 2004 al 30 gennaio 2005