La fabbrica comunica. Cento anni d’industria torinese
15 novembre 2006 - 28 gennaio 2007
a cura di Ugo Volli
Il progetto
Questa mostra si propone di illustrare i cent’anni dell’industria torinese (o meglio della sua organizzazione rappresentativa, l’Unione Industriale), a partire dalla comunicazione della fabbrica. Non è un tema scontato. Per lo più si è abituati a pensare che la fabbrica non comunichi, ma solo produca, che sia cioè quel luogo e quell’istituzione centrale nella modernità, dove si trasformano le materie prime in semilavorato o in prodotto finito, organizzando il lavoro collettivo secondo un sapere sempre più complesso perché incorpora l’esperienza e il progresso tecnico-scientifico. Si dà per scontato insomma che la fabbrica sia esclusivamente il luogo chiuso e auto-organizzato del fare, mentre pochi e indiretti sarebbero i suoi rapporti col dire della comunicazione.
Quest’ultima anzi sarebbe un’attività secondaria e derivata, una sorta di lubrificante finale per la collocazione delle merci.
Di fatto non è così, le fabbriche comunicano, innanzitutto facendo il loro lavoro, cioè producendo: i prodotti stessi sono comunicazione. In un mondo in cui gli oggetti d’uso sono più o meno tutti prodotti industrialmente, essi contengono sempre un doppio livello di comunicazione. Vi è innanzitutto una comunicazione di base, iniziale, in cui la merce dice che è e che cos’è, in cui si racconta come automobile, pantalone, macchina da scrivere, frigorifero. Questo “dirsi” è molto concreto, si esprime in certe caratteristiche fisiche che servono a identificare la tipologia della merce e a dare istruzioni implicite sul modo di usarlo. Vi sono dunque regole non necessariamente funzionali ma molto rigide sull’aspetto delle merci: codici di senso. Gli oggetti escono dalla fabbrica realizzati secondo tipologie che furono inizialmente inventate dalla produzione stessa, ma poi si sono affermate, resistono nel tempo, si modificano solo lentamente, forniscono istruzioni per l’uso, permettono a tutti di identificare facilmente ogni oggetto.
Vi è poi un secondo livello della comunicazione di fabbrica, logicamente posteriore, ma altrettanto importante. Non esiste mai un solo frigorifero, un solo paio di jeans o una sola automobile, anche se grosso modo ogni merce ben fatta di ciascuna di queste tipologia assolve egregiamente il compito fondamentale della refrigerazione, del trasporto di persone o della copertura delle gambe. Nella vita sociale ogni merce non segnala solo la sua funzionalità le circostanze del suo uso, ma anche i dati meno funzionali della sua età, del suo livello di prezzo, e infine soprattutto del suo “gusto” e del “mondo” che esprime. Anche questi dati molto più fini sono essenziali per l’uso sociale degli oggetti: tutti siamo esperti (anche senza saperlo) nell’usarli per esprimerci, per costruire “l’immagine” di noi stessi che ci soddisfa o che riteniamo adeguata, per lanciare messaggi all’ambiente circostante – e anche nel decifrarne il senso quando li vediamo adottati dagli altri. Tutto ciò avviene grazie alla capacità fine di comunicare che è dovuto alla varietà delle merci di una stessa tipologia. Da questo punto di vista ogni industria che produca beni di consumo, allo stesso tempo fornisce ai suoi clienti dei mezzi di comunicazione. Non solo l’industria comunica sempre, ma fa comunicare i suoi consumatori.
L’industria torinese in tutto la sua storia è stata particolarmente efficace nell’assolvere a questi difficili compiti comunicativi, tanto il primo che consiste nel proporre nuove tipologie di prodotto facendone immaginare le potenzialità, tanto il secondo che si propone di stabilire differenze vitali fra merci industrialmente uniformi. La sua vocazione è sempre stata comunicativa, nel senso di proporre prodotti per i consumatori, le famiglie, le persone comuni che anche grazie al consumo costruivano la propria immagine di sé. Quel che conta è notare che l’intreccio fra comunicazione e produzione, fra mercato e fabbrica anche in questi casi è centrale per rendere affascinanti i prodotti e permettere loro di porsi al centro degli interessi e delle passioni, non solo dei “bisogni” del pubblico. E anche in questo cent’anni di industria piemontese sono ricchissimi di intuizioni e di anticipazioni troppo spesso dimenticate e nascoste. E’ importante oggi rivederle e comprendere che sempre, necessariamente, “l’industria comunica”
La mostra
Nel primo ambiente – Fabbrica – al visitatore viene proposta, per mezzo di una multivisione audio-video, un’immersione virtuale nella realtà dell’officina produttiva. Le fabbriche sono molto cambiate in questi cent’anni, dai primi opifici tessili e meccanici, alla catena di montaggio (introdotta negli anni Venti) fino allo stabilimento automatizzato che si impone a partire dagli anni Ottanta. Ma resta la potenza delle macchine, la dimensione, il rapporto intimo e attento fra lavoro umano, macchine e prodotti. Il secondo ambiente – Storia – è dedicato alla riflessione e all’informazione su come si è sviluppata in cent’anni la realtà industriale piemontese. Gli eventi principali sul piano storico e sociale, i principali prodotti lanciati, le statistiche sull’occupazione e lo sviluppo sono esposti in modo da realizzare la linea del tempo su cui si colloca la comunicazione delle industrie torinesi. Il terzo ambiente – Comunicazione – mostra alcuni dei prodotti più significativi usciti nel Novecento dalle fabbriche del territorio torinese e insieme la comunicazione che è stata fatta su di loro. E’ diviso in quattro piazze per tipologia di merci. La prima – Meccanica – è quella che riguarda le industrie maggiori e la grande massa del loro indotto: l’automobile, innanzitutto, ma anche le altre lavorazioni meccaniche. Segue la piazza dedicata all’alimentare – Food and beverage – dove la produzione torinese industriale è stata vincente: cioccolato e dolciumi, alcolici e caffè innanzitutto. La terza piazza – Corpo – è dedicata all’abbigliamento e ai cosmetici, la quarta alla Comunicazione: radio e televisione, cinema, telefonia, editoria.
Negli ultimi decenni l’industria piemontese, come in generale quella italiana ed europea si è trovata di fronte al passaggio delicato e difficile della globalizzazione. Una grande trasformazione è in corso verso un futuro che certamente dovrà innovare molto. Ne parlano nell’ultimo ambiente – Scenari – gli opinion leader scientifici, industriali e politici della città, in alternanza con filmati e immagini che mostrano le innovazioni e le ricerche tecnologiche in atto.
Ugo Volli