Yang Fudong

02 giugno 2005 - 24 luglio 2005

a cura di Marcella Beccaria

Nel film Mo sheng tian tang (An Estranged Paradise – Un paradiso alienato), 1997-2002 all’inizio della stagione delle piogge un giovane uomo accusa un diffuso malessere e, preoccupato, cerca di individuarne l’origine. Numerosi consulti con i dottori dell’ospedale cittadino non gli forniscono alcuna indicazione. Dai suoi comportamenti emerge che la malattia è in realtà una noia paralizzante, condizione che lo estrania e gli impedisce di intrattenere una vera relazione con l’esistenza quotidiana. Le sue inazioni sono in contrasto con la fugace visione di un altro uomo, forse non sano di mente, che si dimena e urlando, sembra reagire con rabbia alla vita.

Non autobiografica, ma legata alla vicenda personale dell’artista, la trama del primo film realizzato da Yang Fudong racconta la debolezza della condizione umana, l’incapacità di comprendere il significato del reale e di relazionarsi ad esso, identificando in una profonda malinconia esistenziale un’inevitabile controparte della vita nella Cina di oggi. Le opere successive dell’artista, in film, fotografia e video costituiscono un approfondimento di tali tematiche, ponendo al centro della sua indagine artistica la complessa relazione tra la nuova generazione di intellettuali cinesi e i profondi cambiamenti di natura politica, economica e sociale che stanno avvenendo all’interno del loro Paese. Nato a Pechino nel 1971 e residente a Shanghai, Yang Fudong appartiene alla stessa generazione che ritrae nelle sue opere e il suo lavoro può essere letto come voce critica che in tempo reale analizza alcune delle inquietudini che animano il dibattito intellettuale nella Cina contemporanea.

Per la sua prima mostra in un museo italiano, Yang Fudong presenta in anteprima due nuove video installazioni intitolate The Revival of the Snake (La rinascita del serpente), 2005 e Jia er de sheng kou (Jiaer’s Livestock – Il bestiame di Jiaer), 2002-2005. L’installazione La rinascita del serpente (sala 29) mette in scena attraverso una doppia proiezione e una serie di schermi al plasma la vicenda di un soldato fuggito, soffermandosi sugli ultimi giorni di un militare che ha scelto un destino diverso da quello che gli era stato imposto. In Il bestiame di Jiaer (sale 30-31) le storie parallele di due uomini indicano differenti relazioni con il mondo. In entrambe le opere, ruolo dominante è affidato al paesaggio, elemento che lega le urgenze contemporanee descritte da Yang Fudong all’iconografia della pittura cinese di antica tradizione. Come in molte delle sue opere, l’ambiguità del significato è intenzionale e manifesta l’apertura verso le possibilità del reale e al tempo stesso la difficoltà a relazionarsi con una società attraversata da radicali mutamenti, all’interno della quale ciascun individuo è alla ricerca di un ruolo e di un’identità.

Oltre a Un paradiso alienato, la mostra include una selezione dei principali lavori ad oggi realizzati dall’artista in film (Sala Polivalente – Manica Lunga), presentando Liu lan, storia che trasferisce sul grande schermo la poesia di un’antica pittura, e Hou fang – hei, tian liang le (Backyard – Hey, Sun is Rising! – Cortile. Eh, Il sole sorge!), opera che presenta le azioni paramilitari di un gruppo di uomini, uniti da un obiettivo il cui senso è a loro stessi ignoto. La scelta di film include inoltre le prime due parti della serie Zhu lin qi xian (Seven Intellectuals in Bamboo Forest – I sette intellettuali nella foresta di bambù). Parte di una pentalogia sulla quale l’artista sta attualmente lavorando, i due film raccontano le inquietudini di un gruppo di giovani uomini e donne, impiegando la storia di sette poeti e artisti vissuti nell’antica Cina per raccontare la contemporanea urgenza di libertà e indipendenza.

Marcella Beccaria

La mostra è parte della serie nuove generazioni.