Mimmo Paladino

Secondo Mimmo Paladino l’artista è simile a un acrobata che si muove verso più direzioni. Cresciuto tra i numerosi ed eterogenei riferimenti di una cultura millenaria come quella dell’Italia meridionale, che fonda sul sincretismo e l’integrazione la sua principale appartenenza, Paladino, invece, decide di scegliere un linguaggio personale che si sviluppa attraverso il segno e la potenza primitiva dell’immagine e determina un lessico dalla forte riconoscibilità. Rifiutando una lettura in chiave meramente narrativa delle sue opere, la sua arte non si prefigge alcuna domanda e non prevede alcuna risposta, ma vive nel silenzio della sua dimensione esistenziale. Con lui si assiste a un ritorno al soggetto e alle sue emozioni. Ricca di riferimenti passati e di stimoli contemporanei, l’arte è intesa come un’indagine sui linguaggi, un viaggio all’interno dei significati originari dei materiali e delle tecniche che il pittore esplora sempre con entusiasmo spinto dalla sua insaziabile curiosità. Desideroso di impossessarsi del segreto dei vari medium espressivi, perlustra i territori dell’immagine imbattendosi in materiali non comuni nella storia della pittura figurativa. L’amore per il magico e per il misterioso, il bagaglio simbolico e visionario, le allusioni, il ricorso al rito piuttosto che al mito e l’assoluta libertà di lettura proposta attraverso il dato fantastico, sono caratteristiche della sua intera produzione e si ritrovano come elementi distintivi nelle opere che appartengono alla collezione del museo. A Napoli dopo gennaio, 1978, e Lampeggiante, 1979, condividono una tavolozza dai colori acidi, forti e intensi, una vena espressiva libera e una dimensione che oscilla tra l’astrazione e la figurazione, tipica dei suoi primi lavori. Nella dialettica tra segno e scenografia cromatica si evidenzia il tratto peculiare che determina l’equilibrio compositivo delle opere. La scelta dei materiali è legata soprattutto a un discorso di manipolazione. Affascinato dall’assemblaggio e dai collages, introduce maschere, silhouettes di animali, oggetti in metalli vari, forme dai contorni non precisi e non identificabili. Con La virtù del fornaio in carrozza, 1983, si affaccia nel suo immaginario poetico l’aspetto grottesco e l’influenza alchemica. A sinistra, un elemento scultoreo in forma di una pala da forno, si inserisce nella composizione investendo lo spazio e attuando uno sconfinamento fuori dalla superficie. Due figure misteriose, un uomo e un personaggio dalle lunghe orecchie d’asino fanno la loro comparsa sulla scena. La cornice dipinta, la combinazione di corpi estranei, la trasformazione degli oggetti in chiave alchemica, sono tutti elementi che suggeriscono il carattere ancestrale del suo mondo nel quale i segreti sono evocati, ma mai svelati. Giardino chiuso (Hortus Conclusus), 1982, è una scultura in bronzo che include alcuni elementi pittorici anelando a una nuova monumentalità. Il colore, recuperato come pigmento materico e come valenza espressiva, avvia un dialogo tra la dimensione pittorica e quella scultorea. La figura di un marinaio-guerriero si erge in verticale tra i relitti di un’imbarcazione. Nella simultanea sovrapposizione di più voci e di più culture, l’immagine di questo navigante e il suo spettro, riflesso nell’incavo della nave, tradisce la doppia natura della sua arte, una solare e l’altra più cupa e convalida la mobilità continua dei suoi riferimenti linguistici che conducono verso molteplici derive. In Senza titolo, 1999, il valore cromatico del dipinto è reso dall’intensità luminosa della superficie dorata. L’oro, colore alchemico per eccellenza, si espande lungo tutta la tavola contenendo l’universo di segni e figure nere disposte in maniera frontale e bidimensionale. Qualunque spessore o profondità è annullato. Le forme semplificate e riprese di profilo contengono le immagini di teste e corpi privi di espressione, mentre il colore puro si espande sulla superficie. Nella fluidità di questi segni, nello spazio che eccita la fantasia, nelle complesse stratigrafie iconografiche ritroviamo la natura più intima, il territorio incantato dell’arte di Paladino, che esige il silenzio e l’assoluta vastità dei timbri cromatici.

[G.C.]

Opere