Gilbert & George – La Grande Mostra

Dal 17 ottobre 2007 al 13 gennaio 2008

a cura di Jan Debbaut e Ben Borthwick

17 ottobre 2007 – 13 gennaio 2008

 

Londra 1967: due studenti di scultura si incontrano alla St. Martin’s School of Art. Da quel momento, decidono di unire le loro vite e la loro arte in un’unica indissolubile entità. Nel corso dei quarant’anni successivi, firmandosi semplicemente Gilbert & George, i due artisti indagano la complessità della condizione umana.

Talvolta considerata provocatoria, la loro arte affronta questioni controverse quali l’identità, la sessualità, la politica e la religione. Registrando l’aggressività del mondo odierno e la proliferazione di sollecitazioni a cui l’individuo è costantemente sottoposto, Gilbert & George si ritraggono spesso all’interno delle loro opere, dichiarando così la propria vulnerabilità e fragilità.

Offrendo al pubblico l’occasione di ripercorrere l’intera carriera dei due artisti, Gilbert & George. La grande mostra è la più ampia retrospettiva a oggi organizzata sulla loro arte. Ideato dagli stessi artisti, l’allestimento al Castello di Rivoli include secondo e terzo piano e delinea un percorso originale, in parte cronologico. Anche se realizzano tutte le loro opere in gruppi tematici, ciascuno definito da analoghe scelte stilistiche, in questo caso Gilbert & George hanno favorito la giustapposizione di gruppi differenti.

La scelta di saturare lo spazio, disponendo le opere secondo uno schema fitto, trasforma ciascuna sala in un grande affresco, all’interno del quale sono presenti alcune tra le tematiche più urgenti del dibattito contemporaneo.

George (Plymouth, Devon, 1942) e Gilbert (San Martino, Bolzano, 1943) si affermano nel 1969 con The Singing Sculpture (Scultura cantante). Assumendo l’identità di “sculture viventi”, insieme, in piedi su un tavolo, ballano e cantano Underneath the Arches, canzone nella quale due vagabondi descrivono il piacere di dormire all’aperto. La scelta indica la loro intenzione di identificarsi con le fasce marginali della società. Da quel momento, Gilbert & George hanno presentato The Singing Sculpture in molte mostre, come documentato nell’omonimo film di Philip Haas che introduce il percorso espositivo (sala 33). The World of Gilbert & George (Il mondo di Gilbert & George), 1981, l’altro film proiettato, è invece scritto e diretto personalmente dai due artisti ed è uno spaccato relativo alla vita, ai luoghi, ai personaggi e alle tematiche che danno origine alla loro arte. Fin dal loro esordio, gli artisti adottano il motto “Art for All” (Arte per tutti) e, intenzionati a raggiungere un pubblico più ampio, espandono la loro arte e utilizzano cartoline, disegno, video, fotografia e film considerando ciascuno di essi “scultura”.

La mostra inizia con una selezione dall’archivio personale degli artisti, comprese opere in edizione e dichiarazioni firmate (sala 32). Assolutamente radicale e all’avanguardia, negli anni di esordio, l’arte di Gilbert & George chiama in causa alcuni aspetti della tradizione occidentale. Abiti classici, ottime maniere, amore per la natura, predilezione per cocktail come il gin & tonic, diventano tratti fondamentali di Gilbert & George. La totale unione tra la vita e l’arte è evidente nel film e nei tre video realizzati agli inizi degli anni Settanta, A Portrait of the Artists as Young Men (Ritratto degli artisti da giovani), 1970, Gordon’s Makes Us Drunk (Gordon’s ci ubriaca), 1972, The Nature of Our Looking (La natura del nostro sguardo), 1970 e In the Bush (Nella macchia), 1972 (sale 27, 23, 24, 25).

 Il sostenuto consumo di bevande alcoliche che caratterizza la loro vita notturna all’inizio degli anni Settanta, ritorna anche in numerose opere fotografiche, come The Effect formely known as A Drinking Piece (L’effetto precedentemente conosciuta come Opera sul bere), 1973 (sala 30). Attraverso l’insistenza sugli effetti intossicanti dell’alcool – dall’alterazione della vista alla mancanza di equilibrio – queste immagini esprimono la profonda sincerità di Gilbert & George. Come essi stessi hanno dichiarato, all’epoca molti altri artisti erano loro compagni di bevute, “ma il giorno dopo andavano nello studio e dipingevano un quadro astratto”. Se all’inizio degli anni Settanta l’arte di Gilbert & George consiste in immagini in bianco e nero di piccole dimensioni allestite secondo schemi quasi figurativi, dalla metà degli anni Settanta l’impostazione segue una griglia ortogonale. Gli artisti paragonano la giustapposizione di ciascuno dei pannelli che danno origine all’opera alla sovrapposizione dei mattoni usati per costruire un muro, o alla successione delle parole necessaria per dare origine a una frase. Cherry Blossom (Fiore di ciliegio), 1974 e Bloody Life (Vita insanguinata), 1975, sono i primi due gruppi all’interno dei quali la griglia è accompagnata dall’uso del colore rosso (sala 28). Esso è scelto dagli artisti in quanto evocativo del sangue, della violenza e del pericolo.

Tesa verso la complessità del presente e animata da un profondo senso di introspezione psicologica, l’arte di Gilbert & George nasce da un punto di osservazione privilegiato: la loro abitazione in Fournier Street, la stessa dal 1968. Situata nell’East End di Londra, in un quartiere abitato da molteplici etnie e contraddistinto dall’incontro tra diverse culture e religioni, per gli artisti la casa coincide con lo studio. Gli ambienti interni dell’edificio appaiono con insistenza nei gruppi Dusty Corners (Angoli polverosi), 1975 e Dead Boards (Tavole morte), 1976 (sala 22). In essi, l’immagine di ciascuno dei due artisti campeggia tra vedute delle stanze vuote, caratterizzate da consunti pavimenti e fatiscenti pannellature in legno. In Mental (Mentale), 1976, gruppo successivo, gli autoritratti degli artisti su sfondi neutri sono invece giustapposti a immagini di spazi pubblici (sala 31). Primi piani di alberi in fiore, strade animate dal traffico o da casuali passanti, riproducono una città serena, piacevole, a misura d’uomo. Tuttavia le immagini di ciascuno degli artisti sembrano delineare un senso di estraneità rispetto al contesto urbano, quasi che la Londra descritta rappresenti una realtà difficilmente raggiungibile.

L’incontro con gli aspetti più duri della realtà urbana diventa invece il soggetto di Dirty Words Pictures (Immagini parolacce), alcune delle quali sono presenti in mostra (sala 29). Realizzate nel 1977, esse sono caratterizzate da immagini di scritte raccolte dagli artisti nel corso delle loro esplorazioni tra le vie di Londra. Oscenità, insulti, dichiarazioni di sfida: l’ampia casistica di testi raccolti da Gilbert & George dipinge un clima dominato da violenza, tensione, provocazione. Secondo le parole degli artisti, questa è la “modernità senza tempo”.

Dopo il bianco e nero e poi l’utilizzo del rosso, a partire dagli anni Ottanta Gilbert & George approfondiscono il loro interesse nei confronti del colore. Limitando le scelte cromatiche a poche alternative, all’inizio si concentrano su verde, rosso, giallo e blu. Aumentando di scala le proprie opere, essi utilizzano più pannelli fotografici per comporre l’immagine. Il contenuto di ciascun riquadro è determinato precedentemente, attraverso una serie di disegni preparatori. In quanto tematica profondamente umana e relativa alla vita quotidiana di ciascun individuo, la sessualità è un argomento più volte affrontato da Gilbert & George. Nel 1982, in un gruppo a cui appartengono Hunger (Fame) e Thirst (Sete), gli artisti usano personaggi simili a cartoni animati, raffigurati mentre sono impegnati in espliciti atti sessuali (sale 19 e 20). La scelta di adottare un disegno semplificato è spiegata come un modo per affrontare argomenti solitamente estranei alle sale museali e che possono suscitare il rifiuto da parte di alcuni visitatori. Gilbert & George usano quasi sempre se stessi come soggetti.

Tuttavia, all’inizio degli anni Ottanta, ritraggono più persone di giovane età. In alcuni casi, invitano passanti casuali a varcare la soglia della loro casa ed entrare nello studio. In World (Mondo), 1983, l’apertura nei confronti degli altri manifesta il desiderio degli artisti di elevare e celebrare l’individualità di ciascuno (sala 18). La stretta relazione tra l’incombente presenza della morte e la fragilità della vita è una tematica più volte affrontata dagli artisti nel corso della loro carriera. Tuttavia, l’emergenza legata alla diffusione dell’AIDS e la scomparsa di amici e conoscenti, fa sì che alla fine degli anni Ottanta, molte opere di Gilbert & George siano segnate da un profondo senso di isolamento e disperazione (sala 18). In Flow (Corrente), 1988 i due artisti si ritraggono sotto a un cielo carico di nuvole nere. Come incapace di agire, ciascuno è appoggiato sopra all’immagine ingrandita di un ginocchio maschile, unico frammento di un corpo non più visibile. Una strada rosso sangue domina la composizione.

Secondo il loro metodo, Gilbert & George si appropriano della ricca varietà di graffiti, scritte e testi, spesso affissi abusivamente nelle strade vicino alla loro casa. Dopo averli fotografati, si dedicano a una rigorosa opera di classificazione in base a soggetto e tipologia e archiviano tutte le immagini raccogliendole all’interno di dossier separati. Successivamente, a seconda dell’opera che hanno intenzione di produrre, utilizzano il materiale contenuto nei loro archivi. Talvolta, trascorrono anni tra il momento del primo incontro con un determinato graffito o scritta e il suo utilizzo. Come dichiarato nel titolo, Nineteen Ninety Nine (Millenovecentonovantanove), 1999, imponente opera in quattro parti, è una riflessione fatta nel momento in cui il secolo stava per chiudersi (sala 34). Per realizzarla, gli artisti hanno selezionato materiale raccolto attraverso gli anni, alla ricerca di tematiche che secondo la loro opinione hanno caratterizzato il ventesimo secolo.

Immagini di escrementi ritornano nell’arte di Gilbert & George. Secondo loro, le feci sono “una delle prime avventure di ciascuna persona nella forma, ed è qualcosa che chiunque capisce, sia che si tratti di un ricco o di un povero, di qualcuno che vive nel deserto o in città, di un bambino di tre anni piuttosto che di un uomo di settanta. Si tratta di un grande tema unificatore”. In Shitty Naked Human World (Mondo umano nudo merdoso), 1994, parte del gruppo The Naked Shit Pictures (Le immagini di nuda merda), gli artisti riproducono escrementi di proporzioni gigantesche, pari a quelle di edifici e monumenti (sala 35). Mettendo accanto a essi i propri corpi nudi, ne sottolineano la caducità.

La continua fascinazione per il linguaggio e per determinati codici all’interno dei quali la comunicazione è semplificata, costituisce la premessa di New Horny Pictures (Nuove immagini arrapate). Prodotte nel 2001, esse sono incentrate su inserzioni di mercenari del sesso, raccolte, classificate e poi articolate dagli artisti in ampie composizioni. In Named (Nominati), 2001, sono riuniti novanta annunci, esemplificatori del florido commercio che la mercificazione del corpo da sempre origina (sala 36). Al tempo stesso, la densa distesa di nomi, ognuno seguito da poche parole e da numeri, sembra assumere la forma di un’infinita sequenza di pietre tombali, ciascuna recante le poche parole che restano a ricordo di una vita. Sempre fedeli a se stessi, vivono e lavorano nell’East End di Londra, in un quartiere dove la convivenza tra diverse fasce sociali e culture permette loro di essere costantemente in contatto con ogni aspetto della vita quotidiana di una grande metropoli. Spesso nella loro arte includono mappe, dettagli della fitta rete di strade che circonda la loro casa-studio. In Chained Up (Incatenato), 2001, appartenente alla serie Nine Dark Pictures (Nove immagini oscure), le mappe sono giustapposte a immagini di persone di etnie differenti (sala 36). Accanto alla diversità, gli artisti pongono tratti umani fondamentali, includendo nell’opera ingrandimenti di secrezioni corporee. Anche le Twenty London East One Pictures (Venti immagini di Londra East One), 2003, sono incentrate sulla stretta relazione tra l’arte di Gilbert & George e l’area di Londra in cui vivono.

Al gruppo, intitolato come il codice di avviamento postale che identifica la loro zona, appartengono Three Dozen Streets (Tre dozzine di vie), 2003, e Twenty-Eight Street (Ventotto vie), 2003, (sala 38). In occasione della Biennale di Venezia, nel 2005 Gilbert & George sono invitati a rappresentare la Gran Bretagna. L’ispirazione per le nuove opere è data dal ginkgo, albero nel quale gli artisti si riconoscono. Come loro e la loro arte, il ginkgo è infatti in grado di sopravvivere in qualunque ambiente urbano, inclusi quelli più tossici e inquinati. Inoltre, esso è caratterizzato da foglie perfettamente simmetriche, capaci di assumere un’ampia varietà di forme mantenendo sempre un impianto rigorosamente speculare. Il gruppo che ne deriva, Ginkgo Pictures (Immagini ginkgo), segna anche l’ingresso della tecnologia digitale nel metodo di Gilbert & George, sempre attenti a impiegare i mezzi più efficaci per comunicare le proprie idee (sala 37).

La preparazione di questa mostra ha coinciso con i drammatici eventi relativi agli attentati terroristici nella metropolitana di Londra nel luglio 2005. All’indomani degli attentati, gli artisti iniziano a raccogliere le locandine del quotidiano londinese “Evening Standard”, giornale della sera venduto nelle strade e fuori dalle stazioni della metropolitana. Le locandine, con la loro caratteristica grafia manuale, vengono quindi riprodotte dagli artisti e diventano parte integrante di Six Bomb Pictures (Sei immagini bomba), 2006, gruppo che include Bombs (Bombe), Bomber (Bombardiere) e Terror (Terrore) esposte a conclusione del percorso espositivo (sottotetto, terzo piano). In queste immagini Gilbert & George rappresentano se stessi come figure sconvolte e frammentate, annegate nel colore rosso o slavate in un drammatico bianco e nero. Intorno a loro, si scorgono vedute delle strade deserte di Londra, immagini di graffiti e la martellante riproduzione di parole che esprimono violenza, ansia e terrore.
Marcella Beccaria

Dal 17 ottobre 2007 al 13 gennaio 2008