Una stanza tutta per sé

Dal 02 aprile 2008 al 18 gennaio 2009

a cura di Marcella Beccaria

Ispirandosi all’omonimo saggio di Virginia Woolf (1929), la mostra Una stanza tutta per sé è una riflessione sul valore positivo della solitudine e sulla sua importanza in ambito creativo. Immergendo gli spettatori in ambienti capaci di stimolare più sensi, le opere selezionate rimandano alle condizioni ricercate da ciascun artista per alimentare la propria creatività e alla tensione verso un contatto esclusivo con ciascun visitatore. La “stanza per sé” diventa così sia il luogo che permette all’artista di disporre le condizioni ideali per esprimere la propria ricerca, sia il luogo all’interno del quale ognuno è invitato a una visione esclusiva e stimolato a sviluppare in senso personale il significato ultimo di ciascuna opera. Riunendo per la prima volta una ventina di importanti artisti internazionali, la mostra presenta opere appositamente realizzate per il Castello di Rivoli, insieme a nuove acquisizioni e opere appartenenti alla collezione, spaziando dagli anni Sessanta al presente. La quasi totalità delle opere in mostra è parte della collezione permanente del Museo grazie al Progetto Arte Moderna e Contemporanea della Fondazione CRT. Dando particolare rilievo al concetto di “sala monografica”, in base al quale è stata costruita una parte importante della collezione del Castello, essa intende anche rifletterne la specificità.

Lo studio dell’artista, in quanto luogo di riflessione solitaria e dimora della mente creativa, è spesso parte delle tematiche indagate da Giulio Paolini (sala 18). Dalla metà degli anni Sessanta, l’artista rivolge la propria attenzione ai luoghi deputati all’arte e alle basi materiali del fare artistico. Per Paolini anche il momento espositivo è occasione per nuovi spunti creativi. Per la mostra Una stanza tutta per sè, l’artista ha ideato un’installazione che, concentrando in una porzione della sala lavori che spaziano dal 1964 al 2008, offre una precisa immagine del suo percorso. Al centro, l’artista dispone Stanza 18 (Il momento della verità), 2008, l’opera che dà titolo alla sala. L’immagine è strutturata come un’orbita oculare attraverso la quale l’autore si vede nello studio, nel momento in cui impugna carta e matita. Possibile visione della mente labirintica dell’artista, l’opera è intenzionalmente fruibile da uno spettatore alla volta. L’incontro tra la natura e l’essere umano è alla base delle opere di Giuseppe Penone (sala 19). Rimandando a una condizione di simbiosi, l’artista indaga un universo all’interno del quale si attua una compenetrazione tra esseri viventi ed elementi naturali. In Respirare l’ombra, 1999, migliaia di foglie di alloro sono contenute dentro sottili reti metalliche, rivestendo le pareti della sala. Evocando il momento dell’incontro tra la natura e il singolo, l’opera diventa fisicamente parte di ciascun visitatore con il semplice atto del respiro. Inalando, il profumo dell’alloro entra nei polmoni e per ciascuno le sensazioni e le memorie così evocate possono differire. La scultura in bronzo dorata, in forma di polmone fatto di foglie, conferma l’unicità dell’incontro e la possibilità di una profonda compenetrazione tra l’uomo e la natura. La ricerca di Jan Dibbets (sala 20), riesce a trasformare immagini del reale in proposizioni astratte, proponendo opere leggibili da più punti di vista. L’architettura e dettagli come pavimenti, soffitti e volte costituiscono lo spunto per alcune delle opere esposte. In Spoleto Floor (Pavimento di Spoleto), 1981, Dibbets dispone a semicerchio una serie di fotografie relative a dettagli della pavimentazione del Duomo di Spoleto,trasformandolo in uno spazio indefinito, un cerchio sospeso in atto di compiersi o di svilupparsi all’infinito nel vortice di una spirale. In Barcelona Window (Finestra di Barcellona), 1989-1990, e Tollebeek Spring II (Primavera a Tollebeek II), 2000, Dibbets si concentra invece sulle finestre in quanto elementi destinati a convogliare la luce, oppure occhi che evocano la tensione verso un altrove, un luogo ideale raggiungibile attraverso la visione dell’intelletto. Eleggendo la solitudine a condizione creativa ideale, dai suoi esordi Alan Charlton (sala 21) si occupa personalmente di tutte le fasi relative alla realizzazione dei propri dipinti considerando irripetibile ciascuno dei momenti di creazione di un’opera. Manifestazione di una mente che identifica la creatività con un’assiduità silenziosa, per i cataloghi che illustrano le opere, spesso sceglie di non inserire testi, preferendo che lo stesso silenzio nel quale ha creato le opere rimanga la condizione nella quale esse vengono fruite. Come tutte le opere dell’artista, Five Vertical Parts (Two Greys) (Cinque elementi verticali – due grigi), 2001, è astratta e di colore grigio. Deliberatamente, Charlton azzera il proprio tratto espressivo, eliminando anche ogni traccia di stesura del colore. Separando dall’indeterminato fluire dell’esistenza situazioni quotidiane o di sapore lievemente surreale, l’arte di Marijke van Warmerdam (sala 22) ne mette in luce la poetica monumentalità. Proiettati in ambienti all’interno dei quali la luce naturale può fluire liberamente, i suoi brevi film sono sempre trasmessi a ciclo continuo, con un effetto di ripetizione che rende più astratti gli eventi registrati. In Roeren in de verte (Agitazione in lontananza), 2004, la proiezione è incentrata su un interno, caratterizzato soltanto da una tazza da caffé posata su un tavolo. Una finestra ripara l’interno domestico dalla neve che cade all’esterno. Il quadro di pace è gradatamente modificato dall’improvviso infittirsi della nevicata. La variazione meteorologica coincide con l’azione di una mano femminile che entra nel campo della macchina da presa. Reiventando la figura dello studioso, chino sui propri testi, Stefano Arienti (sala 23) con gesti di cancellazione, manipolazione o semplice piegatura, sottrae alla normale visione interi libri e volumi. Quasi si trattasse di azioni liberatorie, i gesti dell’artista rientrano in precise tipologie capaci di inserire il materiale originale in un nuovo ciclo vitale. Un testo universitario realmente appartenuto all’artista è il materiale di partenza di Chimica organica, 1988. Arienti ne piega tutte le pagine e, cucendole con punti metallici, le unisce a formare una scultura tridimensionale. Quasi si trattasse di un gioco, il libro diventa così un lungo serpente, capace di disporsi liberamente nello spazio. Intime e solitarie, le opere di Marisa Merz (sala 24) suggeriscono la presenza di segreti non traducibili in parole. Al limite dell’immateriale, i suoi lavori sono intenzionalmente poetici e antimonumentali. L’opera Senza titolo, 1997, è formata dalla sagoma di un violino plasmato in cera e da una vasca in piombo che ne costituisce la cassa di risonanza. Dandogli voce, uno zampillo d’acqua attraversa lo strumento, diffondendo una musica lieve nell’ambiente. Sistema in continuo rinnovamento, l’installazione sembra invitare al silenzio e all’ascolto. Solo, all’interno del proprio studio, all’inizio della sua carriera Michelangelo Pistoletto (sala 25) concentra l’attenzione su di sé, dedicandosi all’autoritratto. Da pittoriche e lucide, le superfici delle sue opere diventano metalliche e specchianti, riuscendo così non solo a cogliere la figura dell’artista ma anche la sua relazione con il mondo. Come altre opere eseguite nella prima metà degli anni Sessanta, in Lampadina, 1962-1966, la rappresentazione dell’oggetto che dà il titolo all’opera è ottenuta attraverso una velina serigrafata, con dettagli dipinti a mano, e poi applicata sulla lastra in inox lucidata a specchio. Aprendosi al dialogo, la superficie a specchio che caratterizza l’opera è pronta a riflettere l’unicità di ciascuno dei visitatori, aumentando all’infinito le immagini e i momenti che l’opera può cogliere. Anche quando monumentale, l’arte di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen (sala 27) nasce nell’intimità della loro abitazione che include il loro studio di artisti. Semplici oggetti domestici di uso comune sono spesso lo spunto a partire dal quale gli artisti elaborano le proprie sculture. Come un giocoso fagotto preparato per un lungo viaggio, Houseball (Casa palla), 1985, include una serie di oggetti domestici, tra cui sedie, tavoli, scope, porte, assi da stiro e abat-jours. Casa portatile pronta all’uso, l’opera è la versione per interno di una scultura originariamente ideata da Oldenburg e van Bruggen per la performance Il Corso del Coltello, allestita a Venezia nel 1985. Essa accompagnava Georgia Sandbag, il personaggio interpretato da Coosje van Bruggen, ispirato a George Sand. Una forte tensione verso il limite estremo è una possibile definizione dell’impeto che anima il lavoro di Paola Pivi (sala 28). Apparentemente difformi, i suoi lavori nascono da una coerente propensione a disporre gli elementi del reale in relazioni assurde e stranianti, quasi che l’artista giocasse con il mondo. Le fotografie esposte sono ambientate ad Alicudi, uno tra i tanti luoghi remoti dove l’artista ha scelto di vivere. Qui ha fermato queste immagini incoerenti, frutto di una realtà caratterizzata da un tempo sospeso, separato dalla quotidianità banale e aperto all’incontro con il meraviglioso. Gli esordi di Francesco Vezzoli (sala 29) sono legati al ricamo. Pur trasformandolo in forma d’arte, Vezzoli ne mantiene le caratteristiche di occupazione intima e solitaria. Usando la pratica della citazione, Vezzoli attinge al cinema d’autore, ai film hollywoodiani, alle produzioni televisive, alla storia dell’arte, alla moda, alla politica contemporanea. In Greatest Hits – Milva canta Bruce Nauman “Vattene dalla mia mente! Vattene da questa stanza! (Get Out of My Mind! Get Out of This Room!)”, 2005, Vezzoli rende omaggio a Bruce Nauman. L’opera è riferita a un lavoro sonoro realizzato da Nauman nel 1968, all’interno della quale, l’artista americano stabiliva i confini del proprio ambito creativo, usando la propria voce per invitare i visitatori a lasciarlo da solo. Diversamente dall’originale, la versione di Vezzoli è interpretata dalla cantante Milva e trasformata in un appello drammatico e passionale. Secondo i principi della linguistica, le interpretazioni relative a uno stesso vocabolo possono essere tante quante le persone che lo leggono e lo pronunciano. Pur concordando sul significato generale, ogni parola è infatti spunto di associazioni legate ai ricordi e alle esperienze personali. Impiegando il linguaggio quale materiale per la propria arte, Lawrence Weiner (sala 30) sfida il tradizionale concetto di scultura, aprendolo all’interpretazione di ciascun osservatore. Come l’intercalare di un ragionamento di cui l’artista non indica né l’inizio né la conclusione …IN AS MUCH AS / IN AS MUCH AS…(…PER QUANTO / PER QUANTO…), 1972, suscita un dialogo tra l’artista e i visitatori. L’idea della stanza e quella della solitudine sono intimamente collegate al lavoro di Massimo Bartolini (sala 31). Nelle sue installazioni, l’artista spesso crea ambienti ispirati a camere private, interpretati come luoghi la cui fisicità è traslata in una forte astrazione. Tali opere sono sempre pensate per ospitare un solo visitatore alla volta. In questo modo, Bartolini desidera ricreare e condividere le condizioni di introspezione che privilegia per l’ideazione delle proprie opere. In Head n.2 (The Studio) (Testa n.2- Lo studio), 1997-1998, Bartolini offre l’accesso a uno spazio mentale, all’interno del quale si è liberi di perdersi nei propri pensieri. In Cinquante Fifty (Installation for a Parking Lot) (Cinquanta cinquanta – installazione per un parcheggio), 2000, la videocamera di Pipilotti Rist (sala 32) si sofferma su una quotidianità incongrua, dominata da spiazzanti caratteristiche oniriche e dalla ricorrente solitudine dei personaggi descritti. In una parte dell’installazione, l’immagine è incentrata sulla grigia facciata di un condominio, fino a scoprire una donna affacciata, nell’occupazione tipica di chi cerca di evadere dalla noia. Interpretata dalla stessa artista, un’altra donna, incapace di lasciare i confini dell’appartamento, è invece attratta dall’obbiettivo e cerca di catturarne l’attenzione. Protagonista dell’altra parte dell’installazione è un uomo che cammina lungo il bordo di un’autostrada deserta. Totalmente assorto, non sembra accorgersi della propria nudità. Una musica ipnotica, unisce nella stessa atmosfera l’isolamento di ciascuna delle due donne e la solitudine dell’uomo. Frutto di una contemplazione privata, continua e silenziosa, l’arte di Ettore Spalletti (sala 33) non propone significati definiti, ma nasce per offrire emozioni visive e spirituali. La sua ricerca è indirizzata al tentativo di fissare colori – azzurri, grigi oppure rosa – la cui natura è per principio mutevole e indefinibile. In Anfora Bacile, Vasi, 1982, Spalletti si ispira a forme primarie che appartengono alla civiltà umana, astraendole nel proprio linguaggio. Oggetti quotidiani diventano così pure forme scultoree, la cui natura evanescente è ribadita dal pigmento che ne avvolge la superficie. L’artista ottiene tale risultato preparando un impasto con colla, gesso e pigmento, e lavora con una carta abrasiva il colore fino a trasformarlo in una nuvola impalpabile. Irrequieto viaggiatore, Franz Ackermann (sala 6 – primo piano) alimenta la propria ricerca attraverso continui viaggi. A ciascuno di essi corrisponde un equivalente periodo di sosta e meditazione, nel corso del quale elabora nell’intimità dello studio la quantità di informazioni raccolte. Offrendo una sorta di immagine del proprio universo creativo, per il Castello ha ideato un’installazione all’interno della quale la cacofonia del mondo si accompagna all’ipotesi di un luogo privato. Map of The World (Mappa del mondo), 2007, riprende le dimensioni di un piccolo capanno da giardino usato da G. B. Shaw per scrivere in solitudine. Soprannominato “London”, il capanno permetteva allo scrittore di affermare, senza poter essere smentito, che si trovava altrove. Rispetto all’originale, il capanno di Ackermann è arricchito da un fitto reticolo di disegni, manifestazione dei viaggi che la mente dell’artista effettua continuamente. In quanto esperienza comune, ma propriamente legata all’unicità di ciascuno, nel lavoro di Olafur Eliasson (mezzanino – Manica Lunga) l’atto del vedere è tematica ricorrente. Nata dall’incontro con l’architettura del Castello, Your circumspection disclosed (La tua circospezione svelata), 1999, è “un’estensione dell’occhio, o meglio una macchina per vedere”. Strutturata per trasformare il processo visivo in un’esperienza fisicamente percorribile, l’installazione è una camera oscura all’interno della quale è possibile vedere la realtà come proiezione rovesciata.

Dal 02 aprile 2008 al 18 gennaio 2009