Luciano Fabro

Luciano Fabro è tra i fondatori del movimento dell’Arte Povera e partecipa a tutte le successive collettive del gruppo. Nel corso della sua carriera si esprime con le forme e i materiali più diversi. Impegnato nell’attività accademica, Fabro è anche autore di numerosi testi che documentano il suo impegno nel dibattito culturale.
Fin dagli esordi, la riflessione dell’artista include un’incessante ricerca sulle specificità linguistiche della scultura, esplorata attraverso materiali tradizionali come marmo e ferro, o innovativi come vetro e seta, e intenzionalmente liberata da vincoli relativi alla rappresentazione o al contenuto. Croce, 1965-1986, è parte di un’indagine tesa a esplorare le possibilità dello spazio e dei corpi in esso contenuti. L’opera è costruita in modo che la lunghezza dei segmenti metallici sia proporzionale alle dimensioni dell’ambiente circostante e che l’opera possa essere installata in modo da occupare il massimo spazio disponibile.
Intenzionato, secondo le sue parole, a rappresentare «l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia», Fabro adotta forme familiari, largamente riconoscibili, di cui azzera la funzione simbolica collettiva. Dal 1968, impiega la figura dell’Italia quale dato immediatamente riconoscibile, facendone un referente che può essere declinato in diversi materiali, inclusi piombo, cristallo, carta, ferro e persino pelliccia. «La forma dell’Italia – dice – è statica, immobile, misuro la mobilità delle mie mani su una cosa ferma. L’Italia è come l’album degli schizzi, promemoria, continuo a farla negli anni: se studio qualcosa di nuovo lo abbozzo in un’Italia». In Speculum Italiae (Specchio dell’Italia), 1971, la sagoma dell’Italia, coricata su un fianco e addossata a parete, è resa come una superficie di cristallo specchiato. Duttili fasce in piombo coprono parte della lastra di specchio. In Italia all’asta, 1994, l’Italia è invece moltiplicata e sovrapposta in modo da ribaltarne le coordinate geografiche. Attraversata un lungo palo, la forma scultorea così ottenuta è esposta nella molteplice valenza di simbolica bandiera, preda catturata e trafitta e, ancora, merce messa pubblicamente in vendita.
Attaccapanni (di Napoli), 1976-1977, nasce da un immaginario tramonto napoletano e dai colori a esso riconducibili. Il vero soggetto dell’opera è la luce, intesa come gioco di sfumature colorate. L’opera è composta da cinque elementi a parete, ciascuno formato da un panno dipinto appeso a una struttura in bronzo. Ottenuto con il procedimento della cera persa, ogni elemento in bronzo reca diversi tipi di forme più o meno inventate: foglie, cortecce, rami, corda e, come nota l’artista, «due sessi spiaccicati». Le linee sinuose di ciascun supporto bronzeo determinano il panneggio secondo il quale si dispone il tessuto, che si presenta quale sorprendente elemento plastico rispetto all’ideale leggerezza dei sostegni. I titoli di ciascun Attaccapanni (ncoppa ’a filologia nu schiuoppo ’e rose ’ncarnate; Tengo int’ ’e palme mieie ’e gravune ardiente d’ ’o tramonte fino a che ’o vrasiere nun è priparato; ca maneca toia, cumpare, aggio culurate ’e verde sta sera; laureato ’e ceraso jett’a penna int’a ll’orizzonte; ncopp’a corda d’o bucato mo s’è stesa pure ’a notte) sono strofe composte dall’artista in dialetto napoletano.
Paolo Uccello 1450-1989, 1989, evoca il nome del pittore rinascimentale nella cui opera la prospettiva è regola assoluta, la cui matematica esattezza è talvolta contraddetta da trasgressioni visionarie. La data 1450 si riferisce infatti alla realizzazione da parte di Paolo Uccello degli affreschi nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella a Firenze, dove il tema biblico del Diluvio è svolto attraverso costruzioni prospettiche anomale e quasi irrazionali. La seconda data presente nel titolo dell’opera di Fabro si riferisce invece alla presentazione al Castello di Rivoli, in occasione della mostra personale dell’artista. Allestita all’esterno del museo, l’opera disegna nello spazio un cubo virtuale, formato da due telai quadrati in metallo sospesi mediante cavi d’acciaio. Ciascun telaio reca due segmenti in tondino di ferro, l’uno fissato verticalmente al centro del quadrato, l’altro collegato con anelli scorrevoli all’elemento fisso. Le bacchette mobili si dispongono pertanto nello spazio secondo posizioni fluttuanti, libere da connessioni fisse. Come una scatola prospettica, l’opera contiene elementi mobili e elementi fissi, questi ultimi riconducibili al teorema spaziale della geometria di Euclide. L’esplicita allusione a Paolo Uccello richiama la trasgressione delle stesse leggi prospettiche, offrendo, a seconda del punto di vista, una proliferazione di scorci differenti. Come nota l’artista, la giustapposizione delle due date nel titolo indica appunto che la prospettiva «si realizza caso per caso».

[M.B.]

 

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