Hito Steyerl

Hito Steyerl – Hell Yeah We Fuck Die!

Il percorso prosegue all’interno del Castello, con l’opera di Hito Steyerl che esplora il rapporto tra tecnologia militare, intelligenza artificiale e cultura pop. L’allestimento, concepito appositamente per il Castello di Rivoli, si sviluppa in due ambienti adiacenti, occupati da parapetti e quinte in metallo, opere video e sculture: blocchi di cemento ruvido con light box illuminati dall’interno che rappresentano le parole del titolo. Possono anche servire da sedute per il pubblico, ma la loro disposizione vuole infondere un senso di precarietà.
Il titolo riprende le cinque parole più comuni nei titoli delle canzoni in vetta alle classifiche statunitensi tra il 2010 e il 2014, trasformandole in una sorta di “inno” nichilista del nostro tempo.
I video mostrano robot umanoidi sottoposti a test di resistenza violenti, alternati a immagini di zone di guerra. La medesima sensazione di violenza proviene dal sonoro, che non è un semplice accompagnamento, ma un ritmo ossessivo e abrasivo che arriva come un pugno con la sua carica aggressiva. L’accostamento tra l’origine pop delle parole e la violenza fisica di audio e video evidenzia come la cultura dell’intrattenimento tenda a normalizzare il conflitto, in un mondo in cui parallelamente all’uso di robot sempre più simili agli “umani”, si rendono le società più “disumane” e indifferenti al dolore.
La musica che sentiamo sembra fatta di lame e bulloni. Sono impulsi puntiformi, suoni usciti da un’intelligenza razionale, anaffettiva, di circuiti elettronici. Nemmeno una linea. Niente che somigli a un canto. Niente di umano. L’atmosfera può ricordare quella di certi videogiochi anni ’80, ma senza lo scanzonato edonismo degli anni ’80. C’è piuttosto un inquietante senso di allarme.